mercoledì 31 dicembre 2008

Non si vede la luce o la fine come di si voglia!
La febbre è sempre lì: non è calata di un grado
Ho preso tutti i tipi di medicinali sul mercato: niente, mi manca un rito VOODU e ho provato di tutto.
Mi sono rassegnato, comunque ho da sciegliere tra due "locali" alla moda: camera da letto, confortevole, ma molto ospedale; salone, sul divano, poco confortevole, ma psicologicamente adatto.
Il cenone sarà a base di minestrina in brodo e pollo lesso, il tutto annaffiato con "Ferrarelle" annata 2008.

Comunque BUON ANNO A TUTTI.

mercoledì 24 dicembre 2008


NATALE ACCIACCATO CON LA FEBBRE!!
BUON NATALE A TUTTI.

SPIRIT

giovedì 18 dicembre 2008

LA NONNA

Gli agenti vennero a cercarmi alle 9,20 del mattino.

Bruno, il mio principale, mi fe­ce segno di andare nel suo ufficio, e li trovai là. Erano due. Uno era tarchiato, con capelli grigi a spazzola e occhi azzurro slavato freddi e ghiacciati come il Polo Sud. L'altro era più giovane, più alto e più magro, con gli occhi ar­denti e carichi di furore del fana­tico. Era pronto a giurare che fossi stato io, avendo letto dei miei tra­scorsi. Mi odiava per il solo fatto di esistere.

Il più anziano mi mostrò la tessera ma, per quel tanto che me la lasciò vedere, avrebbe potuto anche essere quella del Sindacato dei Me­tallurgici.

- Santoni, dell'Investigativo - dis­se - Tu sei Franco Martini.

Non era una domanda ma rispo­si ugualmente.

- Già.

Fece un cenno col capo.

- An­diamo.

Con uno come me, non aveva nessun bisogno di usare riguardi. Girò sui tacchi e si avviò. Occhi Roventi, il più giovane, mi mise u­na mano sulla spalla per darmi uno spintone. Sobbalzai e mi lasciai scappare un gemito.

- Be', che c'è? - disse lui.

Mi girai, fissandolo con faccia truce per nascondere il dolore.

- Ho male al collo e alla spalla – dissi - Devo aver preso un colpo d'a­ria.

Mi venne così spontanea che io per il primo me ne meravigliai.

Mi fissò per un istante con faccia dura, poi fece schioccare le dita.

- Avanti, muoviti.

Mi mossi, seguendo Santoni. La loro macchina nera era parcheggiata di fronte in Divieto di Sosta, con il muso verso il marciapiede e la co­da verso la strada, in modo da disturbare il traffico. Occhi Roventi mi fece sedere dietro, poi andò a mettersi al volante. Nonostante il suo temperamento irascibile, guidava bene, aprendo ogni tanto la sire­na per farsi largo nel traffico. E non mi stavano portando in centro, al posto di polizia, ma a ovest, verso i sobborghi. Nessuno parlava. Ave­vano trovato la mia auto, probabil­mente. La cosa, si sa, non li aveva rallegrati di certo.

Finalmente, Occhi Roventi im­boccò un centro-negozi che aveva una di quelle aree di parcheggio che si stendono a perdita d'occhio. Di fronte a noi, facciate di vetro e alluminio luccicavano nel sole ac­cecante. Avanzammo pian pianino fino all'estremità del parcheggio e ci fermammo accanto a una macchina della polizia vicino alla quale stavano due agenti in divisa. Scorsi la mia ba­gnarola mezzo nascosta da un ce­spuglio e, al di là, un'ambulanza in sosta, con il lampeggiatore acceso. Un tale vestito di scuro, con valigetta nera, stava scendendo dalla mia auto.

Gli agenti in divisa videro Santoni e si misero svogliatamente sull'at­tenti. Lui, toccandomi nel gomito, mi indicò la mia macchina.

- È tua?

Per chi m'aveva preso?

- Sì, è la mia. Qualcuno me l'ha rubata, ieri sera.

Occhi Roventi rise.

- Ah, ah, sentitelo! Dice che gli era stata ru­bata.

Improvvisamente sentii che il colletto mi soffocava ma non mi vol­tai. Mi rivolsi ad Santoni.

- Ho de­nunciato il furto questa mattina, verso le sette e mezzo. La mia chia­mata l'ha presa un certo Marchi

I suoi occhi rimasero gelidi, an­che se ora mostravano un vago in­teresse. Evidentemente, la cosa gli giungeva nuova. Si girò verso l'al­tro e gli fece un segno con la testa. Occhi Roventi si allontanò per con­trollare.

- Rubata da dove? - volle sapere Santoni.

- L'avevo parcheggiata in fondo alla strada, nella via dove abita mia nonna. Ho passato la notte, in casa di mia nonna.

Si sforzava di mantenere gelido lo sguardo ma, suo malgrado, co­minciava ad apparire un po' incer­to. Una nonna, ci mancava.

- Da tua nonna? Perché, tu non hai una casa?

- Sicuro che ho una casa. Solo che, due o tre volte alla settimana, vado a trovare mia nonna e, qual­che volta, mi fermo a dormire da lei.

L'uomo vestito di scuro, con la valigetta nera, toccò un braccio di Santoni.

- È stato tra le due e le quattro, Santoni. Per il momento, non posso essere più preciso di così.

- Grazie. – assentì Santoni

Valigetta Nera se ne andò e Santoni tornò a dedicarmi la sua at­tenzione.

- Tanto per la cronaca, Martini, dov'eri tra le due e le quat­tro di stamattina?

- Ve l'ho detto, no? A casa di mia nonna. Dormivo. Insomma, vi dispiacerebbe dirmi di che si trat­ta?

Sospirò e agitò il braccio verso il lato opposto del parcheggio.

- Sta­mattina presto, laggiù, c'è stata una rapina in un ufficio di postale. Poi, un paio d'ore fa, ci hanno telefona­to a proposito della tua auto. Siamo sicuri che esiste un nesso tra le due cose.

- Che cosa significa, "hanno tele­fonato a proposito della mia auto"? Di che cosa state parlando?

- Guarda dentro il tuo macini­no, Martini. Sul sedile anteriore. E attento a dove metti i piedi. Pare che ci sia stata una bella zuffa.

Quando aggirai il cespuglio per andare verso la mia macchina, ca­pii di che cosa stava parlando. Chiazze e rivoli di sangue erano sparsi sull'asfalto e perfino sull'erba lì vicino. E, sul sedile anteriore, c'e­ra riverso un individuo, ormai mor­to stecchito. Un piccoletto con i ca­pelli neri, occhi e bocca spalancati e un manico di coltello che gli spun­tava proprio dallo stomaco. Doveva averci messo un bel pezzo a morire, perché c'era una quantità di sangue su tutto il sedile anteriore e sul pa­vimento. C'era sangue perfino sul cruscotto e sul volante.

- Chi era, Martini? - Occhi Ro­venti si era avvicinato e mi stava alle spalle.

Ma se s'illudeva di cogliermi alla sprovvista, era scemo forte.

- E chi lo sa! Non l'ho mai visto in vita mia.

- Si chiamava Emilio Paradisi. Ti dice niente? Un delinquente da strapazzo, proprio come te. E aveva frequentato la tua stessa suola.

Alzai le spalle.

- Era una grossa suola, e io non conoscevo mica tutti. E poi, sono cose di tre anni fa, e adesso non sono più un delin­quente, per vostra norma. E le mie impronte non le troverete di certo, su quel coltello.

Santoni riprese le redini della situa­zione.

- A che ora sei arrivato a ca­sa di tua nonna, Martini?

- Poco prima delle undici. Ab­biamo mangiato un po' di torta, poi abbiamo guardato la TV e abbia­mo fatto anche una partitina. Sia­mo stati su fin verso la una, poi io sono andato a letto.

- E tua nonna a che ora è anda­ta a letto?

Accennai una stretta di spalle.

- Non saprei. Dopo di me, in ogni modo. Ha quasi ottant'anni e cerca ancora di fare tutto da sé, in casa. Ma si stanca facilmente, così durante il giorno ogni tanto addormenta. Poi, si lamenta perché di notte non può dormire. Dice che ha l'insonnia.

- Andiamo da tua nonna e con­trolliamo, eh?

- Per voi è la signora Brandi - dissi, tanto per fargli capire che con lei non poteva usare gli stessi modi che usava con me.

Il tragitto di ritorno si svolse in silenzio, proprio come quello dì an­data. Solo che, a questo punto, non erano più tanto sicuri del fatto lo­ro. Dopo aver fatto il giro dell'iso­lato senza poter trovare posto per la macchina, Occhi Roventi parcheg­giò proprio davanti al portone di mia nonna in doppia fila.

Schiacciai il campanello, mentre loro due mi stavano quasi addosso in cima ai gradini. Pochi secondi dopo la porta si aprì e mia nonna mi guardò con i suoi vivacissimi oc­chi castani.

- Ciao, Franco. Già di ritorno? Hanno trovato la tua... - s'inter­ruppe nel vedere i due dietro di me.

- Sì, nonna, hanno trovato la mia auto.

Entrammo nel soggior­no.

- Questi due signori sono della polizia, nonna, e vogliono parlare con te a proposito...

- Lascia parlare noi, Martini - interruppe Santoni.

Fece un cenno a Occhi Roventi e agitò una mano.

- Portatelo in cucina. E chiudi la porta

Andammo in cucina, dove io mi diedi da fare per mettere a scalda­re l'acqua per il té. Alla nonna, e a me il té piaceva. Occhi Roventi e io non trovavamo argomenti su cui conversare. I tipi come lui e quelli come me difficilmente ne hanno, in comune.

La porta di cucina si aprì pro­prio quando l'acqua cominciava a bollire.

- Oh, stai pre­parando il té. Che caro! Volete una tazza di té, signor Santoni? – disse mia monna

Santoni scosse la testa e si rivolse a Occhi Roventi

- Andiamo.

Poi, mi avvolse in un'occhiata lunga e penetrante.

- Troviamo da noi la strada.

La nonna li accompagnò all'u­scio, in ogni modo, e aspettò finché non vide partire la macchina. Quando rientrò, il té era pronto e io ero seduto al tavolo di cucina. Lei mandò giù qualche sorso e so­spirò, soddisfatta.

- Che cosa gli. hai detto? - do­mandai

- Solo quello che è accaduto, caro. Che sei andato a letto verso la una meno un quarto e che io mi sono coricata alle tre, dopo essere venuta a vedere se dormivi. E dormivi come un angelo, gliel'ho detto. E gli ho spiegato che soffro d'insonnia. Non fare quella faccia preoccupata, caro.

- Mah, non so. Santoni è un segugio. Non molla tanto facilmen­te la preda.

- Ma sì che la mollerà, caro. So­prattutto quando non troverà nes­suna prova contro di te.

Assentii distrattamente, ancora preoccupato.

- Come va la spalla, caro?

- Bene. Mi duole ancora, ma cre­do che vada bene.

- Meno male che facevo l'infer­miera, una volta. Però, caro, sono sempre del parere che occorrerebbe­ro alcuni punti. – sospirò - È un vero peccato che fosse un tipo così avido.

- Avido? Ah, stai parlando di Parisi.

- Sì. Aggredirti con quel coltello, per prendersi lui tutto il denaro.

- Sì, è stata una vera sorpresa.

- Ma tu non sei un individuo avido, vero, Franco?

- Avido? Io?

- Sì, Franco. Quel simpatico inve­stigatore mi ha detto molte cose. Credevi che non sarei venuta a sa­perlo, eh? La rapina ti ha fruttato duecento mila euro, non cinquantamila. E la mia insonnia ti costa il cinquanta per cento, ricordi?

- Sì, nonna. - sospirai

martedì 16 dicembre 2008

Un pò di divertimento con l'ELFO DI NATALE !!!

http://elfyourself.jibjab.com/view/s9wvlumhRVzDRaVa

lunedì 1 dicembre 2008

A gentile richiesta!

http://www.makemesuper.com/r.php?i=9_eb861-161356-m-Ricky

giovedì 27 novembre 2008

Giornata "no"

Che la giornata sarebbe stata “no” ne ebbi la consapevolezza già dal suono della sveglia. Infatti il suono fu fastidioso, come del resto tutte le mattine, ma mercoledì mattina fu particolarmente fastidioso. Feci quello che di solito non faccio: spegnerla al primo bip.
E là che mi fregai! Morfeo mi riprese tra le sue braccia.
Al risveglio l’occhio andò al display: 8:00!
Gli eventi successivi furono un misto tra “Mamma ho perso l’aereo” e il coniglio di “Alice nel paese delle meraviglie”: giravo per casa ripetendomi: “E’ tardi, è tardi!”
La giornata in ufficio non fu da meno.
I computers non ebbero nessuna intenzione di collegarsi tra di loro: era saltata la connessione di rete. Persi mezza mattinata per ripristinare il tutto.
La persona che mi aveva commissionato il progetto di una villetta, ormai finito e in consegna, mi telefonò verso l’ora di pranzo dicendomi: “ … sa mia moglie e mia figlia avrebbero apportato dei piccoli cambiamenti …”. Quei “piccoli“cambiamenti avrebbero stravolto il 50% del progetto … altre notti insonni!
Il contenitore del pranzo, messo sul termosifone per riscaldarlo, risultò vuoto! (Tra due contenitori uguali, per il calcolo delle probabilità e per la legge di Murphy, si prende sempre quello vuoto!).
Il ritardo della mattina si ripercosse sull’intera giornata, perciò invece di uscire alle 18:00 uscii alle 19:30.
A casa per rilassarmi e concedermi qualche minuto di relax mi misi su messenger e mentre stavo per rispondere ad una connessione saltò la luce! Buio completo in tutto il palazzo.
Ritorno al passato: senza riscaldamento, cena a lume di candela e dopo cena a leggere un libro, sempre con candela.
Prima di andare a letto ritirata fuori la vecchia sveglia a carica … ticchettio che mi ha accompagnato tutta la notte fino a questa mattina.

venerdì 24 ottobre 2008

Pensieri

Ieri ascoltando l’incidente occorso ai militari italiani, precipitati con l’elicottero, un turbinio di pensieri si sono affollati nella mia mente: cosa hanno provato quando l’elicottero cadeva? Quali pensieri hanno fatto? Cosa avrei provato io?
Allora il mio pensiero si è spostato sulla morte. Intorno a noi vediamo gente che muore per incidente, per malattia o perché è arrivata al capolinea. Ma cosa succede realmente? In quel momento stai pensando a qualcosa … cosa succede si spegne tutto come un televisore … e poi! Non lo sapremo mai. E’ l’unica esperienza che non si può trasmettere. E’ personale. E’ tutta nostra e di nessuno. Poi ho spostato l’attenzione su di me e ho iniziato a fare quei conti bislacchi assurdi e allucinanti: io adesso ho questa età potrei vivere altri tot anni … ma sarò pronto? Perché non danno un manuale di istruzione che ti accompagna nelle varie fasi della vita?
Che pensieri!
Scusatemi, ma dovevo esternare.
Ripensandoci due sono le cose: o ho mangiato pesante ieri sera o devo cambiare pusher!

mercoledì 22 ottobre 2008

breve racconto

Sto scappando in una notte di maggio, con le lucciole che mi indicano la strada in cerca di un altro paese da cui fuggire. Una vita da braccato. Insultato, sputato addosso nei giorni di fiera, quasi bruciato al posto dei fantocci di paglia alle loro feste pagane, eppure sono indispensabile e continuo a scappare per trovare un altro posto da cui farmi cacciare a calci, col terrore di sbagliare strada e tornare in un paese già visitato, perché non puoi tornare due volte nello stesso posto è contro le regole. Pregando di trovare posti sempre nuovi con gente ancora più cattiva: più sono cattivi più sono contenti di vedermi, ma devo stare attento, perché ci sono anche gli esaltati che ti prendono sul serio. Non capiscono il senso tutto simbolico della faccenda e credono sia davvero io quello che gli ha ammazzato il cognato e sverginato la figlia; che sia davvero io a mandare la grandine che gli distrugge i campi, che li fa bere la sera per la disperazione, che picchiano la moglie che gli mette le corna. In genere quando mi cacciano via fanno una cosa fatta bene, uno spettacolo bellissimo a volte partecipa anche il prete, che non scopa ed è il più incazzato di tutti. Al momento fissato mentre io cammino tranquillo tranquillo, col naso per aria come un turista, qualcuno mi addita all'improvviso, tipo predicatore del deserto, e grida: è lui, è lui che ci fa ammalare che ci fa soffrire che ci fa perdere il lavoro e compagnia cantando. Allora tutti mi danno addosso e mi spintonano, e mi sputano, e cane, e figlio di puttana e, secondo i patti, le devo anche prendere un pochino sennò non si divertono, ma non troppo. Niente lesioni gravi. Poi mi buttano fuori; poco ci manca che a partecipare non ci portano pure la banda e la statua del santo patrono. Per i soldi ci vado qualche giorno prima, dal sindaco con una specie di salvacondotto. Il bello è che mi guarda come se fossi una montagna di merda, poi me li fa dare dal più sfigato fuori dal paese, dopo che hanno avuto il loro divertimento. Stavolta l'ho fatta grossa per questo sto scappando di notte, senza show e senza denaro, in mezzo alle lucciole. A volte finisce che torno in un posto dove sono già stato e se fate quello che faccio io è l'errore peggiore. La cosa è da evitare, perché se torno io è come se gli ributtassi in faccia tutta la loro merda, è come se gli svelassi il trucco. Loro mi pagano proprio per questo per non farmi più vedere per scomparire dalla faccia della loro piccola terra. Non so se questa sia vita, ma io ci campo da anni così. Io sfrutto cose che non finiscono mai: l'odio e la miseria umana della gente.
Di mestiere faccio il “capro espiatorio”.

martedì 14 ottobre 2008

E con questo capitolo il romanzo/giallo è finito … a parte il titolo, che sinceramente non ho ancora trovato.
Spero sia piaciuto e mi scuserete per gli errori e le eventuali inesattezze che ho commesso durante la stesura, ma come ho detto all’inizio è stato iniziato tanto tempo fa e tra tagli e inserimenti di nuove situazioni qualcosa si è perso … nella penna.
Accetterò qualsiasi commento facciate, positivi o negativi che siano, in modo tale da poter migliorare quando, forse, scriverò un altro romanzo/giallo con l’investigatore privato Rolando Alfonsi.
TRENTASEI

La raggiunsi in fondo al corridoio mentre tentava di aprire la porta col lucchetto. Era la seconda volta che in mia presenza aveva dei guai con una serratura. Glielo ricordai. Si voltò a guardarmi.
- Non parliamo più dell'altra notte. Fa parte del passato ed è tutto così lontano che non ricordo nemmeno il tuo nome.
- Pensavo che fossimo amici.
- Anch'io. Ma tu hai rovinato tutto.
Apri la porta e andammo nel suo studio. Per prima cosa prese una borsetta dal cassetto e la depose sulla scrivania. Era pronta per andarsene.
- Lascio Raffaele e non pensare che possa venire con te. Non ti piaccio abbastanza.
- Perché pretendi sempre di sapere i pensieri degli altri?
- Va bene... sono io che non mi piaccio abbastanza. - Si guardò attorno. - Non mi va di fare i soldi sulla sofferenza della gente. Sai cosa voglio dire?
- Dovrei, visto che anch'io vivo così.
- Ma tu non lo fai per denaro, vero?
- Cerco di non farlo. Però quando il tuo reddito supera un certo punto, perdi il criterio dì valutazione. Improvvisamente, gli altri non sembrano più esseri umani.
- Questo è successo a Raffaele, ma non permetterò certamente che succeda a me. Tornerò a lavorare come assistente sociale, in fondo è lavoro che amo. Non sono mai stata più felice di quando vivevo a in una sola camera.
- Vicino a Simone?
- Sì.
- Simone era Lorenzo Mori, naturalmente.
Annuì.
- E l'altra ragazza con cui si mise era Irene...
- Sì, ma allora si chiamava Rita Franchi.
- Come lo sai?
- Me lo disse Simone. L'aveva conosciuta a un ricevimento a Viterbo, un paio di anni prima. Poi un giorno lei entrò nell'Ufficio postale dove lui lavorava. Simone rimase sconvolto da questo incontro e ora posso capire perché. Temeva che il suo segreto trapelasse e che sua madre potesse venire a sapere che lui era un impiegato delle poste e non uno studente di un collegio rinomato.
- Tu eri al corrente dell'inganno?
- Certo, sapevo che stava vivendo una vita fantastica, ma non sapevo di sua madre... ci son cose che non ha detto mai nemmeno a me.
- E cosa ti ha detto di Rita Franchi?
- Abbastanza. Viveva con un uomo molto più anziano di lei, che la teneva nascosta allo Stabilimento Carmen.
- Enrico Mieli?
- Così sì chiamava? Tutti i nodi vengono al pettine, vero? Non mi ero resa conto di quanto fossi coinvolta con la vita e con la morte. Credo che ce ne rendiamo conto soltanto dopo. Comunque, Rita passò a Simone, ma io non me la presi molto. Mi ero logorata accanto a lui, e quasi desideravo che si trovasse una altra donna.
- Quello che non capisco è come tu abbia potuto interessarti a lui per più di due anni. E come una donna come sua moglie abbia potuto innamorarsi di lui.
- Le donne non sempre cercano la solidità, Simone aveva una folle vena psicotica.
- Coltiverò la mia folle vena psicotica. Ma devo dire che Mori la nasconde molto bene.
- È più vecchio e sempre sotto tranquillanti.
- Nebutal?
- Vedo che sei andato all'osso.
- Fino a che punto è malato?
- Senza medicine e terapia di appoggio, dovrebbe probabilmente essere ricoverato. Ma con tutti questi aiuti, riesce a condurre una vita abbastanza equilibrata.
- È pericoloso, Moira?
- Potrebbe esserlo, in certe circostanze.
- Per esempio, se qualcuno scoprisse che è un simulatore?
- Forse.
- Adesso non fai che dire «forse». È stato per venticinque anni paziente di tuo marito, dovrai pur sapere qualcosa di lui.
- Sappiamo molte cose, ma il rapporto medico-paziente richiede una certa segretezza.
- Non calchiamo troppo su questo fatto! È un principio che non si può applicare quando il paziente commette dei delitti, o potrebbe commetterli. Voglio sapere se tu e tuo marito pensate che Mori costituisca un pericolo per Nick.
- Che genere di pericolo? - domandò a sua volta, scansando la domanda.
- Pericolo mortale. E voi sapete che è pericoloso per Nick, vero?
Non mi rispose. Cominciò a staccare i quadri dalle pareti e ad ammucchiarli sulla scrivania. Simbolicamente sembrava che stesse smantellando la clinica.
Bussarono alla porta. Era la segretaria.
- La signorina Orazi vorrebbe parlare con il signor Alfonsi. Posso farla entrare?
- Vengo io - dissi.
La segretaria guardò le pareti spoglie.
- Che fine hanno fatto i quadri?
- Me ne vado. Potresti aiutarmi?
- Con piacere, signora Sandri.
Betty mi aspettava nell'atrio. Era molto eccitata.
- Il laboratorio ha detto che si tratta in prevalenza di Nembutal, ma non possono dire in quale dose senza un ulteriore esame.
- Non sono affatto sorpreso.
- Cosa significa, signor Alfonsi?
- Significa che Nick, dopo aver preso le pillole, si trovava sul sedile posteriore della Rolls-Royce di famiglia. Ha vomitato e questo gli ha salvato la vita.
- Come sta?
- Abbastanza bene. Gli ho appena parlato.
- Posso vederlo?
- Non dipende da me. Ora con lui ci sono sua madre e tuo padre.
- Aspetterò.
Aspettammo assieme, immersi ognuno nei propri pensieri. Io avevo bisogno di calma. Il mosaico si stava componendo nella mia mente.
Arrivarono Irene Mori e Orazi. La donna camminava appoggiandosi al braccio dell'avvocato. Aveva trasferito il suo peso da Mori a Orazi, come una volta aveva fatto da Enrico Mieli a Mori.
Orazi vide la figlia. I suoi occhi ebbero un guizzo nervoso, ma non si staccò da Irene. Betty li guardò con l'aria di «così è se vi pare».
- Ciao, papà. Buon giorno, signora Mori. Ho saputo che Nick sta molto meglio.
- Sì, infatti - - rispose l'avvocato.
- Gli posso parlare un attimo?
Orazi esitò. Guardò prima me e poi sua figlia.
- Lo chiederemo al dottor Sandri - rispose prudentemente.
Condusse Betty al di là della porta, che chiuse dietro di sé.
Rimasi solo con Irene Mori. Mi guardò con la speranza che non dicessi niente.
- Dovrei farvi alcune domande, signora Mori.
- Il che non vuoi dire che io debba rispondervi.
- Una volta per tutte, signora, Enrico Mieli era il padre di Nick?
Mi guardò con una espressione ostinata.
- Probabilmente; comunque lui ne era convinto. Ma non sperate che vada a dire a Nick che ha ucciso il suo padre naturale...
- Lo sa già, e voi non potete continuare a usare Nick come paravento.
- Non capisco quello che volete dire.
- Avete taciuto i fatti riguardanti Enrico e la sua morte e l'avete fatto per la vostra salvezza, non per quella di Nick. Avete lasciato che lui portasse il peso di questa colpa e che pagasse per voi.
- Non ha pagato nulla, abbiamo sempre salvato tutto.
- E avete anche lasciato che Nick si tormentasse per quindici anni, È stato un gioco schifoso, mascherarsi dietro vostro figlio e di chiunque sia.
Abbassò il capo.
- Non ammetto niente - disse.
- Non ce n'è bisogno. Ho già abbastanza prove e testimonianze per istruire un processo contro di voi. Ho parlato con vostro padre e vostra madre, col signor Raffi e la signora Mieli. Ho parlato persino con Laura Pera.
- E chi diavolo è?
- La proprietaria dello Stabilimento Carmen.
Irene Mori si coprì il viso con le mani.
- Mi dispiace di aver messo i piedi in quella fogna. Ma voi ormai non potete fare più niente. È troppo tardi. A quel tempo ero minorenne. E qualsiasi cosa io abbia fatto allora... è caduta in prescrizione.
- Che cosa avete fatto?
- Non ho intenzione di testimoniare contro me stessa. Vi ho già detto che rivendico il mio diritto a non parlare. Giovanni Orazi tornerà tra poco, e questo è proprio il suo campo. Se voi volete essere spietato, lui lo sarà più dì voi.
Sapevo di essere su un terreno incerto. Ma questa era forse l'ultima occasione che avevo per arrivare alla signora Mori. Le sue risposte alle mie accuse, le sue mancate risposte confermavano il quadro che mi ero fatto di lei.
- Se Giovanni Orazi sapesse quello che io so di voi, non vi sfiorerebbe nemmeno con un bastoncino sterilizzato.
Questa volta non trovò la risposta. Andò a sedersi su una sedia. La seguii e mi piantai davanti a lei.
- Che fine ha fatto il denaro? - chiesi.
- Quale denaro?
- Il denaro che Enrico rubò alla banca di Raffi.
- Lo portò In Spagna. Io rimasi qui. Mi aveva promesso che sarebbe venuto a prendermi ma non l'ha mai fatto. Perciò sposai Lorenzo Mori. Ecco tutta la storia.
- Che ne ha fatto del denaro, Enrico, in Spagna?
- Ho sentito dire che lo perdette. Incappò in un paio di banditi, che lo derubarono; e questo è tutto.
- Come si chiamavano questi banditi, Rita?
- E come potrei saperlo? È soltanto una voce che ho raccolto.
- Anch'io ho raccolto una voce. Questa: i nomi dei banditi erano Lorenzo e Rita e non rubarono il denaro in Spagna. Enrico Mieli non ha mai portato quei soldi fuori dall’Italia. Voi l'avete accusato e così nessuno ha incolpato Lorenzo. E i due banditi vissero felici e contenti... sino a oggi.
- Non lo potrete mai provare! Mai!
Stava gridando, come se sperasse di poter cancellare il suono della mia voce e i rumori del passato. Orazi aprì la porta.
- Che succede? - Mi lanciò uno sguardo severo. - Cosa state cercando di provare?
- Stavamo discutendo sulla fine dei soldi di Mieli. La signora Mori è convinta che sia stato rubato da banditi in Spagna. Ma io invece sono certo che è stata lei, in società con Mori, a rubarlo a Mieli. Deve essere successo non più di due o tre giorni dopo la scoperta dell'ammanco alla banca. Mieli prese il denaro e lo portò a Civitavecchia, dove lei lo aspettava.
La signora mi guardò come se la mia ricostruzione dei fatti avesse colpito nel segno. Orazi notò il movimento dei suoi occhi.
- Rubarono una macchina - continuai - e portarono il denaro in casa della madre di lui. Era il 3 luglio 1955. Lorenzo e Rita inscenarono una rapina alla rovescia. Non fu difficile. La madre di Lorenzo era cieca e Lorenzo aveva le chiavi della casa e la combinazione della cassaforte. Depositarono il denaro in cassaforte e lo lasciarono lì.
La signora Mori si alzò, andò vicino a Orazi e gli pose una mano sul braccio.
- Non credergli. Io quella notte ero cinquanta miglia lontano.
- E Lorenzo? - domandò Orazi.
- Sì! Ha fatto tutto lui. Sua madre non usava più la cassaforte da quando era diventata cieca. E Lorenzo pensò che era il luogo più adatto per nascondere... voglio dire...
Orazi la prese per le spalle con tutt'e due le mani.
- Tu eri con Lorenzo quella notte, o no?
- Mi costrinse a seguirlo. Mi minacciò con una rivoltella.
- Quindi eri tu che guidavi e sei tu che hai ucciso mia moglie !
- Fu colpa di Lorenzo. Lei Io aveva riconosciuto. Girò lui il volante, premette lui il mio piede sull'acceleratore. Io non potevo fare nulla e la investii. Lorenzo non volle che mi fermassi finché non arrivammo a Civitavecchia.
- Questo non mi interessa - disse Orazi.- Dov'è tuo marito, ora?
- A casa. Ti ho già detto che non stava bene. È completamente svuotato.
- Ma è pericoloso! - esclamai, rivolto a Orazi. - Credete che sia meglio telefonare a La Torre?
- No, finché non avremo avuto l'opportunità di parlare a Mori. Voi venite con me e anche tu... signora Mori,
Ancora una volta la donna sedette alla guida della Rolls-Royce.
- L'altra mattina - domandai, mentre correvamo sull'autostrada - quando Nick prese tutte quelle pillole, voi dove eravate?
- A letto a dormire. Anch'io avevo preso un paio di pillole, la sera prima.
- Anche vostro marito era a letto?
- Non saprei. Abbiamo camere separate.
- Quando smise di fare la guardia a Nick?
- Poco dopo che ve ne eravate andato, quella mattina.
- E salì in macchina?
- Sì.
- Dove andò?
- A fare un giro, credo. Quando è eccitato, va in giro a casaccio, poi sta seduto muto come un pesce per una settimana.
- Andò a Civitavecchia, signora Mori. E ho la prova che portò con sé anche Nick: Nick, che giaceva in stato di incoscienza sul sedile posteriore della Rolls-Royce.
- Questo non ha senso!
- Ho paura di sì, invece. Quando Nick saltò dalla finestra del bagno, vostro marito lo bloccò in giardino, lo colpì alla testa con qualche arnese e lo nascose sulla macchina, finché non fu pronto per partire.
- Perché avrebbe dovuto fare una cosa simile a suo figlio?
- Nick non è suo figlio, è il figlio di Enrico Mieli, e vostro marito lo sapeva. Vi state dimenticando la storia della vostra vita, signora Mori.
- Già, vorrei tanto.
- Nick sapeva o sospettava di chi era figlio. Comunque, stava cercando di arrivare alla verità sulla morte di Enrico Mieli. E ci era andato molto vicino.
- Nick stesso ha sparato a Mieli.
- Questo lo sappiamo tutti; ma Nick non mise le mani del morto nella brace per cancellare le impronte. Questo è un gesto che richiede la forza di un adulto... e le motivazioni di un adulto. Nick non nascose la rivoltella per usarla contro Sandro Pesce quindici anni dopo. Nick non ha. ucciso Claudia Grazioli, benché vostro marito abbia fatto di tutto per incriminarlo. Per questo l'ha portato a Civitavecchia.
- Lorenzo avrebbe uccìso tutta questa gente? - chiese la donna con una sorta di timore,
- Temo di sì.
- Ma perché?
- Sapevano troppo su lui. Era un uomo malato che voleva proteggere le sue fantasie.
- Fantasie?
- Il mondo che s'era inventato.
- Capisco quello che intendete.
Dietro di noi, ai piedi della città, il sole a! tramonto si rifletteva con rossi bagliori sulle nuvole. In quella strana luce, casa Mori sembrava uscire da un sogno, come un castello appartenente a un passato che non era mai esistito.
L'ingresso era aperto. Entrammo. La signora Mori chiamò il marito.
- Lorenzo!
Nessuno rispose.
Dal corridoio che conduceva al resto della casa apparve Emilio.
- Dov'è?
- Non lo so, signora. Mi ha ordinato di stare in cucina.
- Gli avete detto che ho frugato nella Rolls-Royce? - domandai.
Emilio schivò il mio sguardo, e non rispose.
La signora Mori era salita su una breve rampa di scale che portava allo studio. Bussò a più riprese, ma non ottenne risposta.
- È qui - gridò. - Dovete tirarlo fuori ! Si starà facendo del male!
La scostai da un Iato e provai ad aprire. L'uscio era chiuso a chiave. Al dì là c'era un pauroso silenzio.
Emilio arrivò dalla cucina con un cacciavite e un martello. Li usò per forzare la porta dello studio.
Chalmers era seduto sulla sedia girevole del giudice, il capo stranamente inclinato da un lato. Il sangue che gli usciva dalla gola tagliata era corso giù lungo la camicia bianca. Un vecchio rasoio giaceva aperto accanto alla sua mano.
Irene Mori indietreggiò, come se quel corpo inerte potesse emettere radiazioni mortali.
- Sapevo che l'avrebbe fatto. Voleva farlo il giorno che quelli entrarono dalla porta d'ingresso.
- Chi entrò dalla porta d'ingresso ? - domandai.
- Claudia Grazioli e quell'uomo tutto muscoli con il quale andava in giro, Sandro Pesce. Io sbattei loro la porta in faccia ma sapevo che sarebbero tornati. E anche Lorenzo lo sapeva. Così, prese la rivoltella di Enrico che aveva custodito nella cassaforte per tutti questi anni. Voleva uccidere me e poi suicidarsi. Il dottor Sandri e io lo convincemmo a fare un viaggetto a Capalbio.
- Avresti dovuto lasciare che si ammazzasse - commentò Orazi.
- E che ammazzasse anche me? Non ero ancora pronta per morire e non lo sono tuttora. - Poi si rivolse a Orazi. - Senti, sei ancora il mio avvocato? Hai detto che lo eri.
Orazi scosse il capo. I suoi occhi sembravano guardare, attraverso lei e al di là di lei, un triste passato e uno squallido futuro.
- Non puoi rimangiarti la parola - insistette lei - o forse credi che non abbia sofferto abbastanza? Mi dispiace per tua moglie. Ancora adesso mi sveglio di notte e la vedo in mezzo alla strada, povera donna, che giaceva lì come un ammasso di stracci.
Orazi la colpì in pieno viso col dorso della mano. Un leggero rivolo di sangue le uscì dalla bocca e disegnò una linea sul suo mento, come una venatura sul marmo.
Mi misi tra i due perché Orazi la colpisse ancora. Non avrebbe dovuto farlo. La donna prese coraggio dal mio gesto.
- Non devi farmi male, Giovanni. Mi sento già abbastanza vinta. Tutta la mia vita era qui, è stato come vivere in una casa abitata dagli spettri. La prima volta che ci entrai, mentre eravamo qui nello studio a mettere i pacchetti di soldi nella cassaforte... comparve come dal nulla la vecchia cieca madre di Lorenzo: «Sei tu, Simone? » disse. Non so come avesse fatto a capire. Mi fece rabbrividire.
- Cosa accadde allora?
- Lorenzo la riaccompagnò in camera e le parlò. Non mi volle riferire che cosa le aveva detto, ma da quel giorno la donna non ci diede più fastidio.
- Estelle non ne parlò mai - mi disse Orazi. - Morì senza parlarne con nessuno.
- Ora però sappiamo di cosa morì. Aveva scoperto che cosa era diventato suo figlio.
Come se mi avesse sentito, il morto sembrò drizzare il capo, in un atteggiamento di rigido imbarazzo. La sua vedova si avvicinò a lui come una sonnambula e gli passò una mano sui capelli.
Mentre Orazi telefonava alla polizia, mi avviai verso la porta, dovevo ancora chiarire alcune cose con una assistente sociale.

FINE