Ieri ascoltando l’incidente occorso ai militari italiani, precipitati con l’elicottero, un turbinio di pensieri si sono affollati nella mia mente: cosa hanno provato quando l’elicottero cadeva? Quali pensieri hanno fatto? Cosa avrei provato io?
Allora il mio pensiero si è spostato sulla morte. Intorno a noi vediamo gente che muore per incidente, per malattia o perché è arrivata al capolinea. Ma cosa succede realmente? In quel momento stai pensando a qualcosa … cosa succede si spegne tutto come un televisore … e poi! Non lo sapremo mai. E’ l’unica esperienza che non si può trasmettere. E’ personale. E’ tutta nostra e di nessuno. Poi ho spostato l’attenzione su di me e ho iniziato a fare quei conti bislacchi assurdi e allucinanti: io adesso ho questa età potrei vivere altri tot anni … ma sarò pronto? Perché non danno un manuale di istruzione che ti accompagna nelle varie fasi della vita?
Che pensieri!
Scusatemi, ma dovevo esternare.
Ripensandoci due sono le cose: o ho mangiato pesante ieri sera o devo cambiare pusher!
"... per tutti quei "naviganti" che vogliono attraccare per scambiare sensazioni, gioie, dolori e quant’altro”
venerdì 24 ottobre 2008
mercoledì 22 ottobre 2008
breve racconto
Sto scappando in una notte di maggio, con le lucciole che mi indicano la strada in cerca di un altro paese da cui fuggire. Una vita da braccato. Insultato, sputato addosso nei giorni di fiera, quasi bruciato al posto dei fantocci di paglia alle loro feste pagane, eppure sono indispensabile e continuo a scappare per trovare un altro posto da cui farmi cacciare a calci, col terrore di sbagliare strada e tornare in un paese già visitato, perché non puoi tornare due volte nello stesso posto è contro le regole. Pregando di trovare posti sempre nuovi con gente ancora più cattiva: più sono cattivi più sono contenti di vedermi, ma devo stare attento, perché ci sono anche gli esaltati che ti prendono sul serio. Non capiscono il senso tutto simbolico della faccenda e credono sia davvero io quello che gli ha ammazzato il cognato e sverginato la figlia; che sia davvero io a mandare la grandine che gli distrugge i campi, che li fa bere la sera per la disperazione, che picchiano la moglie che gli mette le corna. In genere quando mi cacciano via fanno una cosa fatta bene, uno spettacolo bellissimo a volte partecipa anche il prete, che non scopa ed è il più incazzato di tutti. Al momento fissato mentre io cammino tranquillo tranquillo, col naso per aria come un turista, qualcuno mi addita all'improvviso, tipo predicatore del deserto, e grida: è lui, è lui che ci fa ammalare che ci fa soffrire che ci fa perdere il lavoro e compagnia cantando. Allora tutti mi danno addosso e mi spintonano, e mi sputano, e cane, e figlio di puttana e, secondo i patti, le devo anche prendere un pochino sennò non si divertono, ma non troppo. Niente lesioni gravi. Poi mi buttano fuori; poco ci manca che a partecipare non ci portano pure la banda e la statua del santo patrono. Per i soldi ci vado qualche giorno prima, dal sindaco con una specie di salvacondotto. Il bello è che mi guarda come se fossi una montagna di merda, poi me li fa dare dal più sfigato fuori dal paese, dopo che hanno avuto il loro divertimento. Stavolta l'ho fatta grossa per questo sto scappando di notte, senza show e senza denaro, in mezzo alle lucciole. A volte finisce che torno in un posto dove sono già stato e se fate quello che faccio io è l'errore peggiore. La cosa è da evitare, perché se torno io è come se gli ributtassi in faccia tutta la loro merda, è come se gli svelassi il trucco. Loro mi pagano proprio per questo per non farmi più vedere per scomparire dalla faccia della loro piccola terra. Non so se questa sia vita, ma io ci campo da anni così. Io sfrutto cose che non finiscono mai: l'odio e la miseria umana della gente.
Di mestiere faccio il “capro espiatorio”.
Di mestiere faccio il “capro espiatorio”.
martedì 14 ottobre 2008
E con questo capitolo il romanzo/giallo è finito … a parte il titolo, che sinceramente non ho ancora trovato.
Spero sia piaciuto e mi scuserete per gli errori e le eventuali inesattezze che ho commesso durante la stesura, ma come ho detto all’inizio è stato iniziato tanto tempo fa e tra tagli e inserimenti di nuove situazioni qualcosa si è perso … nella penna.
Accetterò qualsiasi commento facciate, positivi o negativi che siano, in modo tale da poter migliorare quando, forse, scriverò un altro romanzo/giallo con l’investigatore privato Rolando Alfonsi.
Spero sia piaciuto e mi scuserete per gli errori e le eventuali inesattezze che ho commesso durante la stesura, ma come ho detto all’inizio è stato iniziato tanto tempo fa e tra tagli e inserimenti di nuove situazioni qualcosa si è perso … nella penna.
Accetterò qualsiasi commento facciate, positivi o negativi che siano, in modo tale da poter migliorare quando, forse, scriverò un altro romanzo/giallo con l’investigatore privato Rolando Alfonsi.
TRENTASEI
La raggiunsi in fondo al corridoio mentre tentava di aprire la porta col lucchetto. Era la seconda volta che in mia presenza aveva dei guai con una serratura. Glielo ricordai. Si voltò a guardarmi.
- Non parliamo più dell'altra notte. Fa parte del passato ed è tutto così lontano che non ricordo nemmeno il tuo nome.
- Pensavo che fossimo amici.
- Anch'io. Ma tu hai rovinato tutto.
Apri la porta e andammo nel suo studio. Per prima cosa prese una borsetta dal cassetto e la depose sulla scrivania. Era pronta per andarsene.
- Lascio Raffaele e non pensare che possa venire con te. Non ti piaccio abbastanza.
- Perché pretendi sempre di sapere i pensieri degli altri?
- Va bene... sono io che non mi piaccio abbastanza. - Si guardò attorno. - Non mi va di fare i soldi sulla sofferenza della gente. Sai cosa voglio dire?
- Dovrei, visto che anch'io vivo così.
- Ma tu non lo fai per denaro, vero?
- Cerco di non farlo. Però quando il tuo reddito supera un certo punto, perdi il criterio dì valutazione. Improvvisamente, gli altri non sembrano più esseri umani.
- Questo è successo a Raffaele, ma non permetterò certamente che succeda a me. Tornerò a lavorare come assistente sociale, in fondo è lavoro che amo. Non sono mai stata più felice di quando vivevo a in una sola camera.
- Vicino a Simone?
- Sì.
- Simone era Lorenzo Mori, naturalmente.
Annuì.
- E l'altra ragazza con cui si mise era Irene...
- Sì, ma allora si chiamava Rita Franchi.
- Come lo sai?
- Me lo disse Simone. L'aveva conosciuta a un ricevimento a Viterbo, un paio di anni prima. Poi un giorno lei entrò nell'Ufficio postale dove lui lavorava. Simone rimase sconvolto da questo incontro e ora posso capire perché. Temeva che il suo segreto trapelasse e che sua madre potesse venire a sapere che lui era un impiegato delle poste e non uno studente di un collegio rinomato.
- Tu eri al corrente dell'inganno?
- Certo, sapevo che stava vivendo una vita fantastica, ma non sapevo di sua madre... ci son cose che non ha detto mai nemmeno a me.
- E cosa ti ha detto di Rita Franchi?
- Abbastanza. Viveva con un uomo molto più anziano di lei, che la teneva nascosta allo Stabilimento Carmen.
- Enrico Mieli?
- Così sì chiamava? Tutti i nodi vengono al pettine, vero? Non mi ero resa conto di quanto fossi coinvolta con la vita e con la morte. Credo che ce ne rendiamo conto soltanto dopo. Comunque, Rita passò a Simone, ma io non me la presi molto. Mi ero logorata accanto a lui, e quasi desideravo che si trovasse una altra donna.
- Quello che non capisco è come tu abbia potuto interessarti a lui per più di due anni. E come una donna come sua moglie abbia potuto innamorarsi di lui.
- Le donne non sempre cercano la solidità, Simone aveva una folle vena psicotica.
- Coltiverò la mia folle vena psicotica. Ma devo dire che Mori la nasconde molto bene.
- È più vecchio e sempre sotto tranquillanti.
- Nebutal?
- Vedo che sei andato all'osso.
- Fino a che punto è malato?
- Senza medicine e terapia di appoggio, dovrebbe probabilmente essere ricoverato. Ma con tutti questi aiuti, riesce a condurre una vita abbastanza equilibrata.
- È pericoloso, Moira?
- Potrebbe esserlo, in certe circostanze.
- Per esempio, se qualcuno scoprisse che è un simulatore?
- Forse.
- Adesso non fai che dire «forse». È stato per venticinque anni paziente di tuo marito, dovrai pur sapere qualcosa di lui.
- Sappiamo molte cose, ma il rapporto medico-paziente richiede una certa segretezza.
- Non calchiamo troppo su questo fatto! È un principio che non si può applicare quando il paziente commette dei delitti, o potrebbe commetterli. Voglio sapere se tu e tuo marito pensate che Mori costituisca un pericolo per Nick.
- Che genere di pericolo? - domandò a sua volta, scansando la domanda.
- Pericolo mortale. E voi sapete che è pericoloso per Nick, vero?
Non mi rispose. Cominciò a staccare i quadri dalle pareti e ad ammucchiarli sulla scrivania. Simbolicamente sembrava che stesse smantellando la clinica.
Bussarono alla porta. Era la segretaria.
- La signorina Orazi vorrebbe parlare con il signor Alfonsi. Posso farla entrare?
- Vengo io - dissi.
La segretaria guardò le pareti spoglie.
- Che fine hanno fatto i quadri?
- Me ne vado. Potresti aiutarmi?
- Con piacere, signora Sandri.
Betty mi aspettava nell'atrio. Era molto eccitata.
- Il laboratorio ha detto che si tratta in prevalenza di Nembutal, ma non possono dire in quale dose senza un ulteriore esame.
- Non sono affatto sorpreso.
- Cosa significa, signor Alfonsi?
- Significa che Nick, dopo aver preso le pillole, si trovava sul sedile posteriore della Rolls-Royce di famiglia. Ha vomitato e questo gli ha salvato la vita.
- Come sta?
- Abbastanza bene. Gli ho appena parlato.
- Posso vederlo?
- Non dipende da me. Ora con lui ci sono sua madre e tuo padre.
- Aspetterò.
Aspettammo assieme, immersi ognuno nei propri pensieri. Io avevo bisogno di calma. Il mosaico si stava componendo nella mia mente.
Arrivarono Irene Mori e Orazi. La donna camminava appoggiandosi al braccio dell'avvocato. Aveva trasferito il suo peso da Mori a Orazi, come una volta aveva fatto da Enrico Mieli a Mori.
Orazi vide la figlia. I suoi occhi ebbero un guizzo nervoso, ma non si staccò da Irene. Betty li guardò con l'aria di «così è se vi pare».
- Ciao, papà. Buon giorno, signora Mori. Ho saputo che Nick sta molto meglio.
- Sì, infatti - - rispose l'avvocato.
- Gli posso parlare un attimo?
Orazi esitò. Guardò prima me e poi sua figlia.
- Lo chiederemo al dottor Sandri - rispose prudentemente.
Condusse Betty al di là della porta, che chiuse dietro di sé.
Rimasi solo con Irene Mori. Mi guardò con la speranza che non dicessi niente.
- Dovrei farvi alcune domande, signora Mori.
- Il che non vuoi dire che io debba rispondervi.
- Una volta per tutte, signora, Enrico Mieli era il padre di Nick?
Mi guardò con una espressione ostinata.
- Probabilmente; comunque lui ne era convinto. Ma non sperate che vada a dire a Nick che ha ucciso il suo padre naturale...
- Lo sa già, e voi non potete continuare a usare Nick come paravento.
- Non capisco quello che volete dire.
- Avete taciuto i fatti riguardanti Enrico e la sua morte e l'avete fatto per la vostra salvezza, non per quella di Nick. Avete lasciato che lui portasse il peso di questa colpa e che pagasse per voi.
- Non ha pagato nulla, abbiamo sempre salvato tutto.
- E avete anche lasciato che Nick si tormentasse per quindici anni, È stato un gioco schifoso, mascherarsi dietro vostro figlio e di chiunque sia.
Abbassò il capo.
- Non ammetto niente - disse.
- Non ce n'è bisogno. Ho già abbastanza prove e testimonianze per istruire un processo contro di voi. Ho parlato con vostro padre e vostra madre, col signor Raffi e la signora Mieli. Ho parlato persino con Laura Pera.
- E chi diavolo è?
- La proprietaria dello Stabilimento Carmen.
Irene Mori si coprì il viso con le mani.
- Mi dispiace di aver messo i piedi in quella fogna. Ma voi ormai non potete fare più niente. È troppo tardi. A quel tempo ero minorenne. E qualsiasi cosa io abbia fatto allora... è caduta in prescrizione.
- Che cosa avete fatto?
- Non ho intenzione di testimoniare contro me stessa. Vi ho già detto che rivendico il mio diritto a non parlare. Giovanni Orazi tornerà tra poco, e questo è proprio il suo campo. Se voi volete essere spietato, lui lo sarà più dì voi.
Sapevo di essere su un terreno incerto. Ma questa era forse l'ultima occasione che avevo per arrivare alla signora Mori. Le sue risposte alle mie accuse, le sue mancate risposte confermavano il quadro che mi ero fatto di lei.
- Se Giovanni Orazi sapesse quello che io so di voi, non vi sfiorerebbe nemmeno con un bastoncino sterilizzato.
Questa volta non trovò la risposta. Andò a sedersi su una sedia. La seguii e mi piantai davanti a lei.
- Che fine ha fatto il denaro? - chiesi.
- Quale denaro?
- Il denaro che Enrico rubò alla banca di Raffi.
- Lo portò In Spagna. Io rimasi qui. Mi aveva promesso che sarebbe venuto a prendermi ma non l'ha mai fatto. Perciò sposai Lorenzo Mori. Ecco tutta la storia.
- Che ne ha fatto del denaro, Enrico, in Spagna?
- Ho sentito dire che lo perdette. Incappò in un paio di banditi, che lo derubarono; e questo è tutto.
- Come si chiamavano questi banditi, Rita?
- E come potrei saperlo? È soltanto una voce che ho raccolto.
- Anch'io ho raccolto una voce. Questa: i nomi dei banditi erano Lorenzo e Rita e non rubarono il denaro in Spagna. Enrico Mieli non ha mai portato quei soldi fuori dall’Italia. Voi l'avete accusato e così nessuno ha incolpato Lorenzo. E i due banditi vissero felici e contenti... sino a oggi.
- Non lo potrete mai provare! Mai!
Stava gridando, come se sperasse di poter cancellare il suono della mia voce e i rumori del passato. Orazi aprì la porta.
- Che succede? - Mi lanciò uno sguardo severo. - Cosa state cercando di provare?
- Stavamo discutendo sulla fine dei soldi di Mieli. La signora Mori è convinta che sia stato rubato da banditi in Spagna. Ma io invece sono certo che è stata lei, in società con Mori, a rubarlo a Mieli. Deve essere successo non più di due o tre giorni dopo la scoperta dell'ammanco alla banca. Mieli prese il denaro e lo portò a Civitavecchia, dove lei lo aspettava.
La signora mi guardò come se la mia ricostruzione dei fatti avesse colpito nel segno. Orazi notò il movimento dei suoi occhi.
- Rubarono una macchina - continuai - e portarono il denaro in casa della madre di lui. Era il 3 luglio 1955. Lorenzo e Rita inscenarono una rapina alla rovescia. Non fu difficile. La madre di Lorenzo era cieca e Lorenzo aveva le chiavi della casa e la combinazione della cassaforte. Depositarono il denaro in cassaforte e lo lasciarono lì.
La signora Mori si alzò, andò vicino a Orazi e gli pose una mano sul braccio.
- Non credergli. Io quella notte ero cinquanta miglia lontano.
- E Lorenzo? - domandò Orazi.
- Sì! Ha fatto tutto lui. Sua madre non usava più la cassaforte da quando era diventata cieca. E Lorenzo pensò che era il luogo più adatto per nascondere... voglio dire...
Orazi la prese per le spalle con tutt'e due le mani.
- Tu eri con Lorenzo quella notte, o no?
- Mi costrinse a seguirlo. Mi minacciò con una rivoltella.
- Quindi eri tu che guidavi e sei tu che hai ucciso mia moglie !
- Fu colpa di Lorenzo. Lei Io aveva riconosciuto. Girò lui il volante, premette lui il mio piede sull'acceleratore. Io non potevo fare nulla e la investii. Lorenzo non volle che mi fermassi finché non arrivammo a Civitavecchia.
- Questo non mi interessa - disse Orazi.- Dov'è tuo marito, ora?
- A casa. Ti ho già detto che non stava bene. È completamente svuotato.
- Ma è pericoloso! - esclamai, rivolto a Orazi. - Credete che sia meglio telefonare a La Torre?
- No, finché non avremo avuto l'opportunità di parlare a Mori. Voi venite con me e anche tu... signora Mori,
Ancora una volta la donna sedette alla guida della Rolls-Royce.
- L'altra mattina - domandai, mentre correvamo sull'autostrada - quando Nick prese tutte quelle pillole, voi dove eravate?
- A letto a dormire. Anch'io avevo preso un paio di pillole, la sera prima.
- Anche vostro marito era a letto?
- Non saprei. Abbiamo camere separate.
- Quando smise di fare la guardia a Nick?
- Poco dopo che ve ne eravate andato, quella mattina.
- E salì in macchina?
- Sì.
- Dove andò?
- A fare un giro, credo. Quando è eccitato, va in giro a casaccio, poi sta seduto muto come un pesce per una settimana.
- Andò a Civitavecchia, signora Mori. E ho la prova che portò con sé anche Nick: Nick, che giaceva in stato di incoscienza sul sedile posteriore della Rolls-Royce.
- Questo non ha senso!
- Ho paura di sì, invece. Quando Nick saltò dalla finestra del bagno, vostro marito lo bloccò in giardino, lo colpì alla testa con qualche arnese e lo nascose sulla macchina, finché non fu pronto per partire.
- Perché avrebbe dovuto fare una cosa simile a suo figlio?
- Nick non è suo figlio, è il figlio di Enrico Mieli, e vostro marito lo sapeva. Vi state dimenticando la storia della vostra vita, signora Mori.
- Già, vorrei tanto.
- Nick sapeva o sospettava di chi era figlio. Comunque, stava cercando di arrivare alla verità sulla morte di Enrico Mieli. E ci era andato molto vicino.
- Nick stesso ha sparato a Mieli.
- Questo lo sappiamo tutti; ma Nick non mise le mani del morto nella brace per cancellare le impronte. Questo è un gesto che richiede la forza di un adulto... e le motivazioni di un adulto. Nick non nascose la rivoltella per usarla contro Sandro Pesce quindici anni dopo. Nick non ha. ucciso Claudia Grazioli, benché vostro marito abbia fatto di tutto per incriminarlo. Per questo l'ha portato a Civitavecchia.
- Lorenzo avrebbe uccìso tutta questa gente? - chiese la donna con una sorta di timore,
- Temo di sì.
- Ma perché?
- Sapevano troppo su lui. Era un uomo malato che voleva proteggere le sue fantasie.
- Fantasie?
- Il mondo che s'era inventato.
- Capisco quello che intendete.
Dietro di noi, ai piedi della città, il sole a! tramonto si rifletteva con rossi bagliori sulle nuvole. In quella strana luce, casa Mori sembrava uscire da un sogno, come un castello appartenente a un passato che non era mai esistito.
L'ingresso era aperto. Entrammo. La signora Mori chiamò il marito.
- Lorenzo!
Nessuno rispose.
Dal corridoio che conduceva al resto della casa apparve Emilio.
- Dov'è?
- Non lo so, signora. Mi ha ordinato di stare in cucina.
- Gli avete detto che ho frugato nella Rolls-Royce? - domandai.
Emilio schivò il mio sguardo, e non rispose.
La signora Mori era salita su una breve rampa di scale che portava allo studio. Bussò a più riprese, ma non ottenne risposta.
- È qui - gridò. - Dovete tirarlo fuori ! Si starà facendo del male!
La scostai da un Iato e provai ad aprire. L'uscio era chiuso a chiave. Al dì là c'era un pauroso silenzio.
Emilio arrivò dalla cucina con un cacciavite e un martello. Li usò per forzare la porta dello studio.
Chalmers era seduto sulla sedia girevole del giudice, il capo stranamente inclinato da un lato. Il sangue che gli usciva dalla gola tagliata era corso giù lungo la camicia bianca. Un vecchio rasoio giaceva aperto accanto alla sua mano.
Irene Mori indietreggiò, come se quel corpo inerte potesse emettere radiazioni mortali.
- Sapevo che l'avrebbe fatto. Voleva farlo il giorno che quelli entrarono dalla porta d'ingresso.
- Chi entrò dalla porta d'ingresso ? - domandai.
- Claudia Grazioli e quell'uomo tutto muscoli con il quale andava in giro, Sandro Pesce. Io sbattei loro la porta in faccia ma sapevo che sarebbero tornati. E anche Lorenzo lo sapeva. Così, prese la rivoltella di Enrico che aveva custodito nella cassaforte per tutti questi anni. Voleva uccidere me e poi suicidarsi. Il dottor Sandri e io lo convincemmo a fare un viaggetto a Capalbio.
- Avresti dovuto lasciare che si ammazzasse - commentò Orazi.
- E che ammazzasse anche me? Non ero ancora pronta per morire e non lo sono tuttora. - Poi si rivolse a Orazi. - Senti, sei ancora il mio avvocato? Hai detto che lo eri.
Orazi scosse il capo. I suoi occhi sembravano guardare, attraverso lei e al di là di lei, un triste passato e uno squallido futuro.
- Non puoi rimangiarti la parola - insistette lei - o forse credi che non abbia sofferto abbastanza? Mi dispiace per tua moglie. Ancora adesso mi sveglio di notte e la vedo in mezzo alla strada, povera donna, che giaceva lì come un ammasso di stracci.
Orazi la colpì in pieno viso col dorso della mano. Un leggero rivolo di sangue le uscì dalla bocca e disegnò una linea sul suo mento, come una venatura sul marmo.
Mi misi tra i due perché Orazi la colpisse ancora. Non avrebbe dovuto farlo. La donna prese coraggio dal mio gesto.
- Non devi farmi male, Giovanni. Mi sento già abbastanza vinta. Tutta la mia vita era qui, è stato come vivere in una casa abitata dagli spettri. La prima volta che ci entrai, mentre eravamo qui nello studio a mettere i pacchetti di soldi nella cassaforte... comparve come dal nulla la vecchia cieca madre di Lorenzo: «Sei tu, Simone? » disse. Non so come avesse fatto a capire. Mi fece rabbrividire.
- Cosa accadde allora?
- Lorenzo la riaccompagnò in camera e le parlò. Non mi volle riferire che cosa le aveva detto, ma da quel giorno la donna non ci diede più fastidio.
- Estelle non ne parlò mai - mi disse Orazi. - Morì senza parlarne con nessuno.
- Ora però sappiamo di cosa morì. Aveva scoperto che cosa era diventato suo figlio.
Come se mi avesse sentito, il morto sembrò drizzare il capo, in un atteggiamento di rigido imbarazzo. La sua vedova si avvicinò a lui come una sonnambula e gli passò una mano sui capelli.
Mentre Orazi telefonava alla polizia, mi avviai verso la porta, dovevo ancora chiarire alcune cose con una assistente sociale.
FINE
La raggiunsi in fondo al corridoio mentre tentava di aprire la porta col lucchetto. Era la seconda volta che in mia presenza aveva dei guai con una serratura. Glielo ricordai. Si voltò a guardarmi.
- Non parliamo più dell'altra notte. Fa parte del passato ed è tutto così lontano che non ricordo nemmeno il tuo nome.
- Pensavo che fossimo amici.
- Anch'io. Ma tu hai rovinato tutto.
Apri la porta e andammo nel suo studio. Per prima cosa prese una borsetta dal cassetto e la depose sulla scrivania. Era pronta per andarsene.
- Lascio Raffaele e non pensare che possa venire con te. Non ti piaccio abbastanza.
- Perché pretendi sempre di sapere i pensieri degli altri?
- Va bene... sono io che non mi piaccio abbastanza. - Si guardò attorno. - Non mi va di fare i soldi sulla sofferenza della gente. Sai cosa voglio dire?
- Dovrei, visto che anch'io vivo così.
- Ma tu non lo fai per denaro, vero?
- Cerco di non farlo. Però quando il tuo reddito supera un certo punto, perdi il criterio dì valutazione. Improvvisamente, gli altri non sembrano più esseri umani.
- Questo è successo a Raffaele, ma non permetterò certamente che succeda a me. Tornerò a lavorare come assistente sociale, in fondo è lavoro che amo. Non sono mai stata più felice di quando vivevo a in una sola camera.
- Vicino a Simone?
- Sì.
- Simone era Lorenzo Mori, naturalmente.
Annuì.
- E l'altra ragazza con cui si mise era Irene...
- Sì, ma allora si chiamava Rita Franchi.
- Come lo sai?
- Me lo disse Simone. L'aveva conosciuta a un ricevimento a Viterbo, un paio di anni prima. Poi un giorno lei entrò nell'Ufficio postale dove lui lavorava. Simone rimase sconvolto da questo incontro e ora posso capire perché. Temeva che il suo segreto trapelasse e che sua madre potesse venire a sapere che lui era un impiegato delle poste e non uno studente di un collegio rinomato.
- Tu eri al corrente dell'inganno?
- Certo, sapevo che stava vivendo una vita fantastica, ma non sapevo di sua madre... ci son cose che non ha detto mai nemmeno a me.
- E cosa ti ha detto di Rita Franchi?
- Abbastanza. Viveva con un uomo molto più anziano di lei, che la teneva nascosta allo Stabilimento Carmen.
- Enrico Mieli?
- Così sì chiamava? Tutti i nodi vengono al pettine, vero? Non mi ero resa conto di quanto fossi coinvolta con la vita e con la morte. Credo che ce ne rendiamo conto soltanto dopo. Comunque, Rita passò a Simone, ma io non me la presi molto. Mi ero logorata accanto a lui, e quasi desideravo che si trovasse una altra donna.
- Quello che non capisco è come tu abbia potuto interessarti a lui per più di due anni. E come una donna come sua moglie abbia potuto innamorarsi di lui.
- Le donne non sempre cercano la solidità, Simone aveva una folle vena psicotica.
- Coltiverò la mia folle vena psicotica. Ma devo dire che Mori la nasconde molto bene.
- È più vecchio e sempre sotto tranquillanti.
- Nebutal?
- Vedo che sei andato all'osso.
- Fino a che punto è malato?
- Senza medicine e terapia di appoggio, dovrebbe probabilmente essere ricoverato. Ma con tutti questi aiuti, riesce a condurre una vita abbastanza equilibrata.
- È pericoloso, Moira?
- Potrebbe esserlo, in certe circostanze.
- Per esempio, se qualcuno scoprisse che è un simulatore?
- Forse.
- Adesso non fai che dire «forse». È stato per venticinque anni paziente di tuo marito, dovrai pur sapere qualcosa di lui.
- Sappiamo molte cose, ma il rapporto medico-paziente richiede una certa segretezza.
- Non calchiamo troppo su questo fatto! È un principio che non si può applicare quando il paziente commette dei delitti, o potrebbe commetterli. Voglio sapere se tu e tuo marito pensate che Mori costituisca un pericolo per Nick.
- Che genere di pericolo? - domandò a sua volta, scansando la domanda.
- Pericolo mortale. E voi sapete che è pericoloso per Nick, vero?
Non mi rispose. Cominciò a staccare i quadri dalle pareti e ad ammucchiarli sulla scrivania. Simbolicamente sembrava che stesse smantellando la clinica.
Bussarono alla porta. Era la segretaria.
- La signorina Orazi vorrebbe parlare con il signor Alfonsi. Posso farla entrare?
- Vengo io - dissi.
La segretaria guardò le pareti spoglie.
- Che fine hanno fatto i quadri?
- Me ne vado. Potresti aiutarmi?
- Con piacere, signora Sandri.
Betty mi aspettava nell'atrio. Era molto eccitata.
- Il laboratorio ha detto che si tratta in prevalenza di Nembutal, ma non possono dire in quale dose senza un ulteriore esame.
- Non sono affatto sorpreso.
- Cosa significa, signor Alfonsi?
- Significa che Nick, dopo aver preso le pillole, si trovava sul sedile posteriore della Rolls-Royce di famiglia. Ha vomitato e questo gli ha salvato la vita.
- Come sta?
- Abbastanza bene. Gli ho appena parlato.
- Posso vederlo?
- Non dipende da me. Ora con lui ci sono sua madre e tuo padre.
- Aspetterò.
Aspettammo assieme, immersi ognuno nei propri pensieri. Io avevo bisogno di calma. Il mosaico si stava componendo nella mia mente.
Arrivarono Irene Mori e Orazi. La donna camminava appoggiandosi al braccio dell'avvocato. Aveva trasferito il suo peso da Mori a Orazi, come una volta aveva fatto da Enrico Mieli a Mori.
Orazi vide la figlia. I suoi occhi ebbero un guizzo nervoso, ma non si staccò da Irene. Betty li guardò con l'aria di «così è se vi pare».
- Ciao, papà. Buon giorno, signora Mori. Ho saputo che Nick sta molto meglio.
- Sì, infatti - - rispose l'avvocato.
- Gli posso parlare un attimo?
Orazi esitò. Guardò prima me e poi sua figlia.
- Lo chiederemo al dottor Sandri - rispose prudentemente.
Condusse Betty al di là della porta, che chiuse dietro di sé.
Rimasi solo con Irene Mori. Mi guardò con la speranza che non dicessi niente.
- Dovrei farvi alcune domande, signora Mori.
- Il che non vuoi dire che io debba rispondervi.
- Una volta per tutte, signora, Enrico Mieli era il padre di Nick?
Mi guardò con una espressione ostinata.
- Probabilmente; comunque lui ne era convinto. Ma non sperate che vada a dire a Nick che ha ucciso il suo padre naturale...
- Lo sa già, e voi non potete continuare a usare Nick come paravento.
- Non capisco quello che volete dire.
- Avete taciuto i fatti riguardanti Enrico e la sua morte e l'avete fatto per la vostra salvezza, non per quella di Nick. Avete lasciato che lui portasse il peso di questa colpa e che pagasse per voi.
- Non ha pagato nulla, abbiamo sempre salvato tutto.
- E avete anche lasciato che Nick si tormentasse per quindici anni, È stato un gioco schifoso, mascherarsi dietro vostro figlio e di chiunque sia.
Abbassò il capo.
- Non ammetto niente - disse.
- Non ce n'è bisogno. Ho già abbastanza prove e testimonianze per istruire un processo contro di voi. Ho parlato con vostro padre e vostra madre, col signor Raffi e la signora Mieli. Ho parlato persino con Laura Pera.
- E chi diavolo è?
- La proprietaria dello Stabilimento Carmen.
Irene Mori si coprì il viso con le mani.
- Mi dispiace di aver messo i piedi in quella fogna. Ma voi ormai non potete fare più niente. È troppo tardi. A quel tempo ero minorenne. E qualsiasi cosa io abbia fatto allora... è caduta in prescrizione.
- Che cosa avete fatto?
- Non ho intenzione di testimoniare contro me stessa. Vi ho già detto che rivendico il mio diritto a non parlare. Giovanni Orazi tornerà tra poco, e questo è proprio il suo campo. Se voi volete essere spietato, lui lo sarà più dì voi.
Sapevo di essere su un terreno incerto. Ma questa era forse l'ultima occasione che avevo per arrivare alla signora Mori. Le sue risposte alle mie accuse, le sue mancate risposte confermavano il quadro che mi ero fatto di lei.
- Se Giovanni Orazi sapesse quello che io so di voi, non vi sfiorerebbe nemmeno con un bastoncino sterilizzato.
Questa volta non trovò la risposta. Andò a sedersi su una sedia. La seguii e mi piantai davanti a lei.
- Che fine ha fatto il denaro? - chiesi.
- Quale denaro?
- Il denaro che Enrico rubò alla banca di Raffi.
- Lo portò In Spagna. Io rimasi qui. Mi aveva promesso che sarebbe venuto a prendermi ma non l'ha mai fatto. Perciò sposai Lorenzo Mori. Ecco tutta la storia.
- Che ne ha fatto del denaro, Enrico, in Spagna?
- Ho sentito dire che lo perdette. Incappò in un paio di banditi, che lo derubarono; e questo è tutto.
- Come si chiamavano questi banditi, Rita?
- E come potrei saperlo? È soltanto una voce che ho raccolto.
- Anch'io ho raccolto una voce. Questa: i nomi dei banditi erano Lorenzo e Rita e non rubarono il denaro in Spagna. Enrico Mieli non ha mai portato quei soldi fuori dall’Italia. Voi l'avete accusato e così nessuno ha incolpato Lorenzo. E i due banditi vissero felici e contenti... sino a oggi.
- Non lo potrete mai provare! Mai!
Stava gridando, come se sperasse di poter cancellare il suono della mia voce e i rumori del passato. Orazi aprì la porta.
- Che succede? - Mi lanciò uno sguardo severo. - Cosa state cercando di provare?
- Stavamo discutendo sulla fine dei soldi di Mieli. La signora Mori è convinta che sia stato rubato da banditi in Spagna. Ma io invece sono certo che è stata lei, in società con Mori, a rubarlo a Mieli. Deve essere successo non più di due o tre giorni dopo la scoperta dell'ammanco alla banca. Mieli prese il denaro e lo portò a Civitavecchia, dove lei lo aspettava.
La signora mi guardò come se la mia ricostruzione dei fatti avesse colpito nel segno. Orazi notò il movimento dei suoi occhi.
- Rubarono una macchina - continuai - e portarono il denaro in casa della madre di lui. Era il 3 luglio 1955. Lorenzo e Rita inscenarono una rapina alla rovescia. Non fu difficile. La madre di Lorenzo era cieca e Lorenzo aveva le chiavi della casa e la combinazione della cassaforte. Depositarono il denaro in cassaforte e lo lasciarono lì.
La signora Mori si alzò, andò vicino a Orazi e gli pose una mano sul braccio.
- Non credergli. Io quella notte ero cinquanta miglia lontano.
- E Lorenzo? - domandò Orazi.
- Sì! Ha fatto tutto lui. Sua madre non usava più la cassaforte da quando era diventata cieca. E Lorenzo pensò che era il luogo più adatto per nascondere... voglio dire...
Orazi la prese per le spalle con tutt'e due le mani.
- Tu eri con Lorenzo quella notte, o no?
- Mi costrinse a seguirlo. Mi minacciò con una rivoltella.
- Quindi eri tu che guidavi e sei tu che hai ucciso mia moglie !
- Fu colpa di Lorenzo. Lei Io aveva riconosciuto. Girò lui il volante, premette lui il mio piede sull'acceleratore. Io non potevo fare nulla e la investii. Lorenzo non volle che mi fermassi finché non arrivammo a Civitavecchia.
- Questo non mi interessa - disse Orazi.- Dov'è tuo marito, ora?
- A casa. Ti ho già detto che non stava bene. È completamente svuotato.
- Ma è pericoloso! - esclamai, rivolto a Orazi. - Credete che sia meglio telefonare a La Torre?
- No, finché non avremo avuto l'opportunità di parlare a Mori. Voi venite con me e anche tu... signora Mori,
Ancora una volta la donna sedette alla guida della Rolls-Royce.
- L'altra mattina - domandai, mentre correvamo sull'autostrada - quando Nick prese tutte quelle pillole, voi dove eravate?
- A letto a dormire. Anch'io avevo preso un paio di pillole, la sera prima.
- Anche vostro marito era a letto?
- Non saprei. Abbiamo camere separate.
- Quando smise di fare la guardia a Nick?
- Poco dopo che ve ne eravate andato, quella mattina.
- E salì in macchina?
- Sì.
- Dove andò?
- A fare un giro, credo. Quando è eccitato, va in giro a casaccio, poi sta seduto muto come un pesce per una settimana.
- Andò a Civitavecchia, signora Mori. E ho la prova che portò con sé anche Nick: Nick, che giaceva in stato di incoscienza sul sedile posteriore della Rolls-Royce.
- Questo non ha senso!
- Ho paura di sì, invece. Quando Nick saltò dalla finestra del bagno, vostro marito lo bloccò in giardino, lo colpì alla testa con qualche arnese e lo nascose sulla macchina, finché non fu pronto per partire.
- Perché avrebbe dovuto fare una cosa simile a suo figlio?
- Nick non è suo figlio, è il figlio di Enrico Mieli, e vostro marito lo sapeva. Vi state dimenticando la storia della vostra vita, signora Mori.
- Già, vorrei tanto.
- Nick sapeva o sospettava di chi era figlio. Comunque, stava cercando di arrivare alla verità sulla morte di Enrico Mieli. E ci era andato molto vicino.
- Nick stesso ha sparato a Mieli.
- Questo lo sappiamo tutti; ma Nick non mise le mani del morto nella brace per cancellare le impronte. Questo è un gesto che richiede la forza di un adulto... e le motivazioni di un adulto. Nick non nascose la rivoltella per usarla contro Sandro Pesce quindici anni dopo. Nick non ha. ucciso Claudia Grazioli, benché vostro marito abbia fatto di tutto per incriminarlo. Per questo l'ha portato a Civitavecchia.
- Lorenzo avrebbe uccìso tutta questa gente? - chiese la donna con una sorta di timore,
- Temo di sì.
- Ma perché?
- Sapevano troppo su lui. Era un uomo malato che voleva proteggere le sue fantasie.
- Fantasie?
- Il mondo che s'era inventato.
- Capisco quello che intendete.
Dietro di noi, ai piedi della città, il sole a! tramonto si rifletteva con rossi bagliori sulle nuvole. In quella strana luce, casa Mori sembrava uscire da un sogno, come un castello appartenente a un passato che non era mai esistito.
L'ingresso era aperto. Entrammo. La signora Mori chiamò il marito.
- Lorenzo!
Nessuno rispose.
Dal corridoio che conduceva al resto della casa apparve Emilio.
- Dov'è?
- Non lo so, signora. Mi ha ordinato di stare in cucina.
- Gli avete detto che ho frugato nella Rolls-Royce? - domandai.
Emilio schivò il mio sguardo, e non rispose.
La signora Mori era salita su una breve rampa di scale che portava allo studio. Bussò a più riprese, ma non ottenne risposta.
- È qui - gridò. - Dovete tirarlo fuori ! Si starà facendo del male!
La scostai da un Iato e provai ad aprire. L'uscio era chiuso a chiave. Al dì là c'era un pauroso silenzio.
Emilio arrivò dalla cucina con un cacciavite e un martello. Li usò per forzare la porta dello studio.
Chalmers era seduto sulla sedia girevole del giudice, il capo stranamente inclinato da un lato. Il sangue che gli usciva dalla gola tagliata era corso giù lungo la camicia bianca. Un vecchio rasoio giaceva aperto accanto alla sua mano.
Irene Mori indietreggiò, come se quel corpo inerte potesse emettere radiazioni mortali.
- Sapevo che l'avrebbe fatto. Voleva farlo il giorno che quelli entrarono dalla porta d'ingresso.
- Chi entrò dalla porta d'ingresso ? - domandai.
- Claudia Grazioli e quell'uomo tutto muscoli con il quale andava in giro, Sandro Pesce. Io sbattei loro la porta in faccia ma sapevo che sarebbero tornati. E anche Lorenzo lo sapeva. Così, prese la rivoltella di Enrico che aveva custodito nella cassaforte per tutti questi anni. Voleva uccidere me e poi suicidarsi. Il dottor Sandri e io lo convincemmo a fare un viaggetto a Capalbio.
- Avresti dovuto lasciare che si ammazzasse - commentò Orazi.
- E che ammazzasse anche me? Non ero ancora pronta per morire e non lo sono tuttora. - Poi si rivolse a Orazi. - Senti, sei ancora il mio avvocato? Hai detto che lo eri.
Orazi scosse il capo. I suoi occhi sembravano guardare, attraverso lei e al di là di lei, un triste passato e uno squallido futuro.
- Non puoi rimangiarti la parola - insistette lei - o forse credi che non abbia sofferto abbastanza? Mi dispiace per tua moglie. Ancora adesso mi sveglio di notte e la vedo in mezzo alla strada, povera donna, che giaceva lì come un ammasso di stracci.
Orazi la colpì in pieno viso col dorso della mano. Un leggero rivolo di sangue le uscì dalla bocca e disegnò una linea sul suo mento, come una venatura sul marmo.
Mi misi tra i due perché Orazi la colpisse ancora. Non avrebbe dovuto farlo. La donna prese coraggio dal mio gesto.
- Non devi farmi male, Giovanni. Mi sento già abbastanza vinta. Tutta la mia vita era qui, è stato come vivere in una casa abitata dagli spettri. La prima volta che ci entrai, mentre eravamo qui nello studio a mettere i pacchetti di soldi nella cassaforte... comparve come dal nulla la vecchia cieca madre di Lorenzo: «Sei tu, Simone? » disse. Non so come avesse fatto a capire. Mi fece rabbrividire.
- Cosa accadde allora?
- Lorenzo la riaccompagnò in camera e le parlò. Non mi volle riferire che cosa le aveva detto, ma da quel giorno la donna non ci diede più fastidio.
- Estelle non ne parlò mai - mi disse Orazi. - Morì senza parlarne con nessuno.
- Ora però sappiamo di cosa morì. Aveva scoperto che cosa era diventato suo figlio.
Come se mi avesse sentito, il morto sembrò drizzare il capo, in un atteggiamento di rigido imbarazzo. La sua vedova si avvicinò a lui come una sonnambula e gli passò una mano sui capelli.
Mentre Orazi telefonava alla polizia, mi avviai verso la porta, dovevo ancora chiarire alcune cose con una assistente sociale.
FINE
TRENTACINQUE
Irene Mori congedò Emilio e partì alla guida della sua automobile, con me e con Orazi. Quando uscì dalla macchina, nel parcheggio davanti alla clinica, sembrava una drogata. Truttwell le diede il braccio e la guidò verso l'ingresso.
Moira Sandri era dietro il banco di accettazione. Il suo viso aveva un aspetto stanco, sembrava che fosse invecchiata di colpo.
Guardò Orazi e poi me.
- Non mi avete dato molto tempo - mi disse.
- Non abbiamo più molto tempo.
- È molto importante che noi parliamo con Nick Mori - disse Orazi. - Sua madre è d'accordo.
- Dovete chiederlo al dottor Sandri.
Moira andò a chiamare il marito.
- Non vi arrendete facilmente, voi - disse il dottore, rivolto a Orazi.
- Io non mi arrendo mai, amico. Siamo qui per vedere Nick e temo proprio che non potrete impedircelo.
Sandri si rivolse alla signora Mori.
- Voi cosa ne dite? - chiese.
- È meglio che ci lasciate entrare, dottore - rispose la donna senza alzare gli occhi.
- Avete riassunto Orazi come legale?
- Sì.
- E il signor Chalmers è d'accordo?
- Lo sarà.
- Quali pressioni state subendo, signora?
- Perdete tempo, dottore - intervenne Orazi. - Noi siamo qui per parlare col vostro paziente, non con voi.
Smitheran ingoiò la sua rabbia.
- Va bene - sibilò.
Ci condusse lungo un corridoio, verso una porta che dovette essere aperta e poi chiusa dì nuovo col lucchetto. Al di là dì questa porta c'era il reparto isolamento della clinica, che contava sette o otto camere.
Nick era in una elegante camera da letto. Era seduto in poltrona e in mano aveva un libro di testo. Quando vide la madre si alzò. Era molto pallido e i suoi occhi sembravano ancora più neri e più grandi.
- Ciao mamma. Avvocato... - Ci passò tutti in rassegna. - Dov'è papa? Dov'è Betty?
- Siamo venuti per farti alcune domande, Nick - rispose Orazi. - Non è una semplice visita, questa, anche se ci fa tanto piacere vederti.
- Fate più in fretta che potete - raccomandò Sandri. - Siediti, Nick.
Moira sì mise accanto al marito sulla soglia. Irene sedette su una sedia e Orazi e io sul letto.
- Entro subito in argomento - cominciò Orazi. - Circa quindici anni fa, quando eri un bambino, tu, Nick, hai ucciso un uomo.
Nick guardò il dottor Sandri.
- Glielo avete detto voi - disse con un certo disappunto.
- No - smentì Sandri.
Truttwell si rivalse al medico.
- Vi siete preso una bella responsabilità a tenere nascosto questo fatto.
- Lo so, ma ho agito negli interessi di un ragazzo di otto anni che era minacciato da autismo. Gli affari umani non sono regolati soltanto dalla legge e, anche se così fosse, l'omicidio era giustificabile o per lo meno accidentale.
- Non sono venuto qui per discutere di legge o di etica con voi, dottore - ribattè secco Orazi.
- E allora non giudicate le mie motivazioni.
- Che sono candide come la neve, naturalmente.
Il dottore fece per muoversi in direzione di Orazi. Ma Moira lo trattenne.
Orazi si rivolse ancora a Nick.
- Raccontami l'episodio. Fu accidentale?
- Non lo so.
- Dimmi soltanto come accadde. Intanto, come arrivasti sulla spiaggia?
- Stavo tornando a casa da scuola - rispose esitante Nick - quando l'uomo mi fece salire sulla sua macchina. So che non avrei dovuto andarci, ma sembrava molto serio. Io provai pietà per lui. Era vecchio e malato. Mi fece un sacco di domande su mia madre, mio padre, quando e dove ero nato. Poi mi disse che era mio padre. Io no gli credetti ma ormai ero già abbastanza incuriosito per seguirlo fino alla spiaggia. Qualcuno aveva lasciato un fuoco acceso e noi aggiungemmo un po' di legna e ci sedemmo. Lui prese una bottiglia di whisky, ne bevve un sorso e poi me lo fece a saggiare. Io mi sentii bruciare la bocca, ma lui Io ingollò quasi tutto come se fosse acqua. Cominciò a cantare vecchie canzoni, e poi divenne sentimentale. Disse che ero il suo bambino e che quando fosse entrato in possesso dei suoi diritti avrebbe assunto la sua vera posizione e si sarebbe preso cura di me. Poi cominciò ad accarezzarmi e a baciarmi e fu allora che gli sparai Aveva una rivoltella infilata nella cintura dei pantaloni, la presi e g sparai, e lui morì.
Il viso di Nick era senza espressione, ma il suo respiro si era fatto un po' affannoso.
- Che cosa ne facesti della rivoltella? - domandai.
- Proprio nulla. La lasciai là e tornai a casa. Raccontai ai miei genitori quello che avevo fatto. Dapprima non mi credettero, poi, il giorno dopo, quando i giornali riferirono la notizia, si resero conto che avevo detto la verità. Mi portarono dal dottor Sandri e da allora - aggiunse con molta amarezza - sono sempre stato sotto le sue cure. Vorrei tanto essere andato subito alla polizia... - II suo sguardo era fisso sulla madre.
- Questa decisione non spettava a te - dissi. - Ora veniamo all’uccisione di Sandro Pesce.
- Buon Dio, non crederete che l'abbia ucciso io?
- Tu ne eri convinto, ricordi?
- Ero molto confuso. Mi sentivo veramente come se l'avessi ucciso. Quella sera andai al motel, in camera sua, per avere una spiegazione con lui. Claudia mi aveva detto dove abitava. Non c'era, ma lo trovai sulla macchina, vicino alla spiaggia.
- Vivo o morto?
- Morto. La rivoltella che l'aveva ucciso era per terra, accanto alla macchina. La raccolsi, la guardai e qualcosa scattò nella mia mente. La terra mi mancò sotto i piedi. Pensai che fosse il terremoto, ma poi mi accorsi che il terremoto era in me. Rimasi a lungo in questo stato poi cominciai a pensare al suicidio. Sembrava che la rivoltella mi chiedesse di far qualcosa.
- Tu avevi già fatto qualcosa con quella rivoltella - dissi - perché era la stessa che avevi lasciato sulla spiaggia.
- Com'è possibile?!
- Non lo so, ma era la stessa. La polizia ha fatto delle perizie balistiche. Sei certo dì averla lasciata accanto al corpo?
Nick era di nuovo confuso. Ci guardò disperato, poi si infilò gli occhiali scuri.
- Il corpo di Pesce? - domandò.
- Il corpo di Enrico Mieli, l'uomo della spiaggia che diceva di essere tuo padre. Lasciasti là l'arma, Nick?
- Sì. So di non averla portata a casa con me.
- Allora qualcun altro la raccolse, l'ha tenuta nascosta per quindici anni e l'ha usata contro Pesce. Chi potrebbe essere?
- Non lo so.
Smitheran fece un passo avanti.
- Nìck è stanco. E voi non avete saputo nulla di nuovo. - II suo sguardo era pieno di ansietà, ma non potrei affermare che fosse tutta per Nick.
- Ho saputo molto, dottore. E anche Nick.
Il ragazzo sollevò lo sguardo.
- L'uomo della spiaggia era veramente mio padre? - domandò con ansia.
- Devi chiederlo a tua madre.
- Mamma?
Irene Mori si guardò intorno. Un'altra trappola era scattata per lei. Il nostro silenzio la costrinse a parlare.
- Non sono obbligata a rispondere e non ho intenzione di farlo.
- Il che significa che era mio padre...
Irene tacque ed evitò di guardare il figlio. Era immobile, con la testa china. Orazi si alzò e le posò una mano sulla spalla. La donna inclinò il capo e appoggiò la guancia contro quella mano.
- Io sapevo che Lorenzo Mori non poteva essere mio padre - insistette Nick.
- Come lo sapevi? - domandai.
- Le lettere che aveva scritto dal collegio... ora non ricordo le date esatte, ma i tempi non quadravano.
- Per questo hai preso le lettere dalla cassaforte?
- No. Ci ho inciampato per caso. Sandro Pesce e Claudia Grazioli erano venuti a raccontarmi una storia pazzesca: che mio padre... che Lorenzo Mori aveva commesso un grave reato. Io presi le lettere per dimostrare che si sbagliavano.
Lui era in collegio quando accadde il furto.
- Quale furto?
- Jean mi disse che lui aveva rubato del denaro alla sua famiglia... a suo padre, una somma enorme di denaro. Ma le lettere dimostrano che Claudia e Pesce erano in errore. Nel giorno del presunto furto, credo che sia il primo luglio 1955, mio pa... il signor Mori era lontano. Purtroppo, per provare questo, sono venuto a sapere che non è mio padre. Io sono nato il 14 dicembre del 1955 e nove mesi prima, quando sono stato... - Guardò Irene e non finì la frase.
- Concepito? - dissi io.
- Esatto, quando sono stato concepito, Mori era lontano. Hai sentito quello che ho detto, mamma?
- Ho sentito.
- Non hai nulla da dire?
- Non devi rivoltarti contro di me. Io sono tua madre. Che importanza ha chi è tuo padre?
- A me importa molto!
- Dimenticalo. Perché non lo vuoi dimenticare?
- Ho alcune lettere con me - intervenni io, prendendo il portafoglio. Mostrai le tre lettere a Nick. - Queste tre sono quelle che ci interessano particolarmente.
- Si. Dove le avete prese?
- Nel tuo appartamento.
- Posso averle per un momento. porsi e lui cominciò a leggerle.
- Questa è quella del 15 marzo 1955 : «Carissima mamma, è un periodo che non ci permettono di uscire dal collegio, quindi la mia lettera non partirà subito.». Il che prova in maniera inconfutabile che, chiunque sia mio padre, non è di certo Lorenzo Mori. - Guardò ancora la madre: - Mamma, era mio padre l'uomo che ho ucciso?
- Non voglio rispondere.
- Allora la risposta è sì. Come hai detto che si chiamava? Come si chiamava mio padre?
Irene non rispose.
- Enrico Mieli - risposi io per lei. - II padre di Claudia Grazioli.
- Mi aveva detto che eravamo fratelli! È proprio vero?
- Non ho ancora pronta la risposta, e tu sei quello che può rispondere. - Feci una pausa e poi continuai: - C'è una domanda molto importante che devo farti ora. Chi ti ha portato a casa di Claudia Grazioli?
Scosse il capo.
- Non riesco a ricordarlo, è tutto annebbiato. Non mi ricordo nemmeno di essere andato a Civitavecchia.
Di nuovo il dottor Sandri fece un passo avanti.
- Ora devo proprio dire basta. Non voglio che voi annulliate così il lavoro che ho fatto su Nick.
- Lasciateci finire - esclamò Orazi. - Dopo tutto, anche noi stiamo lavorando per la vita di Nick.
- Voglio finire - disse Nick - se ce la faccio.
- E anch'io. - Era la voce di Moira che usciva da un lungo silenzio.
Il dottore la guardò freddamente.
- Non mi ricordo di aver chiesto la tua opinione.
- Comunque, ora la sai e lasciaci andare avanti.
I due si guardarono sfidandosi, come se fossero soli nella stanza.
- Quando hai cominciato a ricordarti di Civitavecchia? - chiesi ancora a Nick.
- Quando mi sono svegliato in ospedale quella notte. Mi mancava però tutta la giornata.
- E qual è l'ultima cosa che ricordi?
- Quando mi alzai al mattino. Avevo dormito poco e male, quella notte, e mi sentivo terribilmente depresso. Quella orribile scena alla spiaggia era tornata alla mia memoria. Potevo sentire l'odore del fuoco e del whisky. Decisi di assopire la mia mente con un paio di pillole tranquillanti e andai in bagno, dove c'è l’armadietto dei medicinali. Quando vidi tutte quelle capsule nei flaconcini, cambiai idea. Decisi di prenderle tutte e di addormentarmi per sempre.
- Fu allora che scrivesti quel biglietto?
- Sì, lo scrissi proprio prima di prendere le pillole.
- Quante ne prendesti?
- Non le contai. Un paio di manciate, credo, abbastanza per uccidermi. Ma non avrei potuto star seduto in bagno ad aspettare. Temevo che mi trovassero e che potessero salvarmi. Mi arrampicai sulla finestra del bagno e mi lasciai cadere in giardino. Probabilmente caddi male e sbattei la testa contro qualcosa. Poi c'è un vuoto e mi ricordo solo l'ospedale di Civitavecchia. Il dottor Sandri è già al corrente dì questo.
Guardai Smitheran. Non stava ascoltando. Parlava a voce bassissima con sua moglie.
- Dottore?
Si mosse dì scatto e afferrò le lettere che Nìck teneva in grembo.
- Diamo un'occhiata a queste!
Sandri cominciò a leggerle a voce alta a sua moglie:
- «C'è qualcosa negli studenti dell’ultimo anno che ricorda i cavalli da corsa ... si prodigano fino all'estremo limite. Spero di non avere anch'io questo aspetto. Il mio supervisore, il professor De Angeli, li sprona a dare sempre di più. Insegna in questo collegio da molto tempo e nella sua rigiditezza quasi militare sembra sempre lo stesso gentiluomo del primo giorno. Tuttavia ho la sensazione che si sia fermato dal punto di vista dello sviluppo umano. Ha dato il meglio di se stesso alla scuola e non potrà mai più diventare l'uomo che lui crede di essere…».
- Leggete molto bene, dottore - interruppe Orazi - ma questo non è il momento adatto alle letture.
Sandri sembrò non sentire. Si rivolse alla moglie.
- Qual era il nome del mio comandante?
- De Angeli - rispose Moira, con un filo di voce.
- Ti ricordi che anch'io feci questo del genere, in una lettera del marzo 1955?
- Vagamente, ma se lo dici tu.
Sandri non era ancora soddisfatto. Furiosamente faceva passare le pagine delle lettere.
- Ascolta qui, Moira: «… il caldo è insopportabile, ma con questo non intendo lamentarmi. Se domani continuerà questo caldo con i miei compagni abbiamo deciso di scendere al lago di fare una nuotata. Una delle cose più belle della mia giornata è la doccia che faccio ogni sera prima dì coricarmi. L'acqua non è fredda, per via dell'alta temperatura esterna, e poi non se ne può usare molta. Però mi piace la mia doccia…». - Ora io mi ricordo perfettamente di averti scritto tutto questo nell'estate del 1955, ma riferito al mio imbarco come medico sulla portaerei. Come lo giustifichi?
- Non lo giustifico e non voglio nemmeno tentare di farlo.
Truttwell si alzò e andò a dare un'occhiata alle lettere.
- Ma questa non è la vostra scrittura, dottore. È quella di Lorenzo Mori, non è vero? Questo significa forse che le lettere che scriveva alla madre erano false?
- Certo che lo erano - rispose Smitheran. I suoi occhi erano fissi sul viso della moglie. - Ma ancora non capisco come siano state scritte.
- Ma Mori è mai stato in collegio? - domandò Orazi.
- No. Ha fatto un tentativo per entrare. Ma venne allontanato definitivamente dall’istituto pochi mesi dopo che c'era entrato.
- Per quali motivi?
- Per ragioni di salute mentale. Aveva avuto un crollo emotivo. Era legato alla madre in maniera ossessiva e lontano da lei si sentiva perso.
- Come mai siete così informato su questo caso, dottore?
- Quando non ero imbarcato prestavo servizio presso il presidio ospedaliero di Livorno. Mi fu assegnato dall'ospedale e prima di rimetterlo in circolazione, gli facemmo due settimane di trattamento. Da allora è sempre stato mio paziente...
- Per questo vi siete stabilito qui?
- Mi era molto riconoscente e mi ha aiutato nella carriera. Sua madre era morta e gli aveva lasciato un bel po' di soldi.
- Una cosa non capisco - intervenne Orazi. - Come ha potuto prenderci tutti per fessi con quelle lettere. Deve aver avuto buste e francobolli falsi. E come poteva ricevere risposta se non era in Marina?
- Lavorava all'Ufficio postale - rispose Sandri. - Io stesso gli avevo trovato quel posto prima di rimbarcarmi. Evidentemente era riuscito a organizzarsi bene. - Sandri guardò di nuovo sua moglie. - Quello che io non capisco, Moira, è come lui abbia avuto l'opportunità, a più riprese, di copiare le lettere che io ti scrivevo.
- Probabilmente le apriva quando arrivavano.
- Sei sicura?
- Be', in verità me le chiedeva da leggere. Ma io ora posso capire perché le copiava. Adorava te come un eroe, voleva assomigliarti.
- E nei tuoi riguardi che sentimenti aveva?
- Era innamorato di me. Non ne ha mai fatto un segreto, anche prima che tu ripartissi.
- E dopo la mia partenza, hai continuato a vederlo regolarmente?
- Non potevo farne a meno. Viveva alla porta accanto.
- La porta accanto, all’ Hotel Giglio? Vuoi dire che vivevate in camere attigue?
- Tu stesso mi avevi detto dì prendermi cura di lui.
- Ma non di vivere con lui! Sei vissuta con lui? - Parlava con la voce tormentata di un uomo che si feriva da solo, lo sapeva ma non poteva evitarlo.
- Ho vissuto con lui - ammise la moglie. - E non me ne vergogno. Aveva bisogno di qualcuno. Anch'io ho lavorato quanto te per salvare la sua mente.
- Allora era «terapia»? Ecco perché sei voluta venire qui dopo il mio congedo. Ecco perché lui...
- Sei fuori strada, Raffaele - interruppe Moira. - Come sempre quando ci sono dì mezzo io. Io troncai con lui prima ancora che tu tornassi.
Irene Mori sollevò il capo.
- È vero. Noi ci siamo sposati in luglio...
Orazi la zittì.
- Non dare spontaneamente alcuna informazione, Irene.
- Tu sapevi della mia relazione con lui. - Era la voce cupa di Moira che si rivolgeva al marito. - Non puoi curare un paziente per venticinque anni senza conoscere la sua vita. Ma hai preferito comportarti come se non lo sapessi.
- Se l'ho fatto - disse Sandri - ...sia chiaro che non sto ammettendo niente, dico solo che anche l'avessi fatto avrei agito nell’interesse del mio paziente e non nel mio.
- Lo credi davvero, Raffaele?
- È vero.
- Stai illudendo te stesso. Ma non illuderai gli altri. Tu sapevi che Lorenzo Mori era un simulatore, come lo sapevo io. Ci siamo fatti complici delle sue fantasie perché ci piaceva il suo denaro.
- Temo che tu stia fantasticando, Moira.
- Sai che non è vero.
Sandri ci guardò come se la stessimo giudicando. Di scatto sua moglie lasciò la stanza. La seguii nel corridoio.
Irene Mori congedò Emilio e partì alla guida della sua automobile, con me e con Orazi. Quando uscì dalla macchina, nel parcheggio davanti alla clinica, sembrava una drogata. Truttwell le diede il braccio e la guidò verso l'ingresso.
Moira Sandri era dietro il banco di accettazione. Il suo viso aveva un aspetto stanco, sembrava che fosse invecchiata di colpo.
Guardò Orazi e poi me.
- Non mi avete dato molto tempo - mi disse.
- Non abbiamo più molto tempo.
- È molto importante che noi parliamo con Nick Mori - disse Orazi. - Sua madre è d'accordo.
- Dovete chiederlo al dottor Sandri.
Moira andò a chiamare il marito.
- Non vi arrendete facilmente, voi - disse il dottore, rivolto a Orazi.
- Io non mi arrendo mai, amico. Siamo qui per vedere Nick e temo proprio che non potrete impedircelo.
Sandri si rivolse alla signora Mori.
- Voi cosa ne dite? - chiese.
- È meglio che ci lasciate entrare, dottore - rispose la donna senza alzare gli occhi.
- Avete riassunto Orazi come legale?
- Sì.
- E il signor Chalmers è d'accordo?
- Lo sarà.
- Quali pressioni state subendo, signora?
- Perdete tempo, dottore - intervenne Orazi. - Noi siamo qui per parlare col vostro paziente, non con voi.
Smitheran ingoiò la sua rabbia.
- Va bene - sibilò.
Ci condusse lungo un corridoio, verso una porta che dovette essere aperta e poi chiusa dì nuovo col lucchetto. Al di là dì questa porta c'era il reparto isolamento della clinica, che contava sette o otto camere.
Nick era in una elegante camera da letto. Era seduto in poltrona e in mano aveva un libro di testo. Quando vide la madre si alzò. Era molto pallido e i suoi occhi sembravano ancora più neri e più grandi.
- Ciao mamma. Avvocato... - Ci passò tutti in rassegna. - Dov'è papa? Dov'è Betty?
- Siamo venuti per farti alcune domande, Nick - rispose Orazi. - Non è una semplice visita, questa, anche se ci fa tanto piacere vederti.
- Fate più in fretta che potete - raccomandò Sandri. - Siediti, Nick.
Moira sì mise accanto al marito sulla soglia. Irene sedette su una sedia e Orazi e io sul letto.
- Entro subito in argomento - cominciò Orazi. - Circa quindici anni fa, quando eri un bambino, tu, Nick, hai ucciso un uomo.
Nick guardò il dottor Sandri.
- Glielo avete detto voi - disse con un certo disappunto.
- No - smentì Sandri.
Truttwell si rivalse al medico.
- Vi siete preso una bella responsabilità a tenere nascosto questo fatto.
- Lo so, ma ho agito negli interessi di un ragazzo di otto anni che era minacciato da autismo. Gli affari umani non sono regolati soltanto dalla legge e, anche se così fosse, l'omicidio era giustificabile o per lo meno accidentale.
- Non sono venuto qui per discutere di legge o di etica con voi, dottore - ribattè secco Orazi.
- E allora non giudicate le mie motivazioni.
- Che sono candide come la neve, naturalmente.
Il dottore fece per muoversi in direzione di Orazi. Ma Moira lo trattenne.
Orazi si rivolse ancora a Nick.
- Raccontami l'episodio. Fu accidentale?
- Non lo so.
- Dimmi soltanto come accadde. Intanto, come arrivasti sulla spiaggia?
- Stavo tornando a casa da scuola - rispose esitante Nick - quando l'uomo mi fece salire sulla sua macchina. So che non avrei dovuto andarci, ma sembrava molto serio. Io provai pietà per lui. Era vecchio e malato. Mi fece un sacco di domande su mia madre, mio padre, quando e dove ero nato. Poi mi disse che era mio padre. Io no gli credetti ma ormai ero già abbastanza incuriosito per seguirlo fino alla spiaggia. Qualcuno aveva lasciato un fuoco acceso e noi aggiungemmo un po' di legna e ci sedemmo. Lui prese una bottiglia di whisky, ne bevve un sorso e poi me lo fece a saggiare. Io mi sentii bruciare la bocca, ma lui Io ingollò quasi tutto come se fosse acqua. Cominciò a cantare vecchie canzoni, e poi divenne sentimentale. Disse che ero il suo bambino e che quando fosse entrato in possesso dei suoi diritti avrebbe assunto la sua vera posizione e si sarebbe preso cura di me. Poi cominciò ad accarezzarmi e a baciarmi e fu allora che gli sparai Aveva una rivoltella infilata nella cintura dei pantaloni, la presi e g sparai, e lui morì.
Il viso di Nick era senza espressione, ma il suo respiro si era fatto un po' affannoso.
- Che cosa ne facesti della rivoltella? - domandai.
- Proprio nulla. La lasciai là e tornai a casa. Raccontai ai miei genitori quello che avevo fatto. Dapprima non mi credettero, poi, il giorno dopo, quando i giornali riferirono la notizia, si resero conto che avevo detto la verità. Mi portarono dal dottor Sandri e da allora - aggiunse con molta amarezza - sono sempre stato sotto le sue cure. Vorrei tanto essere andato subito alla polizia... - II suo sguardo era fisso sulla madre.
- Questa decisione non spettava a te - dissi. - Ora veniamo all’uccisione di Sandro Pesce.
- Buon Dio, non crederete che l'abbia ucciso io?
- Tu ne eri convinto, ricordi?
- Ero molto confuso. Mi sentivo veramente come se l'avessi ucciso. Quella sera andai al motel, in camera sua, per avere una spiegazione con lui. Claudia mi aveva detto dove abitava. Non c'era, ma lo trovai sulla macchina, vicino alla spiaggia.
- Vivo o morto?
- Morto. La rivoltella che l'aveva ucciso era per terra, accanto alla macchina. La raccolsi, la guardai e qualcosa scattò nella mia mente. La terra mi mancò sotto i piedi. Pensai che fosse il terremoto, ma poi mi accorsi che il terremoto era in me. Rimasi a lungo in questo stato poi cominciai a pensare al suicidio. Sembrava che la rivoltella mi chiedesse di far qualcosa.
- Tu avevi già fatto qualcosa con quella rivoltella - dissi - perché era la stessa che avevi lasciato sulla spiaggia.
- Com'è possibile?!
- Non lo so, ma era la stessa. La polizia ha fatto delle perizie balistiche. Sei certo dì averla lasciata accanto al corpo?
Nick era di nuovo confuso. Ci guardò disperato, poi si infilò gli occhiali scuri.
- Il corpo di Pesce? - domandò.
- Il corpo di Enrico Mieli, l'uomo della spiaggia che diceva di essere tuo padre. Lasciasti là l'arma, Nick?
- Sì. So di non averla portata a casa con me.
- Allora qualcun altro la raccolse, l'ha tenuta nascosta per quindici anni e l'ha usata contro Pesce. Chi potrebbe essere?
- Non lo so.
Smitheran fece un passo avanti.
- Nìck è stanco. E voi non avete saputo nulla di nuovo. - II suo sguardo era pieno di ansietà, ma non potrei affermare che fosse tutta per Nick.
- Ho saputo molto, dottore. E anche Nick.
Il ragazzo sollevò lo sguardo.
- L'uomo della spiaggia era veramente mio padre? - domandò con ansia.
- Devi chiederlo a tua madre.
- Mamma?
Irene Mori si guardò intorno. Un'altra trappola era scattata per lei. Il nostro silenzio la costrinse a parlare.
- Non sono obbligata a rispondere e non ho intenzione di farlo.
- Il che significa che era mio padre...
Irene tacque ed evitò di guardare il figlio. Era immobile, con la testa china. Orazi si alzò e le posò una mano sulla spalla. La donna inclinò il capo e appoggiò la guancia contro quella mano.
- Io sapevo che Lorenzo Mori non poteva essere mio padre - insistette Nick.
- Come lo sapevi? - domandai.
- Le lettere che aveva scritto dal collegio... ora non ricordo le date esatte, ma i tempi non quadravano.
- Per questo hai preso le lettere dalla cassaforte?
- No. Ci ho inciampato per caso. Sandro Pesce e Claudia Grazioli erano venuti a raccontarmi una storia pazzesca: che mio padre... che Lorenzo Mori aveva commesso un grave reato. Io presi le lettere per dimostrare che si sbagliavano.
Lui era in collegio quando accadde il furto.
- Quale furto?
- Jean mi disse che lui aveva rubato del denaro alla sua famiglia... a suo padre, una somma enorme di denaro. Ma le lettere dimostrano che Claudia e Pesce erano in errore. Nel giorno del presunto furto, credo che sia il primo luglio 1955, mio pa... il signor Mori era lontano. Purtroppo, per provare questo, sono venuto a sapere che non è mio padre. Io sono nato il 14 dicembre del 1955 e nove mesi prima, quando sono stato... - Guardò Irene e non finì la frase.
- Concepito? - dissi io.
- Esatto, quando sono stato concepito, Mori era lontano. Hai sentito quello che ho detto, mamma?
- Ho sentito.
- Non hai nulla da dire?
- Non devi rivoltarti contro di me. Io sono tua madre. Che importanza ha chi è tuo padre?
- A me importa molto!
- Dimenticalo. Perché non lo vuoi dimenticare?
- Ho alcune lettere con me - intervenni io, prendendo il portafoglio. Mostrai le tre lettere a Nick. - Queste tre sono quelle che ci interessano particolarmente.
- Si. Dove le avete prese?
- Nel tuo appartamento.
- Posso averle per un momento. porsi e lui cominciò a leggerle.
- Questa è quella del 15 marzo 1955 : «Carissima mamma, è un periodo che non ci permettono di uscire dal collegio, quindi la mia lettera non partirà subito.». Il che prova in maniera inconfutabile che, chiunque sia mio padre, non è di certo Lorenzo Mori. - Guardò ancora la madre: - Mamma, era mio padre l'uomo che ho ucciso?
- Non voglio rispondere.
- Allora la risposta è sì. Come hai detto che si chiamava? Come si chiamava mio padre?
Irene non rispose.
- Enrico Mieli - risposi io per lei. - II padre di Claudia Grazioli.
- Mi aveva detto che eravamo fratelli! È proprio vero?
- Non ho ancora pronta la risposta, e tu sei quello che può rispondere. - Feci una pausa e poi continuai: - C'è una domanda molto importante che devo farti ora. Chi ti ha portato a casa di Claudia Grazioli?
Scosse il capo.
- Non riesco a ricordarlo, è tutto annebbiato. Non mi ricordo nemmeno di essere andato a Civitavecchia.
Di nuovo il dottor Sandri fece un passo avanti.
- Ora devo proprio dire basta. Non voglio che voi annulliate così il lavoro che ho fatto su Nick.
- Lasciateci finire - esclamò Orazi. - Dopo tutto, anche noi stiamo lavorando per la vita di Nick.
- Voglio finire - disse Nick - se ce la faccio.
- E anch'io. - Era la voce di Moira che usciva da un lungo silenzio.
Il dottore la guardò freddamente.
- Non mi ricordo di aver chiesto la tua opinione.
- Comunque, ora la sai e lasciaci andare avanti.
I due si guardarono sfidandosi, come se fossero soli nella stanza.
- Quando hai cominciato a ricordarti di Civitavecchia? - chiesi ancora a Nick.
- Quando mi sono svegliato in ospedale quella notte. Mi mancava però tutta la giornata.
- E qual è l'ultima cosa che ricordi?
- Quando mi alzai al mattino. Avevo dormito poco e male, quella notte, e mi sentivo terribilmente depresso. Quella orribile scena alla spiaggia era tornata alla mia memoria. Potevo sentire l'odore del fuoco e del whisky. Decisi di assopire la mia mente con un paio di pillole tranquillanti e andai in bagno, dove c'è l’armadietto dei medicinali. Quando vidi tutte quelle capsule nei flaconcini, cambiai idea. Decisi di prenderle tutte e di addormentarmi per sempre.
- Fu allora che scrivesti quel biglietto?
- Sì, lo scrissi proprio prima di prendere le pillole.
- Quante ne prendesti?
- Non le contai. Un paio di manciate, credo, abbastanza per uccidermi. Ma non avrei potuto star seduto in bagno ad aspettare. Temevo che mi trovassero e che potessero salvarmi. Mi arrampicai sulla finestra del bagno e mi lasciai cadere in giardino. Probabilmente caddi male e sbattei la testa contro qualcosa. Poi c'è un vuoto e mi ricordo solo l'ospedale di Civitavecchia. Il dottor Sandri è già al corrente dì questo.
Guardai Smitheran. Non stava ascoltando. Parlava a voce bassissima con sua moglie.
- Dottore?
Si mosse dì scatto e afferrò le lettere che Nìck teneva in grembo.
- Diamo un'occhiata a queste!
Sandri cominciò a leggerle a voce alta a sua moglie:
- «C'è qualcosa negli studenti dell’ultimo anno che ricorda i cavalli da corsa ... si prodigano fino all'estremo limite. Spero di non avere anch'io questo aspetto. Il mio supervisore, il professor De Angeli, li sprona a dare sempre di più. Insegna in questo collegio da molto tempo e nella sua rigiditezza quasi militare sembra sempre lo stesso gentiluomo del primo giorno. Tuttavia ho la sensazione che si sia fermato dal punto di vista dello sviluppo umano. Ha dato il meglio di se stesso alla scuola e non potrà mai più diventare l'uomo che lui crede di essere…».
- Leggete molto bene, dottore - interruppe Orazi - ma questo non è il momento adatto alle letture.
Sandri sembrò non sentire. Si rivolse alla moglie.
- Qual era il nome del mio comandante?
- De Angeli - rispose Moira, con un filo di voce.
- Ti ricordi che anch'io feci questo del genere, in una lettera del marzo 1955?
- Vagamente, ma se lo dici tu.
Sandri non era ancora soddisfatto. Furiosamente faceva passare le pagine delle lettere.
- Ascolta qui, Moira: «… il caldo è insopportabile, ma con questo non intendo lamentarmi. Se domani continuerà questo caldo con i miei compagni abbiamo deciso di scendere al lago di fare una nuotata. Una delle cose più belle della mia giornata è la doccia che faccio ogni sera prima dì coricarmi. L'acqua non è fredda, per via dell'alta temperatura esterna, e poi non se ne può usare molta. Però mi piace la mia doccia…». - Ora io mi ricordo perfettamente di averti scritto tutto questo nell'estate del 1955, ma riferito al mio imbarco come medico sulla portaerei. Come lo giustifichi?
- Non lo giustifico e non voglio nemmeno tentare di farlo.
Truttwell si alzò e andò a dare un'occhiata alle lettere.
- Ma questa non è la vostra scrittura, dottore. È quella di Lorenzo Mori, non è vero? Questo significa forse che le lettere che scriveva alla madre erano false?
- Certo che lo erano - rispose Smitheran. I suoi occhi erano fissi sul viso della moglie. - Ma ancora non capisco come siano state scritte.
- Ma Mori è mai stato in collegio? - domandò Orazi.
- No. Ha fatto un tentativo per entrare. Ma venne allontanato definitivamente dall’istituto pochi mesi dopo che c'era entrato.
- Per quali motivi?
- Per ragioni di salute mentale. Aveva avuto un crollo emotivo. Era legato alla madre in maniera ossessiva e lontano da lei si sentiva perso.
- Come mai siete così informato su questo caso, dottore?
- Quando non ero imbarcato prestavo servizio presso il presidio ospedaliero di Livorno. Mi fu assegnato dall'ospedale e prima di rimetterlo in circolazione, gli facemmo due settimane di trattamento. Da allora è sempre stato mio paziente...
- Per questo vi siete stabilito qui?
- Mi era molto riconoscente e mi ha aiutato nella carriera. Sua madre era morta e gli aveva lasciato un bel po' di soldi.
- Una cosa non capisco - intervenne Orazi. - Come ha potuto prenderci tutti per fessi con quelle lettere. Deve aver avuto buste e francobolli falsi. E come poteva ricevere risposta se non era in Marina?
- Lavorava all'Ufficio postale - rispose Sandri. - Io stesso gli avevo trovato quel posto prima di rimbarcarmi. Evidentemente era riuscito a organizzarsi bene. - Sandri guardò di nuovo sua moglie. - Quello che io non capisco, Moira, è come lui abbia avuto l'opportunità, a più riprese, di copiare le lettere che io ti scrivevo.
- Probabilmente le apriva quando arrivavano.
- Sei sicura?
- Be', in verità me le chiedeva da leggere. Ma io ora posso capire perché le copiava. Adorava te come un eroe, voleva assomigliarti.
- E nei tuoi riguardi che sentimenti aveva?
- Era innamorato di me. Non ne ha mai fatto un segreto, anche prima che tu ripartissi.
- E dopo la mia partenza, hai continuato a vederlo regolarmente?
- Non potevo farne a meno. Viveva alla porta accanto.
- La porta accanto, all’ Hotel Giglio? Vuoi dire che vivevate in camere attigue?
- Tu stesso mi avevi detto dì prendermi cura di lui.
- Ma non di vivere con lui! Sei vissuta con lui? - Parlava con la voce tormentata di un uomo che si feriva da solo, lo sapeva ma non poteva evitarlo.
- Ho vissuto con lui - ammise la moglie. - E non me ne vergogno. Aveva bisogno di qualcuno. Anch'io ho lavorato quanto te per salvare la sua mente.
- Allora era «terapia»? Ecco perché sei voluta venire qui dopo il mio congedo. Ecco perché lui...
- Sei fuori strada, Raffaele - interruppe Moira. - Come sempre quando ci sono dì mezzo io. Io troncai con lui prima ancora che tu tornassi.
Irene Mori sollevò il capo.
- È vero. Noi ci siamo sposati in luglio...
Orazi la zittì.
- Non dare spontaneamente alcuna informazione, Irene.
- Tu sapevi della mia relazione con lui. - Era la voce cupa di Moira che si rivolgeva al marito. - Non puoi curare un paziente per venticinque anni senza conoscere la sua vita. Ma hai preferito comportarti come se non lo sapessi.
- Se l'ho fatto - disse Sandri - ...sia chiaro che non sto ammettendo niente, dico solo che anche l'avessi fatto avrei agito nell’interesse del mio paziente e non nel mio.
- Lo credi davvero, Raffaele?
- È vero.
- Stai illudendo te stesso. Ma non illuderai gli altri. Tu sapevi che Lorenzo Mori era un simulatore, come lo sapevo io. Ci siamo fatti complici delle sue fantasie perché ci piaceva il suo denaro.
- Temo che tu stia fantasticando, Moira.
- Sai che non è vero.
Sandri ci guardò come se la stessimo giudicando. Di scatto sua moglie lasciò la stanza. La seguii nel corridoio.
TRENTAQUATTRO
Quando la proiezione finì, nessuno di noi parlò. Accesi le luci. Irene Mori si rialzò e io sentii che la sua paura era così intensa da istupidirla.
- Erano belli quei tempi, vero? - disse infine con grande sforzo.
- Più che belli - confermò Orazi - meravigliosi.
- Dove hai preso questo film dalla signora Mieli? - La sua voce, il suo modo di parlare erano cambiati, come se fosse tornata quella di una volta.
- Sì, e me ne ha dato anche degli altri.
- Mi ha sempre odiata.
- Perché eravate fuggita con suo marito? - chiesi.
- Mi odiava già da prima. Sembrava che avesse sempre intuito quello che sarebbe successo. O forse fu lei a fare in modo che la cosa avvenisse, non lo so. Lei aspettava solo che Enrico facesse il passo sbagliato. E quando una moglie si comporta così, il marito prima o poi il passo sbagliato lo fa.
- E voi, perché l'avete fatto?
- Non dobbiamo parlare di me.
Ci guardò e poi fissò il vuoto.
- Rivendico il diritto di non rispondere a domande compromettenti.
Orazi le andò vicino, gentile e suadente come un amante.
- Non essere sciocca, Irene, Qui sei tra amici.
- Eccome!
- È vero - continuò Orazi. - abbiamo dovuto penare molto, io e il signor Alfonsi, per avere in mano questa prova, per evitare che andasse nelle mani di potenziali nemici. Ma io non la userò contro di te, questo te lo garantisco.
La donna si alzò di scatto e lo affrontò.
- Che cos'è questo? Ricatto?
Orazi sorrise.
- Mi stai scambiando per il dottor Sandri, temo. Io non voglio nulla da te, Irene. Credo soltanto che dovremmo parlarci con franchezza.
Irene guardò verso di me.
- E lui? - disse.
- Il signor Alfonsi conosce il caso meglio di me. Mi fido totalmente della sua discrezione.
Le parole di Orazi mi misero a disagio: non avrei potuto dire la stessa cosa di lui.
- Io no, invece! - esclamò la signora Mori. - Perché dovrei, se lo conosco appena?
- Ma conosci me, Irene. Come tuo procuratore...
- Sei ancora il nostro legale?
- Non ho mai cessato di esserlo. Ormai dovresti aver capito che hai bisogno del mio aiuto e anche di quello del signor Alfonsi. Tutto quello che abbiamo saputo del passato è un segreto tra noi tre.
- Sempre che io stia al gioco. E se non ci stessi?
- Io sono tenuto per dovere professionale a mantenere il segreto.
- Ma i segreti trapeleranno lo stesso, è questa l'idea?
- Non per causa mia o di Alfonsi. Forse per colpa del dottor Sandri. E’ chiaro che senza il tuo consenso non posso proteggere i tuoi interessi.
- Io personalmente non vorrei rompere con te, soprattutto in questo momento. Ma non posso parlare a nome di mio marito.
- Dov'è?
- L'ho lasciato a casa. Ha passato dei giorni terribili, ha i nervi a pezzi, anche se non sembra.
- Nel film, vostro marito era quel ragazzo che è stato buttato in acqua? - domandai.
- Sì. L'avevo conosciuto proprio quel giorno. Era il suo ultimo week-end di libertà, prima di entrare in collegio. Potrei dirvi che lui si interessò a me, ma io non lo conobbi veramente che un paio di anni più tardi. Nel frattempo era maturato.
- E voi che avete fatto nel frattempo?
Si allontanò da me con uno scatto.
- Non ho nessuna intenzione di rispondere a questa domanda - disse rivolta a Orazi. - Non ho assunto un avvocato e un detective perché pescassero nel torbido della mia vita. Che senso avrebbe?
- Più senso che cercare dì tenere le cose nascoste - rispose calmo Orazi. - È ora che il torbido, come tu lo chiami, venga a galla. Siamo solo noi tre a conoscerlo e' non c'è bisogno che ti ricordi che già ci sono stati parecchi delitti.
- Io non ho ucciso nessuno!
- Vostro figlio sì - intervenni io. - Abbiamo già parlato di quell'omicidio.
- Era stato rapito e ha ucciso per difesa. Voi stesso mi avete detto che la polizia avrebbe capito.
- Potrei pensarla diversamente, ora che so molto di più. Voi avete taciuto parte della storia... le parti più importanti, direi. Per esempio, quando vi dissi che Roberto franchi era implicato nel rapimento del bambino, vi siete ben guardata dal rivelarmi che Roberto era vostro padre.
- Una donna non è tenuta testimoniare contro il marito. Non è la stessa cosa per un padre?
- No, ma questo ora importa. Vostro padre è stato ucciso ieri nel pomeriggio.
- Chi l'ha ucciso? - chiese, sollevando di scatto la testa.
- La polizia. È stata vostra madre a chiamarla.
- Mia madre? - Rimase zitta un attimo. - In fondo non mi sorprende. I miei primi ricordi d'infanzia non sono altro che le loro liti feroci. Dovevo andarmene, fuggire da quell'inferno, anche se questo significava... - i nostri occhi si incontrarono e la frase restò incompiuta.
- ... anche se questo significava - completai - scappare in Spagna con un imbroglione.
Scosse il capo.
- Non l'ho mai fatto.
- Non siete mai scappata con Enrico Mieli? !
Non rispose.
- Che cosa è accaduto, signora Mori?
- Non posso dirvelo... nemmeno ora. Ci sono altre persone coinvolte.
- Enrico Mieli?
- Lui è il più importante.
- Non dovete darvi la pena di proteggerlo. Ormai è al sicuro, come vostro padre, lo sapete bene.
Mi guardò perduta.
- E’ veramente morto, Enrico?
- Lo sapete, signora Mori. Era l'uomo trovato morto sulla spiaggia. Avreste dovuto saperlo o per lo meno capirlo già da allora,
I suoi occhi si fecero più cupi.
- Giuro di no.
- Ma dovevate saperlo! Il corpo venne abbandonato con le mani nel fuoco per impedire che si riconoscessero le sue impronte digitali. Nessun bambino di otto anni potrebbe fare questo!
- Il che non significa che sia stata io.
- Ma voi eravate una persona con un movente - spiegai. - Se il morto fosse stato identificato come Enrico Mieli, tutta la vostra vita sarebbe stata rovinata. Avreste perduto la casa, il marito, la posizione sociale. Sareste ritornata Rita Franchi, completamente al verde.
- Avete detto che mio padre era implicato con Enrico. Forse fu lui a bruciare il corpo... avete detto che hanno bruciato il corpo, no?
- Le dita.
Annuì.
- Deve essere stato mio padre. Parlava sempre dì come riuscire a cancellare le sue stesse impronte. Era il suo pallino.
Si fermò dì colpo. Si era ascoltata come Rita Franchi, figlia di un ex-galeotto, intrappolata ancora in quella identità senza via di scampo. Si buttò sulla sedia col viso tra le mani.
Truttwell immobile la guardò con una intensità che non sembrava escludere l'amore. Forse era soltanto pietà, quella che provava per lei, pietà mista a desiderio. Quella donna era passata attraverso diverse mani, aveva sfiorato dei delitti, ma era ancora molto bella.
Dimenticandosi di me, di se stesso, Orazi cominciò ad accarezzarle la testa; forse, pensai, quell'uomo nutriva nei confronti della donna una sorta di passione astratta che riusciva a soddisfare soltanto avendola come cliente. Oppure un nascosto desiderio, inibito da un passato che non era ancora morto.
La signora Mori si riprese e chiese un pò d'acqua. Orazi andò a prenderla. Rimasti soli, mi parlò in fretta e sottovoce.
- Perché mia madre ha chiamato la polizia? Doveva avere un motivo.
- Infatti. Roberto le aveva rubato la fotografia di Nick.
- Quella di laurea, che io le avevo mandato?
- Sì. proprio quella.
- Non avrei dovuto farlo; ma per una volta nella mia vita avevo pensato di poter agire come un normale essere umano.
- Avete fatto male. Vostro padre la portò a Claudia Grazioli e la con vinse ad assumere Sandro Pesce. Da qui sono partiti tutti i guai.
- Che cosa voleva il vecchio?
- I soldi di vostro marito, come tutti gli altri.
- Tranne voi, vero? - II suo tono era sardonico.
- Tranne me. Il denaro costa troppo.
Tornò Orazi con un bicchiere d'acqua.
- Va meglio? Te la senti di venire con noi?
- Dove? - Era già in allarme.
- Alla Clinica di Sandri. È giunto il momento di parlare con Nick.
- Il dottor Sandri non ti lascerà entrare.
- E invece sì. Tu sei la madre! di Nick e io sono il suo legale. Se il dottor Sandri insisterà nel non voler collaborare, presento un'istanza di giudizio per direttissima.
Orazi non fu molto convincente, ma la donna si allarmò.
- No, per carità, non farlo. Parlerò io a Sandri.
Prima di uscire chiesi alla centralinista se era venuta Betty. Non ancora. Le lasciai detto che andavo alla clinica.
Quando la proiezione finì, nessuno di noi parlò. Accesi le luci. Irene Mori si rialzò e io sentii che la sua paura era così intensa da istupidirla.
- Erano belli quei tempi, vero? - disse infine con grande sforzo.
- Più che belli - confermò Orazi - meravigliosi.
- Dove hai preso questo film dalla signora Mieli? - La sua voce, il suo modo di parlare erano cambiati, come se fosse tornata quella di una volta.
- Sì, e me ne ha dato anche degli altri.
- Mi ha sempre odiata.
- Perché eravate fuggita con suo marito? - chiesi.
- Mi odiava già da prima. Sembrava che avesse sempre intuito quello che sarebbe successo. O forse fu lei a fare in modo che la cosa avvenisse, non lo so. Lei aspettava solo che Enrico facesse il passo sbagliato. E quando una moglie si comporta così, il marito prima o poi il passo sbagliato lo fa.
- E voi, perché l'avete fatto?
- Non dobbiamo parlare di me.
Ci guardò e poi fissò il vuoto.
- Rivendico il diritto di non rispondere a domande compromettenti.
Orazi le andò vicino, gentile e suadente come un amante.
- Non essere sciocca, Irene, Qui sei tra amici.
- Eccome!
- È vero - continuò Orazi. - abbiamo dovuto penare molto, io e il signor Alfonsi, per avere in mano questa prova, per evitare che andasse nelle mani di potenziali nemici. Ma io non la userò contro di te, questo te lo garantisco.
La donna si alzò di scatto e lo affrontò.
- Che cos'è questo? Ricatto?
Orazi sorrise.
- Mi stai scambiando per il dottor Sandri, temo. Io non voglio nulla da te, Irene. Credo soltanto che dovremmo parlarci con franchezza.
Irene guardò verso di me.
- E lui? - disse.
- Il signor Alfonsi conosce il caso meglio di me. Mi fido totalmente della sua discrezione.
Le parole di Orazi mi misero a disagio: non avrei potuto dire la stessa cosa di lui.
- Io no, invece! - esclamò la signora Mori. - Perché dovrei, se lo conosco appena?
- Ma conosci me, Irene. Come tuo procuratore...
- Sei ancora il nostro legale?
- Non ho mai cessato di esserlo. Ormai dovresti aver capito che hai bisogno del mio aiuto e anche di quello del signor Alfonsi. Tutto quello che abbiamo saputo del passato è un segreto tra noi tre.
- Sempre che io stia al gioco. E se non ci stessi?
- Io sono tenuto per dovere professionale a mantenere il segreto.
- Ma i segreti trapeleranno lo stesso, è questa l'idea?
- Non per causa mia o di Alfonsi. Forse per colpa del dottor Sandri. E’ chiaro che senza il tuo consenso non posso proteggere i tuoi interessi.
- Io personalmente non vorrei rompere con te, soprattutto in questo momento. Ma non posso parlare a nome di mio marito.
- Dov'è?
- L'ho lasciato a casa. Ha passato dei giorni terribili, ha i nervi a pezzi, anche se non sembra.
- Nel film, vostro marito era quel ragazzo che è stato buttato in acqua? - domandai.
- Sì. L'avevo conosciuto proprio quel giorno. Era il suo ultimo week-end di libertà, prima di entrare in collegio. Potrei dirvi che lui si interessò a me, ma io non lo conobbi veramente che un paio di anni più tardi. Nel frattempo era maturato.
- E voi che avete fatto nel frattempo?
Si allontanò da me con uno scatto.
- Non ho nessuna intenzione di rispondere a questa domanda - disse rivolta a Orazi. - Non ho assunto un avvocato e un detective perché pescassero nel torbido della mia vita. Che senso avrebbe?
- Più senso che cercare dì tenere le cose nascoste - rispose calmo Orazi. - È ora che il torbido, come tu lo chiami, venga a galla. Siamo solo noi tre a conoscerlo e' non c'è bisogno che ti ricordi che già ci sono stati parecchi delitti.
- Io non ho ucciso nessuno!
- Vostro figlio sì - intervenni io. - Abbiamo già parlato di quell'omicidio.
- Era stato rapito e ha ucciso per difesa. Voi stesso mi avete detto che la polizia avrebbe capito.
- Potrei pensarla diversamente, ora che so molto di più. Voi avete taciuto parte della storia... le parti più importanti, direi. Per esempio, quando vi dissi che Roberto franchi era implicato nel rapimento del bambino, vi siete ben guardata dal rivelarmi che Roberto era vostro padre.
- Una donna non è tenuta testimoniare contro il marito. Non è la stessa cosa per un padre?
- No, ma questo ora importa. Vostro padre è stato ucciso ieri nel pomeriggio.
- Chi l'ha ucciso? - chiese, sollevando di scatto la testa.
- La polizia. È stata vostra madre a chiamarla.
- Mia madre? - Rimase zitta un attimo. - In fondo non mi sorprende. I miei primi ricordi d'infanzia non sono altro che le loro liti feroci. Dovevo andarmene, fuggire da quell'inferno, anche se questo significava... - i nostri occhi si incontrarono e la frase restò incompiuta.
- ... anche se questo significava - completai - scappare in Spagna con un imbroglione.
Scosse il capo.
- Non l'ho mai fatto.
- Non siete mai scappata con Enrico Mieli? !
Non rispose.
- Che cosa è accaduto, signora Mori?
- Non posso dirvelo... nemmeno ora. Ci sono altre persone coinvolte.
- Enrico Mieli?
- Lui è il più importante.
- Non dovete darvi la pena di proteggerlo. Ormai è al sicuro, come vostro padre, lo sapete bene.
Mi guardò perduta.
- E’ veramente morto, Enrico?
- Lo sapete, signora Mori. Era l'uomo trovato morto sulla spiaggia. Avreste dovuto saperlo o per lo meno capirlo già da allora,
I suoi occhi si fecero più cupi.
- Giuro di no.
- Ma dovevate saperlo! Il corpo venne abbandonato con le mani nel fuoco per impedire che si riconoscessero le sue impronte digitali. Nessun bambino di otto anni potrebbe fare questo!
- Il che non significa che sia stata io.
- Ma voi eravate una persona con un movente - spiegai. - Se il morto fosse stato identificato come Enrico Mieli, tutta la vostra vita sarebbe stata rovinata. Avreste perduto la casa, il marito, la posizione sociale. Sareste ritornata Rita Franchi, completamente al verde.
- Avete detto che mio padre era implicato con Enrico. Forse fu lui a bruciare il corpo... avete detto che hanno bruciato il corpo, no?
- Le dita.
Annuì.
- Deve essere stato mio padre. Parlava sempre dì come riuscire a cancellare le sue stesse impronte. Era il suo pallino.
Si fermò dì colpo. Si era ascoltata come Rita Franchi, figlia di un ex-galeotto, intrappolata ancora in quella identità senza via di scampo. Si buttò sulla sedia col viso tra le mani.
Truttwell immobile la guardò con una intensità che non sembrava escludere l'amore. Forse era soltanto pietà, quella che provava per lei, pietà mista a desiderio. Quella donna era passata attraverso diverse mani, aveva sfiorato dei delitti, ma era ancora molto bella.
Dimenticandosi di me, di se stesso, Orazi cominciò ad accarezzarle la testa; forse, pensai, quell'uomo nutriva nei confronti della donna una sorta di passione astratta che riusciva a soddisfare soltanto avendola come cliente. Oppure un nascosto desiderio, inibito da un passato che non era ancora morto.
La signora Mori si riprese e chiese un pò d'acqua. Orazi andò a prenderla. Rimasti soli, mi parlò in fretta e sottovoce.
- Perché mia madre ha chiamato la polizia? Doveva avere un motivo.
- Infatti. Roberto le aveva rubato la fotografia di Nick.
- Quella di laurea, che io le avevo mandato?
- Sì. proprio quella.
- Non avrei dovuto farlo; ma per una volta nella mia vita avevo pensato di poter agire come un normale essere umano.
- Avete fatto male. Vostro padre la portò a Claudia Grazioli e la con vinse ad assumere Sandro Pesce. Da qui sono partiti tutti i guai.
- Che cosa voleva il vecchio?
- I soldi di vostro marito, come tutti gli altri.
- Tranne voi, vero? - II suo tono era sardonico.
- Tranne me. Il denaro costa troppo.
Tornò Orazi con un bicchiere d'acqua.
- Va meglio? Te la senti di venire con noi?
- Dove? - Era già in allarme.
- Alla Clinica di Sandri. È giunto il momento di parlare con Nick.
- Il dottor Sandri non ti lascerà entrare.
- E invece sì. Tu sei la madre! di Nick e io sono il suo legale. Se il dottor Sandri insisterà nel non voler collaborare, presento un'istanza di giudizio per direttissima.
Orazi non fu molto convincente, ma la donna si allarmò.
- No, per carità, non farlo. Parlerò io a Sandri.
Prima di uscire chiesi alla centralinista se era venuta Betty. Non ancora. Le lasciai detto che andavo alla clinica.
lunedì 13 ottobre 2008
TRENTATRE
Betty mi aspettava impaziente al parcheggio. Il suo sguardo sì fissò sul mio viso.
- Siete sporco di rossetto - mi disse. - Aspettate. - Prese un fazzoletto dalla sua borsetta e mi ripulì. - Ecco, ora va meglio.
Salimmo in macchina.
- Avete una relazione con la signora Sandri? - mi domandò tranquillamente, in tono del tutto neutrale.
- Siamo amici.
- Eh, già. Qui ognuno pensa ai fatti suoi e io non posso fare niente per Nick. Non meravigliatevi poi se non mi fido di nessuno. Se siete così amico della signora Sandri, perché non mi ha lasciato vedere Nick?
- Il medico è suo marito, lei è solo un'assistente, così ha detto.
- E suo marito perché non vuole?
- Trattengono Nick in clinica per misura precauzionale. Contro chi o contro che cosa, non è chiara, ma sono d'accordo sul fatto che Nick ha bisogno di protezione. Però oltre che del medico avrebbe bisogno anche di un legale.
- Se state cercando di immischiare ancora mio padre... - Strinse il volante come se volesse spezzarlo.
- C'è già immischiato, tuo padre, Betty. Non serve molto discuterne e tu non aiuti certo Nick mettendoti contro di lui.
- È lui che si è messo contro di noi... contro Nick e me.
- Forse, ma noi avremo bisogno del suo aiuto.
- Io no.
- Comunque, a me serve il tuo. Mi vuoi portare all'ufficio di tuo padre?
- Va bene, ma io non salgo.
Si fermò al parcheggio che si trovava dietro l'edificio dove si trovava Io studio del padre. In uno degli spazi « riservati » era parcheggiata una lucida Rolls-Royce nera.
- È quella dei Mori - notò Betty. - Credevo che avessero rotto con papà.
- Forse ci hanno ripensato. Che ore sono?
- Quattro e trentacinque. Vi aspetterò qui.
La Rolls-Royce mi interessava. Andai a guardarla da vicino e ammirai i suoi sedili ricoperti dì cuoio e i profili in noce. La macchina era immacolata; soltanto il tappetino posteriore era macchiato. Era una macchia giallastra, sembrava un residuo secco di vomito. Ne grattai una parte con l'angolo di una carta: di credito. Quando alzai lo sguardo, vidi un uomo in uniforme scura venire verso di me. Era Emilio, l'autista dei Mori.
- Via dalla macchina - vociò.
- Va bene.
Chiusi la portiera e mi allontanai. Gli occhi di Emilio erano puntati sulla carta che avevo in mano. Fece per afferrarla, ma non ci riuscì.
- Datemela.
- AI diavolo! Chi si è sentito i male in macchina, Emilio?
La domanda Io turbò. Glielo chiesi ancora e la sua ira svanì di colpo. Si voltò, salì in macchina e sollevò il finestrino.
- Che è successo? - mi chiese Betty venendomi incontro.
- Non lo so ancora. Che tipo è?
- Emilio? Un cocciuto.
- È un galantuomo?
- Direi di sì. È in casa Mori da almeno vent'anni.
- Che genere di vita fa?
- La vita tranquilla di uno scapolo, credo. Ma non ne so molto. Cos'è quella roba gialla sulla carta?
- Domanda pertinente. Hai una busta?
- No, ma posso andare a prenderla.
Entrò nell'edificio dalla porta posteriore e ritornò con una busta che recava l'intestazione di suo padre. Con l'aiuto di Betty, infilai il mio reperto nella busta, la sigillai e la siglai.
- Conosci un laboratorio analisi?
- Sì. E’ qua vicino.
Le diedi la busta.
- Voglio che mi dicano se c'è presenza di Nembutal. Credo che non sia difficile, e forse lo possono fare subito, se dici che è per tuo padre. E raccomanda di conservare il campione, chiaro?
- Sissignore.
- Poi mi porti i risultati. Probabilmente sarò nell'ufficio di tuo padre. Puoi sempre travestirti.
Non sorrise ma si avviò velocemente a fare la commissione. Ora mi sentivo pieno di forza e dì aggressività. Se ciò che subodorava era vero, quel residuo di vomito avrebbe risolto il caso.
Andai da Orazi.
- Alfonsi! Stavo per rinunciare ad aspettarvi!
Mi condusse in biblioteca. Un giovanotto stava manovrando un proiettore. In fondo alla stanza era già stato preparato uno schermo.
- Dove vi siete cacciato? - mi domandò.
Glielo dissi e poi cambiai discorso.
- Vedo che avete comprato i filmini dalla signora Mieli.
- No - disse con una certa soddisfazione - ho solo convinto la signora Mieli che era suo dovere servire la giustizia. Le ho lasciato la scatola fiorentina, che era di sua madre. In cambio mi ha dato i films. Sfortunatamente, quello che ora vi mostrerò fu girato circa ventisei anni fa ed è molto rovinato: si rompe continuamente. - Si rivolse al giovanotto: - Come andiamo, Aldo?
- Lo sto cucendo. Sarà pronto tra un minuto.
- Fatemi una cortesia, Alfonsi - mi disse Orazi. - Irene Mori è nella sala d'aspetto.
- È tornata all'ovile?
- Tornerà, per il momento è qui contro la sua volontà. Andate a vedere che non scappi.
- Cosa state cercando di sapere da lei?
- Vedrete.
- Che il suo nome di ragazza era Rita Franchi?
L'espressione soddisfatta di Orazi si spense. Era sorta una specie di rivalità tra noi due, forse dovuta anche al fatto che Betty si era fidata di me.
- Da quanto tempo lo sapete? - fece in tono inquisitorio.
- Da circa cinque secondi, però lo sospettavo da ieri sera.
Non sarebbe stata una buona idea raccontargli che questo sospetto mi era nato da un sogno che avevo fatto su mia nonna. Mentre mi avviavo verso la sala d'aspetto, il sogno mi aggredì nuovamente: la signora Franchi si sovrapponeva all'immagine di mia nonna. La passione con cui aveva custodito il segreto di sua figlia, comunque, la riabilitava.
Quando entrai nella stanza, Irene Mori sollevò il viso. Sembrò che non mi conoscesse subito. La centralinista mi parlò a voce bassa, come se fosse alla presenza di una persona malata.
- L'avvocato Orazi è in biblioteca, mi ha detto di mandarvi da lui.
- Gli ho appena parlato.
- Capisco.
Mi sedetti accanto a Irene Mori. Si voltò, mi guardò e a poco a poco mi individuò. Sembrava una persona prossima al risveglio.
- Mi dispiace, signor Alfonsi, ero distratta. E poi ero convinta che voi non foste più con noi.
- Ci sono ancora, signora Mori. A proposito, ho ritrovato le lettere di vostro marito.
- Le avete con voi? - chiese senza molto interesse.
- Alcune. Ve le riconsegnerò tramite l'avvocato Orazi.
- Non è più il nostro legale.
- Potete fidarvi, le lettere ve le darà.
- Non so. - Si guardò attorno sospettosa. - Siamo sempre stati ottimi amici, ma ora più.
- A causa di Nick e di Betty?
- Questa è stata la goccia fatale. Ma abbiamo già avuto dei dissapori in passato, per denaro. È sempre il denaro che rovina tutto, vero? A volte vorrei tornare povera.
- Che guai avete avuto per denaro, signora Chalmers?
- Quando Lorenzo e io fondammo la “Fondazione Sandri”. Il signor Orazi si rifiutò di fare le pratiche per noi. Era convinto che noi ci cacciassimo in una trappola di Sandri e che non dovevamo, assolutamente aprirgli una clinica. Ma Lorenzo voleva farlo, e anch'io pensavo che fosse una buona idea. Non so dove saremmo ora senza il dottor Sandri.
- Ha fatto molto per voi, vero?
- Lo sapete bene. Ha salvato Nick da... sapete anche questo. Credo che Orazi sia geloso di Sandri. Comunque, ora non è più, nostro amico. Oggi sono venuta qui perché mi ha minacciato.
Avrei voluto chiederle di spiegarsi meglio, ma la centralinista stava ascoltando.
- Andate a chiedere all'avvocato Orazi se è pronto, per cortesia - dissi alla ragazza.
Riluttante se ne andò. Mi rivolsi alla signora Mori.
- Con quali mezzi vi ha minacciato?
Rispose apertamente.
- Si stava comportando come se non avesse più discrezione.
- Ancora per Nick.
- Orazi oggi ha tirato fuori ancora qualcosa di sporco. Forse non dovrei dirvi di cosa si tratta.
- È qualcosa che ha a che fare con la nascita di Nick?
- Ve lo ha già detto ! ?
- No, ma ho letto alcune lettere di vostro marito. Quando Nick fu concepito, vostro marito era lontano. È vero, signora Mori?
Mi guardò smarrita e poi sprezzante.
- Non avete nessun diritto di fare simili affermazioni! Volete rovinarmi, vero?
Tornò la centralinista e ci informò che Orazi stava aspettandoci. Nella biblioteca era solo e stava m piedi dietro il proiettore.
Irene Mori reagì alla macchina come se fosse stata un'arma puntata contro di lei. Il suo sguardo si spostava spaurito da Orazi e me. Chiusi la porta. Il suo viso e suo corpo si irrigidirono.
- Non mi avevi detto nulla di questi films - si lamentò con Orazi. - Mi hai detto soltanto che volevi rivedere il caso con me.
- Il film fa parte del caso - rispose calmo e autorevole l'avvocato. - È stato girato durante un ricevimento a San Marino, nell'estate del 1953. Il film è stato quasi tutto girato da Enrico Mieli, che aveva dato il party. La parte finale, dove si vede lui, è stata girata dalla signora Mieli.
- Hai parlato con la signora Mieli?
- In un certo senso; ma francamente mi interessa di più la tua reazione. Vieni, siediti e mettiti comoda, Irene.
Lei non si mosse. Orazi le si avvicinò sorridendo e la prese per un braccio. Con riluttanza e con molta lentezza, Irene si mosse, si sedette sulla poltrona e si allungò sullo schienale, con le braccia penzoloni.
- Volete spegnere le luci, Alfonsi? - disse Orazi.
Spensi le luci e andai a sedermi vicino a Irene. Il proiettore cominciò a ronzare. Lo schermo sì riempì di immagini: una grande piscina con trampolino sotto un ciclo azzurro cupo.
Una giovane ragazza bionda, dal corpo maturo ma dal viso infantile, salì sul trampolino. Agitò una mano in direzione dell'obiettivo, poi si lanciò con eccessivo impeto e compì un ridicolo tuffo a gambe aperte. Riemerse con la bocca piena di acqua, che fece zampillare in direzione dell'obiettivo. Era Claudia Grazioli, giovane.
Irene Mori, nata Rita Franchi, era vicina al trampolino. Lo percorse con grazia studiata. Rimase immobile per qualche attimo, poi si buttò in acqua con un tuffo perfetto. Era una donna bellissima. Riemerse, sorrise e si avviò a nuoto verso il bordo della piscina. Poi ricomparve Claudia sorridente e chiassosa. Una terza persona, un ragazzo di circa diciotto anni che non riconobbi subito, salì sul trampolino. Anche lui lo percorse lentamente guardandosi attorno come se temesse qualcosa. Infatti arrivò di corsa Claudia, che con una spinta lo buttò in acqua. Il giovane riemerse dibattendosi, con gli occhi chiusi. Una donna con un cappello a larga tesa gli porse un lungo gancio rivestito di pezza e Io trascinò dove l'acqua era meno profonda; e lui rimase fermo lì, con l'acqua che gli arrivava alla vita e la schiena girata verso l'obiettivo.
La sua salvatrice si tolse il cappello e si inchinò verso gli spettatori. Era la signora Mieli: l'obiettivo non indugiò su di lei, ma riprese una panoramica di tutti i presenti. Sopra un dondolo era seduta una coppia di anziani signori; riconobbi Samuele Raffi e immaginai che la donna accanto a lui fosse Estelle Mori: aveva un viso magro, dolce, appassionato.
Rita e Claudia rientrarono nel quadro. Erano in acqua, si avvicinarono al ragazzo nemico dell'acqua, e Rita lo spruzzò abbondantemente.
Ebbi una fugace visione di Roberto Franchi, con barba e capelli rossi, in tenuta da giardiniere, mentre guardava sua figlia che si divertiva. Mi voltai. Il viso di Irene Mori era illuminato dai riflessi colorati dello schermo. Sembrava che la donna stesse morendo sotto il bombardamento del passato.
Quando tornai a guardare lo schermo, vidi Enrico Mieli sul trampolino. Era un uomo di media taglia, con una bella testa. Si tuffò, risalì e si rituffò ancora. Poi venne un doppio tuffo con Rita alle sue spalle e infine un tuffo assieme a Rita. Uno stacco di scena ed ecco di nuovo Rita che stava a gambe divaricate sul trampolino. Enrico infilò la testa tra le sue gambe e la sollevò. Barcollando la portò all'estremità del trampolino, rimase un attimo immobile e poi i due caddero in acqua e rimasero sottacqua per degli istanti che sembrarono eterni. L'obiettivo li cercò ma non riuscì che a riprendere la luccicante superficie azzurra, colorata di ombre che si dissolvevano in acqua.
Betty mi aspettava impaziente al parcheggio. Il suo sguardo sì fissò sul mio viso.
- Siete sporco di rossetto - mi disse. - Aspettate. - Prese un fazzoletto dalla sua borsetta e mi ripulì. - Ecco, ora va meglio.
Salimmo in macchina.
- Avete una relazione con la signora Sandri? - mi domandò tranquillamente, in tono del tutto neutrale.
- Siamo amici.
- Eh, già. Qui ognuno pensa ai fatti suoi e io non posso fare niente per Nick. Non meravigliatevi poi se non mi fido di nessuno. Se siete così amico della signora Sandri, perché non mi ha lasciato vedere Nick?
- Il medico è suo marito, lei è solo un'assistente, così ha detto.
- E suo marito perché non vuole?
- Trattengono Nick in clinica per misura precauzionale. Contro chi o contro che cosa, non è chiara, ma sono d'accordo sul fatto che Nick ha bisogno di protezione. Però oltre che del medico avrebbe bisogno anche di un legale.
- Se state cercando di immischiare ancora mio padre... - Strinse il volante come se volesse spezzarlo.
- C'è già immischiato, tuo padre, Betty. Non serve molto discuterne e tu non aiuti certo Nick mettendoti contro di lui.
- È lui che si è messo contro di noi... contro Nick e me.
- Forse, ma noi avremo bisogno del suo aiuto.
- Io no.
- Comunque, a me serve il tuo. Mi vuoi portare all'ufficio di tuo padre?
- Va bene, ma io non salgo.
Si fermò al parcheggio che si trovava dietro l'edificio dove si trovava Io studio del padre. In uno degli spazi « riservati » era parcheggiata una lucida Rolls-Royce nera.
- È quella dei Mori - notò Betty. - Credevo che avessero rotto con papà.
- Forse ci hanno ripensato. Che ore sono?
- Quattro e trentacinque. Vi aspetterò qui.
La Rolls-Royce mi interessava. Andai a guardarla da vicino e ammirai i suoi sedili ricoperti dì cuoio e i profili in noce. La macchina era immacolata; soltanto il tappetino posteriore era macchiato. Era una macchia giallastra, sembrava un residuo secco di vomito. Ne grattai una parte con l'angolo di una carta: di credito. Quando alzai lo sguardo, vidi un uomo in uniforme scura venire verso di me. Era Emilio, l'autista dei Mori.
- Via dalla macchina - vociò.
- Va bene.
Chiusi la portiera e mi allontanai. Gli occhi di Emilio erano puntati sulla carta che avevo in mano. Fece per afferrarla, ma non ci riuscì.
- Datemela.
- AI diavolo! Chi si è sentito i male in macchina, Emilio?
La domanda Io turbò. Glielo chiesi ancora e la sua ira svanì di colpo. Si voltò, salì in macchina e sollevò il finestrino.
- Che è successo? - mi chiese Betty venendomi incontro.
- Non lo so ancora. Che tipo è?
- Emilio? Un cocciuto.
- È un galantuomo?
- Direi di sì. È in casa Mori da almeno vent'anni.
- Che genere di vita fa?
- La vita tranquilla di uno scapolo, credo. Ma non ne so molto. Cos'è quella roba gialla sulla carta?
- Domanda pertinente. Hai una busta?
- No, ma posso andare a prenderla.
Entrò nell'edificio dalla porta posteriore e ritornò con una busta che recava l'intestazione di suo padre. Con l'aiuto di Betty, infilai il mio reperto nella busta, la sigillai e la siglai.
- Conosci un laboratorio analisi?
- Sì. E’ qua vicino.
Le diedi la busta.
- Voglio che mi dicano se c'è presenza di Nembutal. Credo che non sia difficile, e forse lo possono fare subito, se dici che è per tuo padre. E raccomanda di conservare il campione, chiaro?
- Sissignore.
- Poi mi porti i risultati. Probabilmente sarò nell'ufficio di tuo padre. Puoi sempre travestirti.
Non sorrise ma si avviò velocemente a fare la commissione. Ora mi sentivo pieno di forza e dì aggressività. Se ciò che subodorava era vero, quel residuo di vomito avrebbe risolto il caso.
Andai da Orazi.
- Alfonsi! Stavo per rinunciare ad aspettarvi!
Mi condusse in biblioteca. Un giovanotto stava manovrando un proiettore. In fondo alla stanza era già stato preparato uno schermo.
- Dove vi siete cacciato? - mi domandò.
Glielo dissi e poi cambiai discorso.
- Vedo che avete comprato i filmini dalla signora Mieli.
- No - disse con una certa soddisfazione - ho solo convinto la signora Mieli che era suo dovere servire la giustizia. Le ho lasciato la scatola fiorentina, che era di sua madre. In cambio mi ha dato i films. Sfortunatamente, quello che ora vi mostrerò fu girato circa ventisei anni fa ed è molto rovinato: si rompe continuamente. - Si rivolse al giovanotto: - Come andiamo, Aldo?
- Lo sto cucendo. Sarà pronto tra un minuto.
- Fatemi una cortesia, Alfonsi - mi disse Orazi. - Irene Mori è nella sala d'aspetto.
- È tornata all'ovile?
- Tornerà, per il momento è qui contro la sua volontà. Andate a vedere che non scappi.
- Cosa state cercando di sapere da lei?
- Vedrete.
- Che il suo nome di ragazza era Rita Franchi?
L'espressione soddisfatta di Orazi si spense. Era sorta una specie di rivalità tra noi due, forse dovuta anche al fatto che Betty si era fidata di me.
- Da quanto tempo lo sapete? - fece in tono inquisitorio.
- Da circa cinque secondi, però lo sospettavo da ieri sera.
Non sarebbe stata una buona idea raccontargli che questo sospetto mi era nato da un sogno che avevo fatto su mia nonna. Mentre mi avviavo verso la sala d'aspetto, il sogno mi aggredì nuovamente: la signora Franchi si sovrapponeva all'immagine di mia nonna. La passione con cui aveva custodito il segreto di sua figlia, comunque, la riabilitava.
Quando entrai nella stanza, Irene Mori sollevò il viso. Sembrò che non mi conoscesse subito. La centralinista mi parlò a voce bassa, come se fosse alla presenza di una persona malata.
- L'avvocato Orazi è in biblioteca, mi ha detto di mandarvi da lui.
- Gli ho appena parlato.
- Capisco.
Mi sedetti accanto a Irene Mori. Si voltò, mi guardò e a poco a poco mi individuò. Sembrava una persona prossima al risveglio.
- Mi dispiace, signor Alfonsi, ero distratta. E poi ero convinta che voi non foste più con noi.
- Ci sono ancora, signora Mori. A proposito, ho ritrovato le lettere di vostro marito.
- Le avete con voi? - chiese senza molto interesse.
- Alcune. Ve le riconsegnerò tramite l'avvocato Orazi.
- Non è più il nostro legale.
- Potete fidarvi, le lettere ve le darà.
- Non so. - Si guardò attorno sospettosa. - Siamo sempre stati ottimi amici, ma ora più.
- A causa di Nick e di Betty?
- Questa è stata la goccia fatale. Ma abbiamo già avuto dei dissapori in passato, per denaro. È sempre il denaro che rovina tutto, vero? A volte vorrei tornare povera.
- Che guai avete avuto per denaro, signora Chalmers?
- Quando Lorenzo e io fondammo la “Fondazione Sandri”. Il signor Orazi si rifiutò di fare le pratiche per noi. Era convinto che noi ci cacciassimo in una trappola di Sandri e che non dovevamo, assolutamente aprirgli una clinica. Ma Lorenzo voleva farlo, e anch'io pensavo che fosse una buona idea. Non so dove saremmo ora senza il dottor Sandri.
- Ha fatto molto per voi, vero?
- Lo sapete bene. Ha salvato Nick da... sapete anche questo. Credo che Orazi sia geloso di Sandri. Comunque, ora non è più, nostro amico. Oggi sono venuta qui perché mi ha minacciato.
Avrei voluto chiederle di spiegarsi meglio, ma la centralinista stava ascoltando.
- Andate a chiedere all'avvocato Orazi se è pronto, per cortesia - dissi alla ragazza.
Riluttante se ne andò. Mi rivolsi alla signora Mori.
- Con quali mezzi vi ha minacciato?
Rispose apertamente.
- Si stava comportando come se non avesse più discrezione.
- Ancora per Nick.
- Orazi oggi ha tirato fuori ancora qualcosa di sporco. Forse non dovrei dirvi di cosa si tratta.
- È qualcosa che ha a che fare con la nascita di Nick?
- Ve lo ha già detto ! ?
- No, ma ho letto alcune lettere di vostro marito. Quando Nick fu concepito, vostro marito era lontano. È vero, signora Mori?
Mi guardò smarrita e poi sprezzante.
- Non avete nessun diritto di fare simili affermazioni! Volete rovinarmi, vero?
Tornò la centralinista e ci informò che Orazi stava aspettandoci. Nella biblioteca era solo e stava m piedi dietro il proiettore.
Irene Mori reagì alla macchina come se fosse stata un'arma puntata contro di lei. Il suo sguardo si spostava spaurito da Orazi e me. Chiusi la porta. Il suo viso e suo corpo si irrigidirono.
- Non mi avevi detto nulla di questi films - si lamentò con Orazi. - Mi hai detto soltanto che volevi rivedere il caso con me.
- Il film fa parte del caso - rispose calmo e autorevole l'avvocato. - È stato girato durante un ricevimento a San Marino, nell'estate del 1953. Il film è stato quasi tutto girato da Enrico Mieli, che aveva dato il party. La parte finale, dove si vede lui, è stata girata dalla signora Mieli.
- Hai parlato con la signora Mieli?
- In un certo senso; ma francamente mi interessa di più la tua reazione. Vieni, siediti e mettiti comoda, Irene.
Lei non si mosse. Orazi le si avvicinò sorridendo e la prese per un braccio. Con riluttanza e con molta lentezza, Irene si mosse, si sedette sulla poltrona e si allungò sullo schienale, con le braccia penzoloni.
- Volete spegnere le luci, Alfonsi? - disse Orazi.
Spensi le luci e andai a sedermi vicino a Irene. Il proiettore cominciò a ronzare. Lo schermo sì riempì di immagini: una grande piscina con trampolino sotto un ciclo azzurro cupo.
Una giovane ragazza bionda, dal corpo maturo ma dal viso infantile, salì sul trampolino. Agitò una mano in direzione dell'obiettivo, poi si lanciò con eccessivo impeto e compì un ridicolo tuffo a gambe aperte. Riemerse con la bocca piena di acqua, che fece zampillare in direzione dell'obiettivo. Era Claudia Grazioli, giovane.
Irene Mori, nata Rita Franchi, era vicina al trampolino. Lo percorse con grazia studiata. Rimase immobile per qualche attimo, poi si buttò in acqua con un tuffo perfetto. Era una donna bellissima. Riemerse, sorrise e si avviò a nuoto verso il bordo della piscina. Poi ricomparve Claudia sorridente e chiassosa. Una terza persona, un ragazzo di circa diciotto anni che non riconobbi subito, salì sul trampolino. Anche lui lo percorse lentamente guardandosi attorno come se temesse qualcosa. Infatti arrivò di corsa Claudia, che con una spinta lo buttò in acqua. Il giovane riemerse dibattendosi, con gli occhi chiusi. Una donna con un cappello a larga tesa gli porse un lungo gancio rivestito di pezza e Io trascinò dove l'acqua era meno profonda; e lui rimase fermo lì, con l'acqua che gli arrivava alla vita e la schiena girata verso l'obiettivo.
La sua salvatrice si tolse il cappello e si inchinò verso gli spettatori. Era la signora Mieli: l'obiettivo non indugiò su di lei, ma riprese una panoramica di tutti i presenti. Sopra un dondolo era seduta una coppia di anziani signori; riconobbi Samuele Raffi e immaginai che la donna accanto a lui fosse Estelle Mori: aveva un viso magro, dolce, appassionato.
Rita e Claudia rientrarono nel quadro. Erano in acqua, si avvicinarono al ragazzo nemico dell'acqua, e Rita lo spruzzò abbondantemente.
Ebbi una fugace visione di Roberto Franchi, con barba e capelli rossi, in tenuta da giardiniere, mentre guardava sua figlia che si divertiva. Mi voltai. Il viso di Irene Mori era illuminato dai riflessi colorati dello schermo. Sembrava che la donna stesse morendo sotto il bombardamento del passato.
Quando tornai a guardare lo schermo, vidi Enrico Mieli sul trampolino. Era un uomo di media taglia, con una bella testa. Si tuffò, risalì e si rituffò ancora. Poi venne un doppio tuffo con Rita alle sue spalle e infine un tuffo assieme a Rita. Uno stacco di scena ed ecco di nuovo Rita che stava a gambe divaricate sul trampolino. Enrico infilò la testa tra le sue gambe e la sollevò. Barcollando la portò all'estremità del trampolino, rimase un attimo immobile e poi i due caddero in acqua e rimasero sottacqua per degli istanti che sembrarono eterni. L'obiettivo li cercò ma non riuscì che a riprendere la luccicante superficie azzurra, colorata di ombre che si dissolvevano in acqua.
TRENTADUE
Verso sud, lungo la costa, la giornata era chiara e ventosa. Betty mi portò direttamente alla Clinica di Sandri. La compitissima signorina al banco di accettazione mi informò che il dottor Sandri era con un paziente e che non poteva essere disturbato. E sarebbe stato occupato anche per tutto il resto della giornata, compresa la sera.
- E lo sarà anche per tutto il resto della settimana, vero?
- La donna mi guardò con chiara disapprovazione.
- Siete certo di non volere il medico di guardia?
- Certissimo. È Nicholas Mori il paziente che è con lui?
- Non sono autorizzata a rispondere a questo genere di domande.
- Posso vedere la signora Sandri?
La donna non rispose subito. Finse dì consultare alcune carte.
- Vediamo se è possibile - rispose infine. - Volete ripetermi il vostro nome?
Glielo dissi. Scomparve dietro un uscio. Nello stesso istante udimmo un urlo disperato e pieno di dolore. Betty e io ci guardammo.
- Potrebbe essere Nick - disse. - Che gli stanno facendo?
- Nulla, Nick non dovrebbe essere qui.
- E dove allora? A casa sua, a legger tranquillamente qualche libro?
- Dostoievskij magari!
- Anche qualcosa di più leggero.
- Come «Piccole Donne» ? Non mi capite, signor Alfonsi. Siete di nuovo paternalistico.
- E tu bambineggi.
Moira e la ragazza di prima uscirono insieme dallo stesso uscio; Moira mi guardò sorpresa e poi guardò Betty con uno sguardo che esprimeva invidia e sdegno.
- Che cosa diavolo è successo, signor Alfonsi? - mi domandò.
- Sono stato colpito per sbaglio, se vi riferite a questo - risposi toccandomi il braccio sinistro. - Nick Chalmers è qui?
- Sì, è qui.
- Era lui che urlava?
- Urlare? Non credo. - Era sconcertata. - Abbiamo molti pazienti nel reparto isolamento. Nick non è uno dei più disturbati.
- Allora non avrete nulla incontrario che noi gli parliamo. La signorina Orazi è la sua fidanzata.
- Lo so.
- ... ed è molto in ansia per lui.
- Non è il caso di preoccuparsi - ma lei stessa sembrava molto turbata. Mi dispiace, non posso lasciarvi entrare. Il dottor Sandri ha deciso così. Probabilmente è convinto che Nick abbia bisogno di solitudine.
- Possiamo parlarne privatamente, signora Sandri?
- Certo, venite pure nel mio ufficio.
Il gesto dell'invito escludeva Betty. Seguii Moira in uno studio che era in parte salotto, in parte archivio. La stanza era senza finestre. Moira chiuse a chiave la porta e vi si appoggiò contro.
- Sono prigioniero? - chiesi.
- Sono io la prigioniera e vorrei tanto poter uscire di qui. Ma non posso.
- Tuo marito non ti lascia andare?
- È un po' più complicata, la storia. Sono prigioniera di tutti i miei errori passati... oggi mi sento in vena di sentenze... e Raffaele è uno di quelli. Tu sei l'ultimo.
- Che cosa ho fatto di sbagliato?
- Nulla. Pensavo di piacerti, tutto qui. - Aveva perduto il tono ufficiale di prima. - E l'altra notte ho agito in base a questa impressione.
- Era un'impressione giusta.
- E allora perché mi tormenti?
- Non volevo farlo. Ma pare che ci troviamo su sponde opposte.
Scosse il capo.
- Non lo credo. Tutto quello che voglio è una vita decente, una vita possibile, per tutti quelli che sono coinvolti in questa faccenda, me compresa.
- Cosa vuole tuo marito?
- La stessa cosa, secondo le sue idee, però. Abbiamo una mentalità molto diversa e io ho fatto l'errore di seguirlo in tutte le sue idee di grandezza... come se si potesse salvare un matrimonio facendo nascere una clinica. Avremmo potuto affittarla, invece.
Era una donna complessa, piena di ambiguità e molto loquace. Le andai vicino, l'abbracciai e la zittii con un bacio.
La ferita nella spalla cominciò a battermi come un secondo cuore.
- Mi dispiace che tu sia ferito - mi disse come se avesse intuito il mio dolore.
- Mi dispiace che « tu » sia ferita, Moira.
- Non sprecare la tua comprensione con me. Sopravviverò. Ma temo che non sarà molto divertente.
- Di cosa stai parlando?
- Una catastrofe, la sento nelle ossa. Ho sangue irlandese, io, lo sapevi?
- Una catastrofe per Nick Mori?
- Per tutti noi. E anche per lui, certo.
- Perché non permetti che lo porti fuori di qui?
- Non posso.
- La sua vita è in pericolo?
- No, finché starà qui.
- Posso vederlo?
- No, mio marito non lo permetterebbe.
- Hai paura di lui? - No, ma lui è il medico e io non sono che un'assistente.
- Quanto tempo ha intenzione di tenere qui Nick?
- Finché non ci sarà più pericolo.
- Chi è la fonte di pericolo?
- Questo non te lo posso dire. Per favore, non farmi più domande! Le domande rovinano tutto.
Ci abbracciammo ancora. Il calore del suo corpo e della sua bocca mi diedero una carica di energia, anche se le nostre menti erano in contrasto e parte della mia stava risalendo la corrente del tempo.
- Vorrei uscire di qui, subito, con te, e non tornarci mai più - disse con voce roca.
- Sei una donna sposata.
- Non per l'eternità.
- Per causa mia?
- No, sta' tranquillo. Mi prometti una cosa?
- Dopo che saprò di cosa si tratta.
- Non parlare a nessuno di Simone, sai, il piccolo impiegato dell'ufficio postale. Ho sbagliato a parlartene.
- Si è rifatto vivo?
Annuì. I suoi occhi erano cupi,
- Non ne parlerai?
- Non ho nessun motivo per farlo.
Stavo sgattaiolando e lei lo capì.
- Rolando, so che sei un uomo che può molto e soprattutto sei tutto di un pezzo. Promettimi che non farai nulla contro di noi, dai a me e a Raffaele la possibilità di risolvere da soli questo problema.
Mi allontanai da lei.
- Non posso fare promesse così alla cieca. Quello che stai dicendo non è per niente chiaro e tu lo sai benissimo.
- Non posso essere chiara e questo è un problema che non si risolve parlando. C'è troppa gente coinvolta, troppi anni di vita.
- Chi è la gente coinvolta?
- Raffaele, io, i Mori, gli Orazi...
- E Simone?
- Sì, anche lui. - I suoi occhi ebbero un guizzo. - Ecco perché tu non devi parlarne con nessuno.
- E tu, perché me ne hai parlato?
- Pensavo di poter avere dei consigli da te e pensavo soprattutto che noi avremmo potuto diventare più amici di quanto lo siamo.
- Dammi tempo.
- È quello che io sto chiedendo a te.
Verso sud, lungo la costa, la giornata era chiara e ventosa. Betty mi portò direttamente alla Clinica di Sandri. La compitissima signorina al banco di accettazione mi informò che il dottor Sandri era con un paziente e che non poteva essere disturbato. E sarebbe stato occupato anche per tutto il resto della giornata, compresa la sera.
- E lo sarà anche per tutto il resto della settimana, vero?
- La donna mi guardò con chiara disapprovazione.
- Siete certo di non volere il medico di guardia?
- Certissimo. È Nicholas Mori il paziente che è con lui?
- Non sono autorizzata a rispondere a questo genere di domande.
- Posso vedere la signora Sandri?
La donna non rispose subito. Finse dì consultare alcune carte.
- Vediamo se è possibile - rispose infine. - Volete ripetermi il vostro nome?
Glielo dissi. Scomparve dietro un uscio. Nello stesso istante udimmo un urlo disperato e pieno di dolore. Betty e io ci guardammo.
- Potrebbe essere Nick - disse. - Che gli stanno facendo?
- Nulla, Nick non dovrebbe essere qui.
- E dove allora? A casa sua, a legger tranquillamente qualche libro?
- Dostoievskij magari!
- Anche qualcosa di più leggero.
- Come «Piccole Donne» ? Non mi capite, signor Alfonsi. Siete di nuovo paternalistico.
- E tu bambineggi.
Moira e la ragazza di prima uscirono insieme dallo stesso uscio; Moira mi guardò sorpresa e poi guardò Betty con uno sguardo che esprimeva invidia e sdegno.
- Che cosa diavolo è successo, signor Alfonsi? - mi domandò.
- Sono stato colpito per sbaglio, se vi riferite a questo - risposi toccandomi il braccio sinistro. - Nick Chalmers è qui?
- Sì, è qui.
- Era lui che urlava?
- Urlare? Non credo. - Era sconcertata. - Abbiamo molti pazienti nel reparto isolamento. Nick non è uno dei più disturbati.
- Allora non avrete nulla incontrario che noi gli parliamo. La signorina Orazi è la sua fidanzata.
- Lo so.
- ... ed è molto in ansia per lui.
- Non è il caso di preoccuparsi - ma lei stessa sembrava molto turbata. Mi dispiace, non posso lasciarvi entrare. Il dottor Sandri ha deciso così. Probabilmente è convinto che Nick abbia bisogno di solitudine.
- Possiamo parlarne privatamente, signora Sandri?
- Certo, venite pure nel mio ufficio.
Il gesto dell'invito escludeva Betty. Seguii Moira in uno studio che era in parte salotto, in parte archivio. La stanza era senza finestre. Moira chiuse a chiave la porta e vi si appoggiò contro.
- Sono prigioniero? - chiesi.
- Sono io la prigioniera e vorrei tanto poter uscire di qui. Ma non posso.
- Tuo marito non ti lascia andare?
- È un po' più complicata, la storia. Sono prigioniera di tutti i miei errori passati... oggi mi sento in vena di sentenze... e Raffaele è uno di quelli. Tu sei l'ultimo.
- Che cosa ho fatto di sbagliato?
- Nulla. Pensavo di piacerti, tutto qui. - Aveva perduto il tono ufficiale di prima. - E l'altra notte ho agito in base a questa impressione.
- Era un'impressione giusta.
- E allora perché mi tormenti?
- Non volevo farlo. Ma pare che ci troviamo su sponde opposte.
Scosse il capo.
- Non lo credo. Tutto quello che voglio è una vita decente, una vita possibile, per tutti quelli che sono coinvolti in questa faccenda, me compresa.
- Cosa vuole tuo marito?
- La stessa cosa, secondo le sue idee, però. Abbiamo una mentalità molto diversa e io ho fatto l'errore di seguirlo in tutte le sue idee di grandezza... come se si potesse salvare un matrimonio facendo nascere una clinica. Avremmo potuto affittarla, invece.
Era una donna complessa, piena di ambiguità e molto loquace. Le andai vicino, l'abbracciai e la zittii con un bacio.
La ferita nella spalla cominciò a battermi come un secondo cuore.
- Mi dispiace che tu sia ferito - mi disse come se avesse intuito il mio dolore.
- Mi dispiace che « tu » sia ferita, Moira.
- Non sprecare la tua comprensione con me. Sopravviverò. Ma temo che non sarà molto divertente.
- Di cosa stai parlando?
- Una catastrofe, la sento nelle ossa. Ho sangue irlandese, io, lo sapevi?
- Una catastrofe per Nick Mori?
- Per tutti noi. E anche per lui, certo.
- Perché non permetti che lo porti fuori di qui?
- Non posso.
- La sua vita è in pericolo?
- No, finché starà qui.
- Posso vederlo?
- No, mio marito non lo permetterebbe.
- Hai paura di lui? - No, ma lui è il medico e io non sono che un'assistente.
- Quanto tempo ha intenzione di tenere qui Nick?
- Finché non ci sarà più pericolo.
- Chi è la fonte di pericolo?
- Questo non te lo posso dire. Per favore, non farmi più domande! Le domande rovinano tutto.
Ci abbracciammo ancora. Il calore del suo corpo e della sua bocca mi diedero una carica di energia, anche se le nostre menti erano in contrasto e parte della mia stava risalendo la corrente del tempo.
- Vorrei uscire di qui, subito, con te, e non tornarci mai più - disse con voce roca.
- Sei una donna sposata.
- Non per l'eternità.
- Per causa mia?
- No, sta' tranquillo. Mi prometti una cosa?
- Dopo che saprò di cosa si tratta.
- Non parlare a nessuno di Simone, sai, il piccolo impiegato dell'ufficio postale. Ho sbagliato a parlartene.
- Si è rifatto vivo?
Annuì. I suoi occhi erano cupi,
- Non ne parlerai?
- Non ho nessun motivo per farlo.
Stavo sgattaiolando e lei lo capì.
- Rolando, so che sei un uomo che può molto e soprattutto sei tutto di un pezzo. Promettimi che non farai nulla contro di noi, dai a me e a Raffaele la possibilità di risolvere da soli questo problema.
Mi allontanai da lei.
- Non posso fare promesse così alla cieca. Quello che stai dicendo non è per niente chiaro e tu lo sai benissimo.
- Non posso essere chiara e questo è un problema che non si risolve parlando. C'è troppa gente coinvolta, troppi anni di vita.
- Chi è la gente coinvolta?
- Raffaele, io, i Mori, gli Orazi...
- E Simone?
- Sì, anche lui. - I suoi occhi ebbero un guizzo. - Ecco perché tu non devi parlarne con nessuno.
- E tu, perché me ne hai parlato?
- Pensavo di poter avere dei consigli da te e pensavo soprattutto che noi avremmo potuto diventare più amici di quanto lo siamo.
- Dammi tempo.
- È quello che io sto chiedendo a te.
TRENTUNO
Il mattino seguente, mentre stavo facendo colazione con caffè e latte e cornetto, arrivò il chirurgo.
- Come vi sentite?
- Bene - mentii. - Ma non prenderò certo le forze con quello che mi date da mangiare. Quando posso andarmene?
- Non abbiate premura. Dovreste aver pazienza per una settimana.
- Non posso stare qui una settimana.
- Nessuno vi obbliga. Siete maggiorenne e responsabile di voi stesso. Volevo soltanto pregarvi di essere prudente. Orari regolari, niente strapazzi e molto riposo.
- Certo,
Riposai prudentemente per tutta la mattinata. Orazi non mi telefonò. Poco dopo mezzogiorno chiamai ancora io il suo ufficio, ma la centralinista mi rispose che non c'era.
- Veramente non c'è?
- Veramente. Non so dove sia.
Aspettai e riposai ancora. Un agente della polizia stradale mi portò le chiavi della mia macchina e mi spiegò dove l'aveva parcheggiata. Dopo colazione, uscii dal letto e cominciai a vestirmi. A operazione finita ero in un bagno di sudore.
Lungo il corridoio le infermiere si davano da fare a portare le colazioni ai pazienti. Infilai una scala e scesi al pianterreno. Uscii nel parcheggio vetture, trovai la mia macchina e mi sedetti a riposare. Niente strapazzi e molto riposo.
La strada era piena di traffico e io guidavo piuttosto male. Non riuscivo a concentrare la mia attenzione e per poco non andai a sbattere contro un'altra macchina.
A malapena arrivai a Roma, a casa mia. Parcheggiai davanti al marciapiede ed ebbi la fugace visione, nello specchietto retrovisore, di un uomo barbuto con uno zaino sulle spalle. Mi voltai a guardare, ma l'uomo era sparito.
Come entrai in casa, il telefono cominciò a squillare. Era il servizio di segreteria telefonica a cui ero abbonato da diverso tempo.
- Signor Alfonsi? Sono Elena del servizio segreteria telefonica. Ci sono state due chiamate urgenti, una dal signor Orazi e l'altra dalla signorina Orazi.
Guardai l'orologio: erano le due. Elena mi dettò il numero dello studio di Orazi e il numero lasciato da sua figlia.
- Niente altro?
- Sì, ma forse si è trattato di un errore, signor Alfonsi. L'ospedale, dove siete stato ricoverato, dice che voi siete andato via senza pagare il conto.
- Non è un errore. Se dovessero richiamare, riferite che spedirò un assegno per posta.
- Sì, signore.
Presi il mio libretto di assegni, controllai il residuo e decisi di chiamare Orazi. Prima però andai in cucina e misi sulla griglia una bistecca surgelata. Assaggiai il latte che era rimasto nel frigorifero. Era ancora dolce e ne bevvi un quarto. Avevo una voglia pazza di un bicchiere di birra ghiacciata, ma riuscii a farne a meno.
Dallo studio di Orazi mi rispose un giovane impiegato. Orazi non c'era, ma aveva predisposto un appuntamento con me per le quattro e mezzo. Era molto importante che io ci andassi, anche se l’impiegato sembrava ignorarne il motivo.
Mentre formavo il numero lasciato da Betty, mi ricordai che era quello dell'appartamento di Nick.
- Pronto? - rispose Betty.
- Sono Alfonsi.
- È tutto il giorno che vi cerco.
- Nick è con te?
- No, vorrei tanto che ci fosse. Sono così preoccupata per lui. Ieri nel pomeriggio sono andata a Civitavecchia ma non mi hanno lasciato entrare nella sua camera.
- Chi è stato?
- Il tipo che c'era di guardia alla porta, con l'aiuto del dottor Sandri. Come se fossi andata a far la spia per conto di mio padre! Sono riuscita a intravedere Nick e a farmi vedere da lui. Mi ha detto di portarlo via, che lo trattenevano contro la sua volontà.
- Chi?
- Be', penso che intendesse parlare del dottor Sandri. Comunque, è stato il dottore a ordinare di portarlo via ieri sera.
- E dove l'hanno portato?
- Non lo so, ma penso che lo tengano prigioniero nella Clinica di Sandri. L'ambulanza l'ha portato lì.
- E tu credi sul serio che sia prigioniero?
- Non so più quello che credo, ma ho paura. Volete aiutarmi?
Risposi che era lei, ora, che doveva aiutarmi, perché ancora non ero in grado di guidare. Disse che sarebbe passata a prendermi entro un'ora.
Tornai in cucina e voltai la bistecca sulla graticola. Era calda e ben cotta da una parte, gelata e cruda dall'altra, come tutti gli schizofrenici che avevo conosciuto. Mi chiesi fino a che punto fosse pazzo Nick Mori.
Il problema più immediato era come vestirmi. Il mio guardaroba era piuttosto scarso. Presi una camicia pulita, la cambiai con quella sporca di sangue che ancora indossavo, e riuscii a infilarmela. Sopra indossai una giacca cardigan.
La mia bistecca schizoide era pronta e finalmente riuscii a mangiare. Poi mi sedetti a riposare sul!a poltrona del salotto. Per la prima volta in vita mia, capivo cosa voglia dire diventare vecchi. Il mio corpo esigeva privilegi speciali, senza dare nulla in cambio.
Il colpo di clacson di Betty mi svegliò dal sonnellino. Mi guardò stranita quando piuttosto goffamente mi infilai nella sua vettura.
- State male?
- Non proprio. Mi sono preso una pallottola nella spalla.
- Perché non me l'avete detto?
- Avresti potuto non venire e io voglio arrivare in fondo a questa storia.
- A costo di morire?
- Cercherò dì evitarlo.
Betty aveva un aspetto migliore dell'ultima volta che l'avevo vista.
- Chi vi ha sparato?
- Un poliziotto. Ma stava mirando a un altro, e io mi sono trovato sulla strada. Tuo padre non ti ha detto niente?
- Non vedo mio padre da ieri.
- Hai lasciato la casa?
- Sì. Papa mi ha detto che dovevo scegliere tra lui e Nick.
- Sono certo che non ne era poi tanto convinto.
- Invece sì.
Accese il motore. Mi ricordai allora che le lettere di Mori erano ancora nel baule della mia macchina. Andai a prenderle e, mentre Betty guidava verso l'autostrada, le riguardai. Mi colpi la data della seconda lettera: 15 marzo 1955
Mi rivolsi a Betty.
- L'altro giorno non mi hai detto che il compleanno di Nick cade in dicembre?
- Sì, il giorno 14.
- E in che anno è nato?
- Nel 1955, Ha compiuto i ventitré anni il mese scorso. È importante?
- Potrebbe esserlo. Nick ha per caso riordinato queste lettere, mettendone alcune per prime, senza un ordine cronologico?
- Può darsi, comunque, credo che le abbia lette. Perché?
- II signor Mori ha scritto una lettera 15 marzo 1955.
- Non sono un'aquila in aritmetica, specialmente mentre guido. Tra il 15 marzo e il 14 dicembre ci sono nove mesi, no?
- Esatto.
- Non è strano? Nick ha sempre sospettato che suo pa... che il signor Mori non fosse suo padre. Pensava di essere stato adottato.
- Forse è vero.
Misi le prime tre lettere nel portafogli. La ragazza infilò l'autostrada. Guidava con rabbia, sotto un cupo firmamento di smog.
Il mattino seguente, mentre stavo facendo colazione con caffè e latte e cornetto, arrivò il chirurgo.
- Come vi sentite?
- Bene - mentii. - Ma non prenderò certo le forze con quello che mi date da mangiare. Quando posso andarmene?
- Non abbiate premura. Dovreste aver pazienza per una settimana.
- Non posso stare qui una settimana.
- Nessuno vi obbliga. Siete maggiorenne e responsabile di voi stesso. Volevo soltanto pregarvi di essere prudente. Orari regolari, niente strapazzi e molto riposo.
- Certo,
Riposai prudentemente per tutta la mattinata. Orazi non mi telefonò. Poco dopo mezzogiorno chiamai ancora io il suo ufficio, ma la centralinista mi rispose che non c'era.
- Veramente non c'è?
- Veramente. Non so dove sia.
Aspettai e riposai ancora. Un agente della polizia stradale mi portò le chiavi della mia macchina e mi spiegò dove l'aveva parcheggiata. Dopo colazione, uscii dal letto e cominciai a vestirmi. A operazione finita ero in un bagno di sudore.
Lungo il corridoio le infermiere si davano da fare a portare le colazioni ai pazienti. Infilai una scala e scesi al pianterreno. Uscii nel parcheggio vetture, trovai la mia macchina e mi sedetti a riposare. Niente strapazzi e molto riposo.
La strada era piena di traffico e io guidavo piuttosto male. Non riuscivo a concentrare la mia attenzione e per poco non andai a sbattere contro un'altra macchina.
A malapena arrivai a Roma, a casa mia. Parcheggiai davanti al marciapiede ed ebbi la fugace visione, nello specchietto retrovisore, di un uomo barbuto con uno zaino sulle spalle. Mi voltai a guardare, ma l'uomo era sparito.
Come entrai in casa, il telefono cominciò a squillare. Era il servizio di segreteria telefonica a cui ero abbonato da diverso tempo.
- Signor Alfonsi? Sono Elena del servizio segreteria telefonica. Ci sono state due chiamate urgenti, una dal signor Orazi e l'altra dalla signorina Orazi.
Guardai l'orologio: erano le due. Elena mi dettò il numero dello studio di Orazi e il numero lasciato da sua figlia.
- Niente altro?
- Sì, ma forse si è trattato di un errore, signor Alfonsi. L'ospedale, dove siete stato ricoverato, dice che voi siete andato via senza pagare il conto.
- Non è un errore. Se dovessero richiamare, riferite che spedirò un assegno per posta.
- Sì, signore.
Presi il mio libretto di assegni, controllai il residuo e decisi di chiamare Orazi. Prima però andai in cucina e misi sulla griglia una bistecca surgelata. Assaggiai il latte che era rimasto nel frigorifero. Era ancora dolce e ne bevvi un quarto. Avevo una voglia pazza di un bicchiere di birra ghiacciata, ma riuscii a farne a meno.
Dallo studio di Orazi mi rispose un giovane impiegato. Orazi non c'era, ma aveva predisposto un appuntamento con me per le quattro e mezzo. Era molto importante che io ci andassi, anche se l’impiegato sembrava ignorarne il motivo.
Mentre formavo il numero lasciato da Betty, mi ricordai che era quello dell'appartamento di Nick.
- Pronto? - rispose Betty.
- Sono Alfonsi.
- È tutto il giorno che vi cerco.
- Nick è con te?
- No, vorrei tanto che ci fosse. Sono così preoccupata per lui. Ieri nel pomeriggio sono andata a Civitavecchia ma non mi hanno lasciato entrare nella sua camera.
- Chi è stato?
- Il tipo che c'era di guardia alla porta, con l'aiuto del dottor Sandri. Come se fossi andata a far la spia per conto di mio padre! Sono riuscita a intravedere Nick e a farmi vedere da lui. Mi ha detto di portarlo via, che lo trattenevano contro la sua volontà.
- Chi?
- Be', penso che intendesse parlare del dottor Sandri. Comunque, è stato il dottore a ordinare di portarlo via ieri sera.
- E dove l'hanno portato?
- Non lo so, ma penso che lo tengano prigioniero nella Clinica di Sandri. L'ambulanza l'ha portato lì.
- E tu credi sul serio che sia prigioniero?
- Non so più quello che credo, ma ho paura. Volete aiutarmi?
Risposi che era lei, ora, che doveva aiutarmi, perché ancora non ero in grado di guidare. Disse che sarebbe passata a prendermi entro un'ora.
Tornai in cucina e voltai la bistecca sulla graticola. Era calda e ben cotta da una parte, gelata e cruda dall'altra, come tutti gli schizofrenici che avevo conosciuto. Mi chiesi fino a che punto fosse pazzo Nick Mori.
Il problema più immediato era come vestirmi. Il mio guardaroba era piuttosto scarso. Presi una camicia pulita, la cambiai con quella sporca di sangue che ancora indossavo, e riuscii a infilarmela. Sopra indossai una giacca cardigan.
La mia bistecca schizoide era pronta e finalmente riuscii a mangiare. Poi mi sedetti a riposare sul!a poltrona del salotto. Per la prima volta in vita mia, capivo cosa voglia dire diventare vecchi. Il mio corpo esigeva privilegi speciali, senza dare nulla in cambio.
Il colpo di clacson di Betty mi svegliò dal sonnellino. Mi guardò stranita quando piuttosto goffamente mi infilai nella sua vettura.
- State male?
- Non proprio. Mi sono preso una pallottola nella spalla.
- Perché non me l'avete detto?
- Avresti potuto non venire e io voglio arrivare in fondo a questa storia.
- A costo di morire?
- Cercherò dì evitarlo.
Betty aveva un aspetto migliore dell'ultima volta che l'avevo vista.
- Chi vi ha sparato?
- Un poliziotto. Ma stava mirando a un altro, e io mi sono trovato sulla strada. Tuo padre non ti ha detto niente?
- Non vedo mio padre da ieri.
- Hai lasciato la casa?
- Sì. Papa mi ha detto che dovevo scegliere tra lui e Nick.
- Sono certo che non ne era poi tanto convinto.
- Invece sì.
Accese il motore. Mi ricordai allora che le lettere di Mori erano ancora nel baule della mia macchina. Andai a prenderle e, mentre Betty guidava verso l'autostrada, le riguardai. Mi colpi la data della seconda lettera: 15 marzo 1955
Mi rivolsi a Betty.
- L'altro giorno non mi hai detto che il compleanno di Nick cade in dicembre?
- Sì, il giorno 14.
- E in che anno è nato?
- Nel 1955, Ha compiuto i ventitré anni il mese scorso. È importante?
- Potrebbe esserlo. Nick ha per caso riordinato queste lettere, mettendone alcune per prime, senza un ordine cronologico?
- Può darsi, comunque, credo che le abbia lette. Perché?
- II signor Mori ha scritto una lettera 15 marzo 1955.
- Non sono un'aquila in aritmetica, specialmente mentre guido. Tra il 15 marzo e il 14 dicembre ci sono nove mesi, no?
- Esatto.
- Non è strano? Nick ha sempre sospettato che suo pa... che il signor Mori non fosse suo padre. Pensava di essere stato adottato.
- Forse è vero.
Misi le prime tre lettere nel portafogli. La ragazza infilò l'autostrada. Guidava con rabbia, sotto un cupo firmamento di smog.
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