TRENTAQUATTRO
Quando la proiezione finì, nessuno di noi parlò. Accesi le luci. Irene Mori si rialzò e io sentii che la sua paura era così intensa da istupidirla.
- Erano belli quei tempi, vero? - disse infine con grande sforzo.
- Più che belli - confermò Orazi - meravigliosi.
- Dove hai preso questo film dalla signora Mieli? - La sua voce, il suo modo di parlare erano cambiati, come se fosse tornata quella di una volta.
- Sì, e me ne ha dato anche degli altri.
- Mi ha sempre odiata.
- Perché eravate fuggita con suo marito? - chiesi.
- Mi odiava già da prima. Sembrava che avesse sempre intuito quello che sarebbe successo. O forse fu lei a fare in modo che la cosa avvenisse, non lo so. Lei aspettava solo che Enrico facesse il passo sbagliato. E quando una moglie si comporta così, il marito prima o poi il passo sbagliato lo fa.
- E voi, perché l'avete fatto?
- Non dobbiamo parlare di me.
Ci guardò e poi fissò il vuoto.
- Rivendico il diritto di non rispondere a domande compromettenti.
Orazi le andò vicino, gentile e suadente come un amante.
- Non essere sciocca, Irene, Qui sei tra amici.
- Eccome!
- È vero - continuò Orazi. - abbiamo dovuto penare molto, io e il signor Alfonsi, per avere in mano questa prova, per evitare che andasse nelle mani di potenziali nemici. Ma io non la userò contro di te, questo te lo garantisco.
La donna si alzò di scatto e lo affrontò.
- Che cos'è questo? Ricatto?
Orazi sorrise.
- Mi stai scambiando per il dottor Sandri, temo. Io non voglio nulla da te, Irene. Credo soltanto che dovremmo parlarci con franchezza.
Irene guardò verso di me.
- E lui? - disse.
- Il signor Alfonsi conosce il caso meglio di me. Mi fido totalmente della sua discrezione.
Le parole di Orazi mi misero a disagio: non avrei potuto dire la stessa cosa di lui.
- Io no, invece! - esclamò la signora Mori. - Perché dovrei, se lo conosco appena?
- Ma conosci me, Irene. Come tuo procuratore...
- Sei ancora il nostro legale?
- Non ho mai cessato di esserlo. Ormai dovresti aver capito che hai bisogno del mio aiuto e anche di quello del signor Alfonsi. Tutto quello che abbiamo saputo del passato è un segreto tra noi tre.
- Sempre che io stia al gioco. E se non ci stessi?
- Io sono tenuto per dovere professionale a mantenere il segreto.
- Ma i segreti trapeleranno lo stesso, è questa l'idea?
- Non per causa mia o di Alfonsi. Forse per colpa del dottor Sandri. E’ chiaro che senza il tuo consenso non posso proteggere i tuoi interessi.
- Io personalmente non vorrei rompere con te, soprattutto in questo momento. Ma non posso parlare a nome di mio marito.
- Dov'è?
- L'ho lasciato a casa. Ha passato dei giorni terribili, ha i nervi a pezzi, anche se non sembra.
- Nel film, vostro marito era quel ragazzo che è stato buttato in acqua? - domandai.
- Sì. L'avevo conosciuto proprio quel giorno. Era il suo ultimo week-end di libertà, prima di entrare in collegio. Potrei dirvi che lui si interessò a me, ma io non lo conobbi veramente che un paio di anni più tardi. Nel frattempo era maturato.
- E voi che avete fatto nel frattempo?
Si allontanò da me con uno scatto.
- Non ho nessuna intenzione di rispondere a questa domanda - disse rivolta a Orazi. - Non ho assunto un avvocato e un detective perché pescassero nel torbido della mia vita. Che senso avrebbe?
- Più senso che cercare dì tenere le cose nascoste - rispose calmo Orazi. - È ora che il torbido, come tu lo chiami, venga a galla. Siamo solo noi tre a conoscerlo e' non c'è bisogno che ti ricordi che già ci sono stati parecchi delitti.
- Io non ho ucciso nessuno!
- Vostro figlio sì - intervenni io. - Abbiamo già parlato di quell'omicidio.
- Era stato rapito e ha ucciso per difesa. Voi stesso mi avete detto che la polizia avrebbe capito.
- Potrei pensarla diversamente, ora che so molto di più. Voi avete taciuto parte della storia... le parti più importanti, direi. Per esempio, quando vi dissi che Roberto franchi era implicato nel rapimento del bambino, vi siete ben guardata dal rivelarmi che Roberto era vostro padre.
- Una donna non è tenuta testimoniare contro il marito. Non è la stessa cosa per un padre?
- No, ma questo ora importa. Vostro padre è stato ucciso ieri nel pomeriggio.
- Chi l'ha ucciso? - chiese, sollevando di scatto la testa.
- La polizia. È stata vostra madre a chiamarla.
- Mia madre? - Rimase zitta un attimo. - In fondo non mi sorprende. I miei primi ricordi d'infanzia non sono altro che le loro liti feroci. Dovevo andarmene, fuggire da quell'inferno, anche se questo significava... - i nostri occhi si incontrarono e la frase restò incompiuta.
- ... anche se questo significava - completai - scappare in Spagna con un imbroglione.
Scosse il capo.
- Non l'ho mai fatto.
- Non siete mai scappata con Enrico Mieli? !
Non rispose.
- Che cosa è accaduto, signora Mori?
- Non posso dirvelo... nemmeno ora. Ci sono altre persone coinvolte.
- Enrico Mieli?
- Lui è il più importante.
- Non dovete darvi la pena di proteggerlo. Ormai è al sicuro, come vostro padre, lo sapete bene.
Mi guardò perduta.
- E’ veramente morto, Enrico?
- Lo sapete, signora Mori. Era l'uomo trovato morto sulla spiaggia. Avreste dovuto saperlo o per lo meno capirlo già da allora,
I suoi occhi si fecero più cupi.
- Giuro di no.
- Ma dovevate saperlo! Il corpo venne abbandonato con le mani nel fuoco per impedire che si riconoscessero le sue impronte digitali. Nessun bambino di otto anni potrebbe fare questo!
- Il che non significa che sia stata io.
- Ma voi eravate una persona con un movente - spiegai. - Se il morto fosse stato identificato come Enrico Mieli, tutta la vostra vita sarebbe stata rovinata. Avreste perduto la casa, il marito, la posizione sociale. Sareste ritornata Rita Franchi, completamente al verde.
- Avete detto che mio padre era implicato con Enrico. Forse fu lui a bruciare il corpo... avete detto che hanno bruciato il corpo, no?
- Le dita.
Annuì.
- Deve essere stato mio padre. Parlava sempre dì come riuscire a cancellare le sue stesse impronte. Era il suo pallino.
Si fermò dì colpo. Si era ascoltata come Rita Franchi, figlia di un ex-galeotto, intrappolata ancora in quella identità senza via di scampo. Si buttò sulla sedia col viso tra le mani.
Truttwell immobile la guardò con una intensità che non sembrava escludere l'amore. Forse era soltanto pietà, quella che provava per lei, pietà mista a desiderio. Quella donna era passata attraverso diverse mani, aveva sfiorato dei delitti, ma era ancora molto bella.
Dimenticandosi di me, di se stesso, Orazi cominciò ad accarezzarle la testa; forse, pensai, quell'uomo nutriva nei confronti della donna una sorta di passione astratta che riusciva a soddisfare soltanto avendola come cliente. Oppure un nascosto desiderio, inibito da un passato che non era ancora morto.
La signora Mori si riprese e chiese un pò d'acqua. Orazi andò a prenderla. Rimasti soli, mi parlò in fretta e sottovoce.
- Perché mia madre ha chiamato la polizia? Doveva avere un motivo.
- Infatti. Roberto le aveva rubato la fotografia di Nick.
- Quella di laurea, che io le avevo mandato?
- Sì. proprio quella.
- Non avrei dovuto farlo; ma per una volta nella mia vita avevo pensato di poter agire come un normale essere umano.
- Avete fatto male. Vostro padre la portò a Claudia Grazioli e la con vinse ad assumere Sandro Pesce. Da qui sono partiti tutti i guai.
- Che cosa voleva il vecchio?
- I soldi di vostro marito, come tutti gli altri.
- Tranne voi, vero? - II suo tono era sardonico.
- Tranne me. Il denaro costa troppo.
Tornò Orazi con un bicchiere d'acqua.
- Va meglio? Te la senti di venire con noi?
- Dove? - Era già in allarme.
- Alla Clinica di Sandri. È giunto il momento di parlare con Nick.
- Il dottor Sandri non ti lascerà entrare.
- E invece sì. Tu sei la madre! di Nick e io sono il suo legale. Se il dottor Sandri insisterà nel non voler collaborare, presento un'istanza di giudizio per direttissima.
Orazi non fu molto convincente, ma la donna si allarmò.
- No, per carità, non farlo. Parlerò io a Sandri.
Prima di uscire chiesi alla centralinista se era venuta Betty. Non ancora. Le lasciai detto che andavo alla clinica.
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