TRENTA
Rinvenni in una camera dell'ospedale. Un chirurgo mi aveva tolto la pallottola e braccio e spalla sarebbero stati immobilizzati per un po' di tempo.
Per fortuna era il braccio sinistro. Nel pomeriggio ricevetti la visita della polizia, che si scusò per l'accaduto, dicendo che in fondo ero stato io ad andare incontro alla pallottola e non la pallottola a venire addosso a me. Mi dissero che avrebbero fatto per me tutto quello che potevano e io li pregai di portare la mia macchina al parcheggio dell'ospedale.
Ma la loro visita non fece che adirarmi e preoccuparmi. Avevo la sensazione che il caso, il mio caso, mi fosse sfuggito dalle mani. Sul tavolino accanto al letto c'era un telefono. Chiamai Orazi. Rispose la governante: in casa non c'era nessuno. Chiamai allora in ufficio e lasciai il mio nome e il numero del telefono.
Verso sera mi alzai e aprii il guardaroba. Mi sentivo la testa completamente vuota. Ero molto preoccupato per il mio taccuino, ma la mia giacca era appesa nel guardaroba, assieme al resto degli abiti, e il taccuino era al suo posto, assieme alla fotografia di Nick.
Mentre tornavo a letto, ebbi uni violento capogiro. Per un attimo tutto fu buio e quando riaprii gli occhi mi trovai seduto per terra, con la schiena appoggiata alle gambe del letto.
L'infermiera della notte fece capolino nella camera. Si chiamava Carla, era giovane e graziosa.
- Cosa diavolo state facendo?
- Sto seduto sul pavimento.
- Ma non potete! - Mi aiutai ad alzarmi e a infilarmi nel letto.
- Spero che non ritenterete di uscire di qui!
- No, ma sarebbe una buona idea. Quando pensate che potrò andarmene?
- Deve decidere il medico. Ve lo dirà domattina. Ve la sentite dì ricevere una visita?
- Dipende da chi è...
- È una donna anziana, si chiama Franchi. È la moglie dello stesso Franchi...? - Lasciò la domanda in sospeso.
- Sì, è lei. - MÌ sentivo molto debole ma dissi all'infermiera di farla entrare.
- Non avete paura che possa farvi qualcosa?
- No, non è il tipo.
La signorina Carla uscì. Poco dopo arrivò la signora Franchi. Era pallidissima, con gli occhi dilatati.
- Mi dispiace che siate ferito, signor Alfonsi.
- Sopravvivrò. Mi dispiace per Roberto.
- Roberto non è una perdita per nessuno. L'ho detto anche alla polizia e ora lo ripeto a voi. È stato un pessimo marito e un pessimo padre, e ha fatto una pessima fine.
- Quante cose pessime!
- So quello che dico. - II suo tono era solenne. - Che sia stato lui, o no, a uccidere Claudia Grazioli, resta sempre quello che ha fatto alla sua stessa figlia. Ha rovinato la sua vita e l'ha portata alla morte.
- Rita è morta?
Mi guardò stupita.
- Come fate a sapere il nome di mia figlia?
- Qualcuno me l'ha detto. La signora Mieli, mi pare.
- La signora Mieli non era amica di Rita. La riteneva responsabile di tutto quello che è successo. Ma non era vero. Rita era minorenne quando Mieli cominciò a interessarsi di lei. E suo padre ha fatto da mezzano col signor Mieli e ha preso dei soldi da lui.
Le parole ora le uscivano facilmente, come se la morte di Franchi avesse aperto una crepa vulcanica nella sua vita.
- Rita andò in Spagna con Mieli? - domandai.
- Sì.
- E morì là?
- Sì.
- Come lo sapete, signora Franchi?
- Me lo ha detto Mieli stesso. Quando tornò dalla Spagna, Franchi lo portò da me. Mi disse che era morta e che era sepolta a Barcellona.
- Ha lasciato dei figli?
- No, non ho nipoti, assolutamente - rispose fissandomi.
- Chi è il ragazzo della fotografia?
- Della fotografia? - ripetè, fingendo perplessità.
- Se volete rinfrescarvi la memoria, è nella tasca della mia giacca.
Guardò il guardaroba.
- Si tratta della stessa fotografia - spiegai pazientemente - rubatavi da Roberto.
La sua perplessità questa volta divenne reale.
- Ma come fate a sapere queste cose? Perché andate a frugare così nei miei affari di famiglia?
- Lo sapete perché, signora Franchi. Voglio risolvere un caso che cominciò quasi un quarto di secolo fa. Esattamente il primo luglio del 1955.
Sbatté gli occhi, e a parte questo impercettibile movimento il suo viso rimase completamente immobile.
- Lo stesso giorno in cui Mieli rubò alla banca di Raffi - commentò.
- La cose andarono proprio così? - domandai.
- Quale altra storia avete sentito?
- Ho scoperto qualche piccolo indizio che farebbe vedere diversamente tutta la faccenda. E mi chiedo se Enrico Mieli abbia mai avuto quel denaro.
- E chi altro potrebbe averlo preso?
- Vostra figlia Rita, per esempio.
Reagì con rabbia, ma non tanto quanto avrebbe dovuto.
- Nel 1955 Rita aveva sedici anni! I ragazzi non sanno organizzare le rapine in banca. Io so che è stato qualcuno che viveva nella banca.
- Il signor Raffi?
- Questa è una sciocchezza, e lo sapete anche voi.
- Pensavo di mettervi alla prova.
- E allora dovete andare ben oltre. E non capisco come mai stiate combattendo una battaglia così accanita per salvare l'innocenza di Mieli. So che quel denaro l'ha preso lui e non il signor Raffi. Diamine, il poveretto ha perso tutto! Da allora è vissuto alla giornata.
- Con quali mezzi?
- Ha una piccola pensione e io ho qualche risparmio. Ho lavorato per molto tempo come infermiera e l'ho sempre aiutato.
Sembrava sincera. Comunque non potevo fare a meno di crederle.
La signora Franchi ora mi guardava meno ostilmente come se avesse sentito un certo cambiamento nei nostri rapporti. Mi posò una mano sul braccio fasciato.
- Avete bisogno di riposare, non dovete tormentarvi con tutte queste domande. Non siete ancora stanco?
Ero stanco e glielo dissi.
- E allora perché non cercate di dormire? - La sua voce era soporifera. Mi appoggiò una mano sulla fronte. - Resterò qui a vegliarvi, se non vi dispiace. Mi piace l'odore degli ospedali.
Si sedette sulla poltrona, tra guardaroba e la finestra. Chiusi gli occhi, ma non avevo nessuna intenzione di dormire. La signora Franchi era completamente immobile. Nella stanza si udivano soltanto i tumori provenienti dalla strada, rumori del traffico, il cinguettio di qualche uccello notturno. Poi udii uno scricchiolio proveniente dalla poltrona sulla quale era seduta la signora Franchi. Poi ancora un impercettibile rumore di passi, il cigolio di una porta che si apriva e si chiudeva.
Aprii gli ocelli. La signora Franchi non era visibile, si era chiusa nel guardaroba. Poi vidi la porta del guardaroba aprirsi lentamente. La donna uscì: aveva in mano la fotografia di Nick. Il suo sguardo era pieno di amore.
Mi guardò e vide che ero sveglio. Mise la fotografia in tasca, e lasciò la camera tranquillamente, senza dire una parola.
Anch'io non dissi nulla. Non mi mossi. Dopotutto, la fotografia le apparteneva.
Spensi la luce. Sognai di essere Nick e che la signora Franchi era mia nonna che viveva in un giardino incantato.
"... per tutti quei "naviganti" che vogliono attraccare per scambiare sensazioni, gioie, dolori e quant’altro”
lunedì 29 settembre 2008
VENTINOVE
Mi trovai in una strada senza uscita che finiva contro un muro. Spensi il motore e cercai di orientarmi. Oltre il muro palizzata la via dove abitava Raffi, ma io mi trovavo esattamente dall'altra parte.
Feci il giro. La macchina nera era accostata al marciapiede a mezzo isolato dalla casa di Raffi. Le chiavi erano nell'accensione e io me le misi in tasca.
Mi fermai proprio davanti a casa Raffi. La signora Franchi aprì la porta e subito si portò l'indice alla labbra. Aveva l'aria sconvolta.
- Non fate rumore - sussurrò. - II signor Raffi sta facendo il pisolino.
- Posso parlarvi?
- Non ora, sono occupata.
Senza staccare lo sguardo dai miei occhi, uscì sulla veranda e si chiuse porta alle spalle.
- Come vanno le cose?
Sembrava una domanda casual e di routine, ma probabilmente nascondeva altre domande che aveva paura di rivolgermi.
- Come al solito. Guai per tutti. Credo che tutto sia cominciato da questa. - E le mostrai la copia della fotografia di Nick che avevo preso a Sandro Pesce.
- Non so chi possa essere.
- Sicura?
- Certo. Non ho mai visto questo giovanotto in vita mia - aggiunse solennemente.
Quasi le credetti. Ma non si preoccupò di chiedermi chi fosse.
- Si chiama Nicholas Mori - le spiegai. - Questa è la fotografia scattata per la sua laurea, ma lui non potrà laurearsi.
I suoi occhi mi chiesero come mai.
- Nick Mori è ricoverato in ospedale: aveva tentato di uccidersi. Il guaio è cominciato quando un certo Sandro Pesce arrivò in città e cominciò a dare la caccia a questo Nick. La fotografia l'ho tolta dalle sue tasche.
- E lui, dove l'aveva presa?
- Da Roberto Franchi.
Impallidì.
- Perché venite a raccontarmi queste cose?
- Perché voi ne siete ovviamente interessata. Roberto è qui, vero?
Non parlò, ma il suo sguardo, torse involontariamente, accennò al piano superiore.
- Sono certo che è qui, signora Franchi, e se fossi in voi non cercherei di nasconderlo. La polizia lo sta cercando e arriverà probabilmente da un momento all'altro.
- Che cosa vogliono da lui ora?
- Lo cercano per la morte di Claudio Grazioli.
- Non mi ha detto niente - piagnucolò.
- È armato?
- Ha un coltello.
- Non una rivoltella?
- Di rivoltelle non ne ho viste.
Mi posò una mano sul braccio.
- Siete sicuro che sia stato Roberto a dare quella fotografia a quel... quel tale?
- Ne sono sicuro ora, signora Franchi.
- E allora vada pure all'inferno. - Si incamminò giù per i gradini.
- Dove state andando?
- Qua vicino a telefonare alla polizia.
- Io non lo farei, signora Franchi.
- Voi forse no, ma io ho già sofferto abbastanza nella mia vita per colpa sua. Non voglio finire in galera per lui.
- Fatemi entrare. Gli voglio parlare.
- No. E io chiamo la polizia. - Fece per andarsene.
- Non abbiate così fretta. Prima di tutto, dobbiamo mettere al sicuro il signor Raffi. Dov'è Roberto?
- Nella mansarda. Il signor Raffi è in salotto.
Entrò e aiutò il vecchio a uscire. Il signor Raffi era mezzo assonnato e lo facemmo sedere sul sedile anteriore della mia macchina che spostai alla fine della strada,vicino al muro. La polizia non avrebbe esitato a fare fuoco, dato il caso.
Il vecchio mi guardò stizzito.
- Non riesco a capire cosa stia mo a fare qui.
- Sarebbe troppo lungo da spiegare. In sintesi, comunque, vi posso dire che stiamo per concludere una storia che cominciò nel luglio del 1955.
- Quando Enrico Mieli mi depredò?
- Ammesso che sia stato lui.
Rawlinson mi guardò perplesso.
- C'è forse qualche dubbio?
- Ci siamo posti questa domanda.
- Sciocchezze. Lui era il cassiere della banca. Chi altri avrebbe potuto prendersi tutto quel denaro?
- Voi, signor Rawlinson.
- State scherzando?
- No. È soltanto un'ipotesi.
- E offensiva, per di più. - Ma lo disse senza scaldarsi troppo.
- Vi sembro il tipo di uomo che si scava la fossa da solo?
- No, a meno che non abbiate avuto una ragione molto forte.
- Quale, per esempio?
- Una donna.
- Che donna?
- Estelle Mori, che è morta ricca.
- State gettando del fango sulla memoria di una donna eccezionale! - Ma anche questa volta la sua ira era artefatta.
- Non credo.
- Sì, invece. E se continuate a insistere su questa assurda ipotesi, mi rifiuterò di parlare con voi. - E fece il gesto di scendere dalla macchina.
- È meglio che rimaniate qui. La vostra casa non è sicura. Roberto Franchi è nascosto in solaio e tra poco arriverà la polizia.
- Ah, è così? È stata lei a farlo entrare?
- Probabilmente non aveva alternative.
Presi di nuovo la fotografia di Nick e gliela mostrai.
- Conoscete questo giovanotto?
- Non so come si chiami, potrei immaginare chi è, ma voi non volete soltanto delle supposizioni.
- Avanti, tentate!
- È qualcuno molto vicino e molto caro alla signora Franchi. Ho visto questa fotografia nella sua stanza la settimana scorsa. Poi la fotografia è scomparsa e lei ha dato la colpa a me.
- Invece avrebbe dovuto dare la colpa a Roberto Franchi, perché è stato lui a prenderla. - Rimisi in tasca la fotografia.
- Lo faceva entrare in casa mia! - Questa volta la sua ira era autentica. – Avete detto che sta arrivando la polizia? Che cosa ha combinato ancora, quel Roberto?
- È ricercato per omicidio, signor Raffi. L'uccisione di vostra nipote Claudia.
Non rispose, e sembrò sprofondare nel sedile. Ebbi pena per lui. Aveva avuto tutto dalla vita, e a poco a poco l'aveva perduto; e ora doveva sopravvivere alla sua stessa nipote.
Il mio sguardo si perse al di là del muro.
- Sapevate di Claudia, signor Raffi?
- Sì, mia figlia Luisa mi ha telefonato ieri. Ma non mi ha detto che era stato Franchi.
- Io però non credo che sia stato lui.
- E allora cos'è tutta questa storia?
- Semplice: la polizia è convinta del contrario.
Come se avesse sentito che stavamo parlando di lui, Roberto Franchi apparve sulla soglia della casa di Raffi e guardò nella nostra direzione. Portava un cappello a larga tesa e un cappotto sportivo mangiato dalle tarme.
- Ehi! Quello è il mio cappello - gridò Raffi. - Accidenti, anche il cappotto è mio!
Fece per scendere dalla macchina. Gli dissi di restare dov'era, in tono tale che pensò bene di ubbidire.
Franchi si incamminò per la strada con l'aria del distinto signore che va a fare una passeggiatina. Poi di colpo, si precipitò alla sua macchina e salì. Freneticamente cercò le chiavi, scese e si diresse verso la strada. Nello stesso istante si udirono le sirene della polizia. Franchi si fermò di colpo e per un attimo rimase immobile. Poi si voltò e venne verso di noi, rallentando soltanto un attimo davanti alla casa di Raffi, come se fosse indeciso se rientrare o no.
La signora Franchi uscì nel portico. Due macchine della polizia imboccarono la strada e si diressero verso Franchi. L'uomo girò il capo, le vide e comincio a correre nella mia direzione con il coltello nella mano. Uscii dalla macchina per affrontarlo.
Fu un gesto imprudente. Le macchine della polizia si fermarono di colpo, e catapultarono fuori quattro poliziotti che cominciarono a urlare di fermarsi poi fecero fuoco verso Franchi. Cadde di colpo a faccia in giù, chiazze di sangue comparvero sulla sua nuca e sulla schiena, più vere e più scure della sua parrucca rossa.
Una pallottola mi colpì a una spalla. Barcollai e mi appoggiai alla mia automobile. Poi caddi per terra fingendo di essere morto come Franchi.
Mi trovai in una strada senza uscita che finiva contro un muro. Spensi il motore e cercai di orientarmi. Oltre il muro palizzata la via dove abitava Raffi, ma io mi trovavo esattamente dall'altra parte.
Feci il giro. La macchina nera era accostata al marciapiede a mezzo isolato dalla casa di Raffi. Le chiavi erano nell'accensione e io me le misi in tasca.
Mi fermai proprio davanti a casa Raffi. La signora Franchi aprì la porta e subito si portò l'indice alla labbra. Aveva l'aria sconvolta.
- Non fate rumore - sussurrò. - II signor Raffi sta facendo il pisolino.
- Posso parlarvi?
- Non ora, sono occupata.
Senza staccare lo sguardo dai miei occhi, uscì sulla veranda e si chiuse porta alle spalle.
- Come vanno le cose?
Sembrava una domanda casual e di routine, ma probabilmente nascondeva altre domande che aveva paura di rivolgermi.
- Come al solito. Guai per tutti. Credo che tutto sia cominciato da questa. - E le mostrai la copia della fotografia di Nick che avevo preso a Sandro Pesce.
- Non so chi possa essere.
- Sicura?
- Certo. Non ho mai visto questo giovanotto in vita mia - aggiunse solennemente.
Quasi le credetti. Ma non si preoccupò di chiedermi chi fosse.
- Si chiama Nicholas Mori - le spiegai. - Questa è la fotografia scattata per la sua laurea, ma lui non potrà laurearsi.
I suoi occhi mi chiesero come mai.
- Nick Mori è ricoverato in ospedale: aveva tentato di uccidersi. Il guaio è cominciato quando un certo Sandro Pesce arrivò in città e cominciò a dare la caccia a questo Nick. La fotografia l'ho tolta dalle sue tasche.
- E lui, dove l'aveva presa?
- Da Roberto Franchi.
Impallidì.
- Perché venite a raccontarmi queste cose?
- Perché voi ne siete ovviamente interessata. Roberto è qui, vero?
Non parlò, ma il suo sguardo, torse involontariamente, accennò al piano superiore.
- Sono certo che è qui, signora Franchi, e se fossi in voi non cercherei di nasconderlo. La polizia lo sta cercando e arriverà probabilmente da un momento all'altro.
- Che cosa vogliono da lui ora?
- Lo cercano per la morte di Claudio Grazioli.
- Non mi ha detto niente - piagnucolò.
- È armato?
- Ha un coltello.
- Non una rivoltella?
- Di rivoltelle non ne ho viste.
Mi posò una mano sul braccio.
- Siete sicuro che sia stato Roberto a dare quella fotografia a quel... quel tale?
- Ne sono sicuro ora, signora Franchi.
- E allora vada pure all'inferno. - Si incamminò giù per i gradini.
- Dove state andando?
- Qua vicino a telefonare alla polizia.
- Io non lo farei, signora Franchi.
- Voi forse no, ma io ho già sofferto abbastanza nella mia vita per colpa sua. Non voglio finire in galera per lui.
- Fatemi entrare. Gli voglio parlare.
- No. E io chiamo la polizia. - Fece per andarsene.
- Non abbiate così fretta. Prima di tutto, dobbiamo mettere al sicuro il signor Raffi. Dov'è Roberto?
- Nella mansarda. Il signor Raffi è in salotto.
Entrò e aiutò il vecchio a uscire. Il signor Raffi era mezzo assonnato e lo facemmo sedere sul sedile anteriore della mia macchina che spostai alla fine della strada,vicino al muro. La polizia non avrebbe esitato a fare fuoco, dato il caso.
Il vecchio mi guardò stizzito.
- Non riesco a capire cosa stia mo a fare qui.
- Sarebbe troppo lungo da spiegare. In sintesi, comunque, vi posso dire che stiamo per concludere una storia che cominciò nel luglio del 1955.
- Quando Enrico Mieli mi depredò?
- Ammesso che sia stato lui.
Rawlinson mi guardò perplesso.
- C'è forse qualche dubbio?
- Ci siamo posti questa domanda.
- Sciocchezze. Lui era il cassiere della banca. Chi altri avrebbe potuto prendersi tutto quel denaro?
- Voi, signor Rawlinson.
- State scherzando?
- No. È soltanto un'ipotesi.
- E offensiva, per di più. - Ma lo disse senza scaldarsi troppo.
- Vi sembro il tipo di uomo che si scava la fossa da solo?
- No, a meno che non abbiate avuto una ragione molto forte.
- Quale, per esempio?
- Una donna.
- Che donna?
- Estelle Mori, che è morta ricca.
- State gettando del fango sulla memoria di una donna eccezionale! - Ma anche questa volta la sua ira era artefatta.
- Non credo.
- Sì, invece. E se continuate a insistere su questa assurda ipotesi, mi rifiuterò di parlare con voi. - E fece il gesto di scendere dalla macchina.
- È meglio che rimaniate qui. La vostra casa non è sicura. Roberto Franchi è nascosto in solaio e tra poco arriverà la polizia.
- Ah, è così? È stata lei a farlo entrare?
- Probabilmente non aveva alternative.
Presi di nuovo la fotografia di Nick e gliela mostrai.
- Conoscete questo giovanotto?
- Non so come si chiami, potrei immaginare chi è, ma voi non volete soltanto delle supposizioni.
- Avanti, tentate!
- È qualcuno molto vicino e molto caro alla signora Franchi. Ho visto questa fotografia nella sua stanza la settimana scorsa. Poi la fotografia è scomparsa e lei ha dato la colpa a me.
- Invece avrebbe dovuto dare la colpa a Roberto Franchi, perché è stato lui a prenderla. - Rimisi in tasca la fotografia.
- Lo faceva entrare in casa mia! - Questa volta la sua ira era autentica. – Avete detto che sta arrivando la polizia? Che cosa ha combinato ancora, quel Roberto?
- È ricercato per omicidio, signor Raffi. L'uccisione di vostra nipote Claudia.
Non rispose, e sembrò sprofondare nel sedile. Ebbi pena per lui. Aveva avuto tutto dalla vita, e a poco a poco l'aveva perduto; e ora doveva sopravvivere alla sua stessa nipote.
Il mio sguardo si perse al di là del muro.
- Sapevate di Claudia, signor Raffi?
- Sì, mia figlia Luisa mi ha telefonato ieri. Ma non mi ha detto che era stato Franchi.
- Io però non credo che sia stato lui.
- E allora cos'è tutta questa storia?
- Semplice: la polizia è convinta del contrario.
Come se avesse sentito che stavamo parlando di lui, Roberto Franchi apparve sulla soglia della casa di Raffi e guardò nella nostra direzione. Portava un cappello a larga tesa e un cappotto sportivo mangiato dalle tarme.
- Ehi! Quello è il mio cappello - gridò Raffi. - Accidenti, anche il cappotto è mio!
Fece per scendere dalla macchina. Gli dissi di restare dov'era, in tono tale che pensò bene di ubbidire.
Franchi si incamminò per la strada con l'aria del distinto signore che va a fare una passeggiatina. Poi di colpo, si precipitò alla sua macchina e salì. Freneticamente cercò le chiavi, scese e si diresse verso la strada. Nello stesso istante si udirono le sirene della polizia. Franchi si fermò di colpo e per un attimo rimase immobile. Poi si voltò e venne verso di noi, rallentando soltanto un attimo davanti alla casa di Raffi, come se fosse indeciso se rientrare o no.
La signora Franchi uscì nel portico. Due macchine della polizia imboccarono la strada e si diressero verso Franchi. L'uomo girò il capo, le vide e comincio a correre nella mia direzione con il coltello nella mano. Uscii dalla macchina per affrontarlo.
Fu un gesto imprudente. Le macchine della polizia si fermarono di colpo, e catapultarono fuori quattro poliziotti che cominciarono a urlare di fermarsi poi fecero fuoco verso Franchi. Cadde di colpo a faccia in giù, chiazze di sangue comparvero sulla sua nuca e sulla schiena, più vere e più scure della sua parrucca rossa.
Una pallottola mi colpì a una spalla. Barcollai e mi appoggiai alla mia automobile. Poi caddi per terra fingendo di essere morto come Franchi.
VENTOTTO
Quando arrivai a Civitavecchia il sole era allo zenit. Nella strada di fronte alla casa della signora Mieli alcuni bambini stavano curiosando attorno alla macchina di Orazi, che era parcheggiata al marciapiede.
Orazi mi aspettava seduto in macchina. Mi guardò con impazienza.
- Ce ne avete messo del tempo per arrivare.
- Ho avuto un intoppo. E poi non potrei tener testa alla sua macchina
- E io non posso perdere del tempo ad aspettare la gente. La donna mi aveva detto che sarebbe stata qui a mezzogiorno.
Erano le dodici e mezzo.
- Veniva da Roma?
- Penso di sì. Le avevo dato tutto il tempo sufficiente.
- Forse ha avuto un guasto alla macchina. Speriamo che non sia successo niente a lei, piuttosto.
- Sono sicuro di no.
- Vorrei esserlo altrettanto. Il primo indiziato nell'assassinio di sua figlia stava dirigendosi da queste parti su una macchina rubata.
- Ma di chi state parlando?
- Roberto Franchi. È quell’ ex- galeotto che lavorava per la signora Mieli e suo marito.
Orazi non mostrò molto interesse. Irritato dalle sue maniere, andai a prendere la busta che conteneva le famose lettere dal baule della mia macchina.
- Vi ho detto che ho ritrovato le lettere? - chiesi con aria indifferente.
- Le lettere di Mori? Sapete benissimo di non avermene parlato. Dove le avete trovate?
- Nell'appartamento di Nick.
- Non mi sorprende. Fatemi vedere.
Salii in macchina accanto a lui e gli porsi la busta. L'aprì e cominciò ad esaminarne il contenuto.
- Santo Dio, tutto questo fa rivivere il passato! Estelle Mori viveva per queste lettere. Le prime non erano gran che, ma poi lo stile epistolare dì Lorenzo migliorò notevolmente.
- Le avevate lette?
- Qualcuna. Estelle non mi dava scelta, era cosi orgogliosa di suo figlio! - II suo tono era vagamente ironico. - Verso la fine, quando la sua vista se ne andò completamente, ci chiedeva... a mia moglie e a me... di leggergliele a voce alta ogni volta che arrivavano. Noi insistevamo perché assumesse un'infermiera, ma non volle saperne. Estelle aveva un altissimo senso della intimità che divenne sempre più forte col passare degli anni. E così mia moglie dovette sobbarcarsi al peso di prendersi cura di lei... e io non avrei dovuto permetterglielo, era troppo giovane.
- Che cosa aveva alla vista, la signora Mori?
- Credo un glaucoma.
- Ma non è morta per questo.
- No, credo che sia morta di dolore... per mia moglie. Non mangiò più, non si interessò più di nulla, dopo l'incidente. Chiamai un medico, contro la sua volontà. Stava a letto, col viso contro il muro e non volle nemmeno che il dottore la visitasse. Mi impedì anche di cercare di far tornare a casa Lorenzo.
- Come mai?
- Pretendeva dì star benissimo. Voleva morire da sola, credo. Estelle era stata una bellissima donna e questa bellezza le era rimasta quasi fino alla fine. Ma invecchiando, era diventata un po' avara. È sorprendente come questo fenomeno accada a molte donne vecchie. L'idea di un medico, di una infermiera, le sembrava una dispendiosa eccentricità. Il suo continuo parlare di miseria mi aveva quasi convinto, ma in sostanza soldi ne aveva sempre avuti. Non dimenticherò mai il giorno che seguì il suo funerale. Lorenzo era sulla strada del ritorno, infatti arrivò due giorni dopo. Ma il notaio non volle aspettare il suo arrivo per inventariare la casa e tutto quello che conteneva. Il notaio conosceva Estelle da sempre e credo che sapesse o intuisse che la donna teneva tutto il suo denaro in casa, come del resto il giudice Mori aveva già fatto prima di lei. Era ovvio che ci fosse un tentativo di rapina. Se io fossi stato nel pieno possesso delle mie facoltà, avrei dovuto ispezionare la cassaforte il mattino dopo il furto, ma avevo anch'io i miei guai a cui pensare.
- La morte di vostra moglie?
- La perdita di mia moglie fu certo la disgrazia più grossa. Ero rimasto solo con una bambina da allevare... una responsabilità che non ho assolto molto bene.
- Ora il problema è superato Betty è cresciuta e deve fare da sola le proprie scelte.
- Ma io non posso permette che sposi Nicholas Mori!
- Lo farà, se continuerete a dirlo.
Orazi rimase in silenzio. Sembrava che pensasse a come ricuperare il tempo perduto.
- Avete una minima idea di chi possa aver ucciso vostra moglie?
Scosse il capo.
- La polizia non ha mai avuto il minimo indizio o sospetto.
- Qual è la data della sua morte?
- 3 luglio 1955.
- Cosa accadde esattamente?
- Non l'ho mai saputo con precisione. Estelle Mori fu la sola testimone ma era cieca e non vide nulla. Pare che mia moglie avesse avuto la sensazione che qualcosa non andava in casa Mori... e andò a vedere. I ladri la inseguirono lungo la strada e la investirono con la loro auto... che poi risultò essere rubata. La polizia trovò la macchina non lontano dal luogo dell’incidente. C'erano... sul paraurti delle prove... materiali che quella macchina era stata usata per uccidere mia moglie. Probabilmente gli assassini riuscirono a fuggire.
La fronte di Orazi era imperlata di sudore. Si asciugò con un fazzoletto.
- Temo proprio di non potervi dire di più sui fatti di quella sera. Io ero a Napoli per affari. Tornai a casa la notte stessa e trovai mia moglie all'obitorio e la mia bambina affidata alle cure di una donna poliziotto!
La sua voce si spezzò e per la prima volta mi resi conto del dolore di quell'uomo; dolore entro il quale viveva e che consumava tutte le sue energie.
- Mi dispiace, avvocato, ma non potevo fare a meno di chiedervi queste cose.
- Non ne vedo l'importanza.
- Nemmeno io, per il momento. Mi stavate parlando dell'inventario della casa, fatto dal notaio
- Sì. Come rappresentante della famiglia Mori, gli aprii la casa, gli aprii anche la cassaforte. Estelle mi aveva detto la combinazione, poco tempo prima. Era piena zeppa di denaro.
- Quanto?
- Non ricordo la cifra esatta. Il notaio impiegò una intera giornata a contarli.
- Da dove veniva tutto questo denaro, lo sapete?
- Probabilmente l'aveva ereditato dal marito. Ma Estelle rimase vedova giovane e non è un segreto che nella sua vita ci furono altri uomini. Uno o due di questi erano uomini danarosi e probabilmente le fecero dei regali consistenti o per lo meno le insegnarono ad accrescere il suo capitale.
- E come riuscì a evitare le tasse?
Orazi si mosse a disagio sulla sedia.
- Mi sembra inutile sollevare ora questo problema. Sono passati tanti anni ormai...
- A me sembra tutto così attuale!
- Se proprio volete saperlo - rispose spazientito - il problema delle tasse fu superato. Riuscii a ottenere un compromesso col fisco, dal momento che non ebbero modo di chiarire la fonte di quel denaro.
- È proprio questa fonte che mi interessa. Ho saputo che il banchiere Raffi di Viterbo fu uno degli uomini di Estelle Mori.
- Sì, per molti anni, ma molto tempo prima della sua morte.
- Non molto, direi. In una di queste lettere, scritte nell'autunno del 1953, Lorenzo manda i suoi saluti a Raffi. Il che significa che sua madre lo frequentava ancora.
- Veramente? Che sentimenti aveva Lorenzo nei confronti di Raffi?
- Non ne fa cenno.
Avrei potuto dare a Orazi una risposta più ampia, ma avevo deciso di non riferirgli il mio colloquio con Mori, almeno per il momento. Sapevo che Orazi non mi avrebbe approvato.
- A cosa mirate, Alfonsi? Non state per caso pensando che Raffi fosse la fonte di tutto il denaro della signora Mori?
Come se avessi schiacciato un invisibile bottone per chiudere un circuito, il telefono cominciò a suonare in casa della signora Mieli. Suonò dieci volte.
- L'idea era vostra - risposi.
- Ma io ho parlato in senso generale degli uomini di Estelle Mori. Non ho scelto dal gruppo Samuele Raffi, il quale, oltretutto andò in rovina per i motivi che sapete.
- Andò in rovina la sua banca...
Orazi mi guardò sorpreso
- Volete dire che fu lui stesso ad appropriarsi del denaro?
- È stata fatta anche questa ipotesi.
- Sul serio?
- Non lo so. L'informazione l'ho avuta da Roberto Franchi e l'idea parte da Enrico Mieli stesso. Il che non aiuta molto a sapere se sia vera o no.
- Sarei per il no. Noi sappiamo! che Mieli fuggì col denaro.
- Noi sappiamo che fuggì. Ma la verità non è sempre così ovvia, anzi è sempre tanto complessa quanto la rende la gente. Consideriamo la possibilità che Mieli si sia preso parte del denaro della banca di Raffi. Raffi lo acciuffa e se ne tiene una grossa parte anche i lui. Poi si serve della cassaforte della signora Mori per nascondere i soldi, ma lei muore prima che possa ricuperarli.
Orazi mi guardò con sbigottito interesse.
- Avete una immaginazione tortuosa, Alfonsi. Quando avvenne il furto alla banca? - domandò poi
Consultai i miei appunti.
- Il primo luglio 1955.
- Quindi un paio di settimane prima che Estelle morisse. Il che elimina i vostri sospetti.
- Davvero? Raffi non poteva sapere che la donna sarebbe morta. Forse avevano già fatto progetti su come usare il denaro, avrebbero potuto andare da qualche parte e vivere insieme.
- Un uomo vecchio e una donna cieca? Ma è ridicolo!
- Ma è possibile ! Ho visto gente fare cose molto più ridicole. E poi, Raffi nel 1955 non era tanto decrepito! Aveva più o meno la vostra età.
Orazi arrossì.
- Sarà meglio che non raccontiate a nessun altro questa vostra idea pazzesca. Vi procurerebbe una bella etichetta di diffamatore. - Mi guardò in modo strano. - Non avete una grande stima dei banchieri, a quanto pare.
- Non sono diversi da tutti gli altri. Ma non si può far a meno di notare che la maggior parte dei malversatori è costituita, da banchieri.
- Perché ne hanno più facilmente l'opportunità.
- Indiscutibile.
Il telefono in casa della signora Mieli ricominciò a suonare. Questa volta contai quattordici squilli. La mia sensibilità era al massimo della tensione, ed ebbi la sensazione che la casa stesse tentando di comunicarmi qualcosa. Era l'una. Orazi scese dalla macchina e cominciò a passeggiare lungo il marciapiede. Riportai la busta delle lettere nel baule dell'auto e la chiusi dentro la valigetta di metallo.
Nello stesso istante comparve la vecchia Volkswagen della signora Moeli. Alcuni bambini alzarono le manine per salutarla.
- Mi dispiace molto di avervi fatto aspettare - disse. - Un poliziotto è arrivato a casa di mio genero proprio mentre stavo per venir via. Mi ha interrogata per quasi un'ora.
- Su che cosa? - le domandai.
- Diverse cose. Ha voluto tutta la storia di Roberto Franchi, dal tempo in cui era nostro giardiniere a Viterbo. Forse teme che Roberto venga prima o poi da me, ma io non ho paura di lui e non credo neppure che abbia ucciso Claudia.
- Chi sospettate allora?
- Mio marito, ammesso che sia vivo.
- È accertato che è morto, signora Mieli.
- Se è morto, che fine ha fatto il denaro?
- Nessuno lo sa.
Mi prese per un braccio.
- Dobbiamo trovare quei soldi. Ve ne darò la metà, se mi aiutate a trovarli.
Qualcosa stridette nella mia testa. Forse stavo per avere una reazione violenta contro la povera signora Mieli. Poi mi resi conto che lo stridore non era in me. Era il suono di una sirena lontana, che crebbe in intensità e poi si spense.
Nello stesso tempo mi arrivò il rumore di gomme di automobile che stridevano contro l'asfalto. Una berlina nera entrò nella strada, affrontando la curva a tutta velocità.
L'uomo al volante era senza barba e aveva una chioma palesemente artificiale di capelli rossi. Nonostante il camuffamento, riconobbi in lui Roberto Franchi. E anche lui mi riconobbe. Ci superò, sempre a gran velocità, e scomparve dalla vista alla fine dell'isolato.
Balzai in macchina e lo seguii, ma sapevo che era una caccia senza speranza. Conosceva bene i luoghi e poi la sua berlina era più veloce della mia. Ebbi una fugace visione della sua macchina che traversava un ponte e dei suoi capelli rossi che brillavano come un fuoco artificiale.
Quando arrivai a Civitavecchia il sole era allo zenit. Nella strada di fronte alla casa della signora Mieli alcuni bambini stavano curiosando attorno alla macchina di Orazi, che era parcheggiata al marciapiede.
Orazi mi aspettava seduto in macchina. Mi guardò con impazienza.
- Ce ne avete messo del tempo per arrivare.
- Ho avuto un intoppo. E poi non potrei tener testa alla sua macchina
- E io non posso perdere del tempo ad aspettare la gente. La donna mi aveva detto che sarebbe stata qui a mezzogiorno.
Erano le dodici e mezzo.
- Veniva da Roma?
- Penso di sì. Le avevo dato tutto il tempo sufficiente.
- Forse ha avuto un guasto alla macchina. Speriamo che non sia successo niente a lei, piuttosto.
- Sono sicuro di no.
- Vorrei esserlo altrettanto. Il primo indiziato nell'assassinio di sua figlia stava dirigendosi da queste parti su una macchina rubata.
- Ma di chi state parlando?
- Roberto Franchi. È quell’ ex- galeotto che lavorava per la signora Mieli e suo marito.
Orazi non mostrò molto interesse. Irritato dalle sue maniere, andai a prendere la busta che conteneva le famose lettere dal baule della mia macchina.
- Vi ho detto che ho ritrovato le lettere? - chiesi con aria indifferente.
- Le lettere di Mori? Sapete benissimo di non avermene parlato. Dove le avete trovate?
- Nell'appartamento di Nick.
- Non mi sorprende. Fatemi vedere.
Salii in macchina accanto a lui e gli porsi la busta. L'aprì e cominciò ad esaminarne il contenuto.
- Santo Dio, tutto questo fa rivivere il passato! Estelle Mori viveva per queste lettere. Le prime non erano gran che, ma poi lo stile epistolare dì Lorenzo migliorò notevolmente.
- Le avevate lette?
- Qualcuna. Estelle non mi dava scelta, era cosi orgogliosa di suo figlio! - II suo tono era vagamente ironico. - Verso la fine, quando la sua vista se ne andò completamente, ci chiedeva... a mia moglie e a me... di leggergliele a voce alta ogni volta che arrivavano. Noi insistevamo perché assumesse un'infermiera, ma non volle saperne. Estelle aveva un altissimo senso della intimità che divenne sempre più forte col passare degli anni. E così mia moglie dovette sobbarcarsi al peso di prendersi cura di lei... e io non avrei dovuto permetterglielo, era troppo giovane.
- Che cosa aveva alla vista, la signora Mori?
- Credo un glaucoma.
- Ma non è morta per questo.
- No, credo che sia morta di dolore... per mia moglie. Non mangiò più, non si interessò più di nulla, dopo l'incidente. Chiamai un medico, contro la sua volontà. Stava a letto, col viso contro il muro e non volle nemmeno che il dottore la visitasse. Mi impedì anche di cercare di far tornare a casa Lorenzo.
- Come mai?
- Pretendeva dì star benissimo. Voleva morire da sola, credo. Estelle era stata una bellissima donna e questa bellezza le era rimasta quasi fino alla fine. Ma invecchiando, era diventata un po' avara. È sorprendente come questo fenomeno accada a molte donne vecchie. L'idea di un medico, di una infermiera, le sembrava una dispendiosa eccentricità. Il suo continuo parlare di miseria mi aveva quasi convinto, ma in sostanza soldi ne aveva sempre avuti. Non dimenticherò mai il giorno che seguì il suo funerale. Lorenzo era sulla strada del ritorno, infatti arrivò due giorni dopo. Ma il notaio non volle aspettare il suo arrivo per inventariare la casa e tutto quello che conteneva. Il notaio conosceva Estelle da sempre e credo che sapesse o intuisse che la donna teneva tutto il suo denaro in casa, come del resto il giudice Mori aveva già fatto prima di lei. Era ovvio che ci fosse un tentativo di rapina. Se io fossi stato nel pieno possesso delle mie facoltà, avrei dovuto ispezionare la cassaforte il mattino dopo il furto, ma avevo anch'io i miei guai a cui pensare.
- La morte di vostra moglie?
- La perdita di mia moglie fu certo la disgrazia più grossa. Ero rimasto solo con una bambina da allevare... una responsabilità che non ho assolto molto bene.
- Ora il problema è superato Betty è cresciuta e deve fare da sola le proprie scelte.
- Ma io non posso permette che sposi Nicholas Mori!
- Lo farà, se continuerete a dirlo.
Orazi rimase in silenzio. Sembrava che pensasse a come ricuperare il tempo perduto.
- Avete una minima idea di chi possa aver ucciso vostra moglie?
Scosse il capo.
- La polizia non ha mai avuto il minimo indizio o sospetto.
- Qual è la data della sua morte?
- 3 luglio 1955.
- Cosa accadde esattamente?
- Non l'ho mai saputo con precisione. Estelle Mori fu la sola testimone ma era cieca e non vide nulla. Pare che mia moglie avesse avuto la sensazione che qualcosa non andava in casa Mori... e andò a vedere. I ladri la inseguirono lungo la strada e la investirono con la loro auto... che poi risultò essere rubata. La polizia trovò la macchina non lontano dal luogo dell’incidente. C'erano... sul paraurti delle prove... materiali che quella macchina era stata usata per uccidere mia moglie. Probabilmente gli assassini riuscirono a fuggire.
La fronte di Orazi era imperlata di sudore. Si asciugò con un fazzoletto.
- Temo proprio di non potervi dire di più sui fatti di quella sera. Io ero a Napoli per affari. Tornai a casa la notte stessa e trovai mia moglie all'obitorio e la mia bambina affidata alle cure di una donna poliziotto!
La sua voce si spezzò e per la prima volta mi resi conto del dolore di quell'uomo; dolore entro il quale viveva e che consumava tutte le sue energie.
- Mi dispiace, avvocato, ma non potevo fare a meno di chiedervi queste cose.
- Non ne vedo l'importanza.
- Nemmeno io, per il momento. Mi stavate parlando dell'inventario della casa, fatto dal notaio
- Sì. Come rappresentante della famiglia Mori, gli aprii la casa, gli aprii anche la cassaforte. Estelle mi aveva detto la combinazione, poco tempo prima. Era piena zeppa di denaro.
- Quanto?
- Non ricordo la cifra esatta. Il notaio impiegò una intera giornata a contarli.
- Da dove veniva tutto questo denaro, lo sapete?
- Probabilmente l'aveva ereditato dal marito. Ma Estelle rimase vedova giovane e non è un segreto che nella sua vita ci furono altri uomini. Uno o due di questi erano uomini danarosi e probabilmente le fecero dei regali consistenti o per lo meno le insegnarono ad accrescere il suo capitale.
- E come riuscì a evitare le tasse?
Orazi si mosse a disagio sulla sedia.
- Mi sembra inutile sollevare ora questo problema. Sono passati tanti anni ormai...
- A me sembra tutto così attuale!
- Se proprio volete saperlo - rispose spazientito - il problema delle tasse fu superato. Riuscii a ottenere un compromesso col fisco, dal momento che non ebbero modo di chiarire la fonte di quel denaro.
- È proprio questa fonte che mi interessa. Ho saputo che il banchiere Raffi di Viterbo fu uno degli uomini di Estelle Mori.
- Sì, per molti anni, ma molto tempo prima della sua morte.
- Non molto, direi. In una di queste lettere, scritte nell'autunno del 1953, Lorenzo manda i suoi saluti a Raffi. Il che significa che sua madre lo frequentava ancora.
- Veramente? Che sentimenti aveva Lorenzo nei confronti di Raffi?
- Non ne fa cenno.
Avrei potuto dare a Orazi una risposta più ampia, ma avevo deciso di non riferirgli il mio colloquio con Mori, almeno per il momento. Sapevo che Orazi non mi avrebbe approvato.
- A cosa mirate, Alfonsi? Non state per caso pensando che Raffi fosse la fonte di tutto il denaro della signora Mori?
Come se avessi schiacciato un invisibile bottone per chiudere un circuito, il telefono cominciò a suonare in casa della signora Mieli. Suonò dieci volte.
- L'idea era vostra - risposi.
- Ma io ho parlato in senso generale degli uomini di Estelle Mori. Non ho scelto dal gruppo Samuele Raffi, il quale, oltretutto andò in rovina per i motivi che sapete.
- Andò in rovina la sua banca...
Orazi mi guardò sorpreso
- Volete dire che fu lui stesso ad appropriarsi del denaro?
- È stata fatta anche questa ipotesi.
- Sul serio?
- Non lo so. L'informazione l'ho avuta da Roberto Franchi e l'idea parte da Enrico Mieli stesso. Il che non aiuta molto a sapere se sia vera o no.
- Sarei per il no. Noi sappiamo! che Mieli fuggì col denaro.
- Noi sappiamo che fuggì. Ma la verità non è sempre così ovvia, anzi è sempre tanto complessa quanto la rende la gente. Consideriamo la possibilità che Mieli si sia preso parte del denaro della banca di Raffi. Raffi lo acciuffa e se ne tiene una grossa parte anche i lui. Poi si serve della cassaforte della signora Mori per nascondere i soldi, ma lei muore prima che possa ricuperarli.
Orazi mi guardò con sbigottito interesse.
- Avete una immaginazione tortuosa, Alfonsi. Quando avvenne il furto alla banca? - domandò poi
Consultai i miei appunti.
- Il primo luglio 1955.
- Quindi un paio di settimane prima che Estelle morisse. Il che elimina i vostri sospetti.
- Davvero? Raffi non poteva sapere che la donna sarebbe morta. Forse avevano già fatto progetti su come usare il denaro, avrebbero potuto andare da qualche parte e vivere insieme.
- Un uomo vecchio e una donna cieca? Ma è ridicolo!
- Ma è possibile ! Ho visto gente fare cose molto più ridicole. E poi, Raffi nel 1955 non era tanto decrepito! Aveva più o meno la vostra età.
Orazi arrossì.
- Sarà meglio che non raccontiate a nessun altro questa vostra idea pazzesca. Vi procurerebbe una bella etichetta di diffamatore. - Mi guardò in modo strano. - Non avete una grande stima dei banchieri, a quanto pare.
- Non sono diversi da tutti gli altri. Ma non si può far a meno di notare che la maggior parte dei malversatori è costituita, da banchieri.
- Perché ne hanno più facilmente l'opportunità.
- Indiscutibile.
Il telefono in casa della signora Mieli ricominciò a suonare. Questa volta contai quattordici squilli. La mia sensibilità era al massimo della tensione, ed ebbi la sensazione che la casa stesse tentando di comunicarmi qualcosa. Era l'una. Orazi scese dalla macchina e cominciò a passeggiare lungo il marciapiede. Riportai la busta delle lettere nel baule dell'auto e la chiusi dentro la valigetta di metallo.
Nello stesso istante comparve la vecchia Volkswagen della signora Moeli. Alcuni bambini alzarono le manine per salutarla.
- Mi dispiace molto di avervi fatto aspettare - disse. - Un poliziotto è arrivato a casa di mio genero proprio mentre stavo per venir via. Mi ha interrogata per quasi un'ora.
- Su che cosa? - le domandai.
- Diverse cose. Ha voluto tutta la storia di Roberto Franchi, dal tempo in cui era nostro giardiniere a Viterbo. Forse teme che Roberto venga prima o poi da me, ma io non ho paura di lui e non credo neppure che abbia ucciso Claudia.
- Chi sospettate allora?
- Mio marito, ammesso che sia vivo.
- È accertato che è morto, signora Mieli.
- Se è morto, che fine ha fatto il denaro?
- Nessuno lo sa.
Mi prese per un braccio.
- Dobbiamo trovare quei soldi. Ve ne darò la metà, se mi aiutate a trovarli.
Qualcosa stridette nella mia testa. Forse stavo per avere una reazione violenta contro la povera signora Mieli. Poi mi resi conto che lo stridore non era in me. Era il suono di una sirena lontana, che crebbe in intensità e poi si spense.
Nello stesso tempo mi arrivò il rumore di gomme di automobile che stridevano contro l'asfalto. Una berlina nera entrò nella strada, affrontando la curva a tutta velocità.
L'uomo al volante era senza barba e aveva una chioma palesemente artificiale di capelli rossi. Nonostante il camuffamento, riconobbi in lui Roberto Franchi. E anche lui mi riconobbe. Ci superò, sempre a gran velocità, e scomparve dalla vista alla fine dell'isolato.
Balzai in macchina e lo seguii, ma sapevo che era una caccia senza speranza. Conosceva bene i luoghi e poi la sua berlina era più veloce della mia. Ebbi una fugace visione della sua macchina che traversava un ponte e dei suoi capelli rossi che brillavano come un fuoco artificiale.
VENTISETTE
II rumore, di un'automobile sotto la finestra mi distolse dai miei pensieri. Era la Rolls-Royce di Mori, il quale scese e si diresse con passo incerto verso casa.
- Hai messo anche me nelle condizioni di farlo - dissi a Betty.
- Fare cosa?
- Spiare casa Mori. Non è che siano poi tanto interessanti.
- Forse no, ma sono tipi fatti a modo loro, il genere di gente che attira l'interesse degli altri.
- E perché loro non si interessano a noi?
Capì perfettamente. .
- Perché loro sono molto più interessati a loro stessi. Non potrebbero preoccuparsi di noi. - Sorrise, ma senza allegria. - Bene, ho capito il messaggio. Devo occuparmi più di me stessa.
- O di qualcos'altro. Quali sono i tuoi interessi?
- La storia. Mi hanno offerto una borsa di studio all'estero, ma credevo di essere necessaria qui.
- Per fare carriera come guardiana?
- Signor Alfonsi, io vi ho seguito perfettamente, ma ora non esagerate.
Me ne andai. Nascosi le lettere nel baule della mia macchina e attraversai la strada per andare da Mori. Stavo soltanto ora reagendo al fatto della morte della madre di Betty, che mi sembrò per la prima volta parte integrante del caso. Se Mori fosse stato ben disposto, avrebbe potuto aiutarmi a capire molte cose.
Venne ad aprire lui stesso. Aveva lo sguardo preoccupato e stanco e il suo viso sembrava ancora più scarno del solito.
- Non mi aspettavo di vedervi, signor Alfonsi - osservò con tono neutro e formale. - Mi sembrava di aver capito che mia moglie avesse troncato certe relazioni diplomatiche.
- Spero che comunque si possa ancora parlare. Come sta Nick?
- Bene. Mia moglie e io vi siamo sempre grati, questo non dovete dimenticarlo. Sfortunatamente, voi vi siete trovato nel mezzo di una controversia tra Sabdri e Orazi. Loro due non possono andare d'accordo, e date le circostanze noi dobbiamo stare dalla parte del medico.
- Un medico che si sta assumendo una grossa responsabilità.
- Può darsi. Ma non è affar vostro. - Mori stava diventando un po' tagliente. - E spero che non siate venuto qui per discutere il dottor Sandri. In una situazione come questa, un uomo deve appoggiarsi a qualcuno. Non siamo delle isole e non possiamo sopportare da soli tutto il peso di certe situazioni.
Era irritato e addolorato nello stesso tempo. La cosa mi infastidì.
- Sono d'accordo con voi, signor Mori. Proprio per questo sono disposto ad aiutarvi ancora, se posso.
Mi guardò con sospetto.
- In. che senso?
- Sto arrivando alla sostanza dì tutta la storia. Credo che tutto sia cominciato ancora prima che Nick nascesse, e questo lo rende per buona parte innocente. Non posso promettervi di tirarlo fuori completamente, ma spero di riuscire a provare che Nick è una vittima, un capro espiatorio.
- Non credo di capirvi bene, ma venite dentro.
Mi portò nello studio, dove aveva avuto inizio la storia. Mi sentii a disagio, come se mi mancasse il fiato, e come se tutto quello che era successo in quella camera fosse ancora presente, e ci togliesse spazio e aria. Forse Mori, con tutta la storia della sua famiglia alle spalle, doveva sempre sentirsi così.
- Gradite qualcosa da bere?
- No, grazie.
- Allora non berrò nemmeno io. - Si sedette sulla sedia girevole dietro la scrivania. - Volevate espormi un resoconto della situazione, se non sbaglio.
- Tenterò, col vostro aiuto, signor Mori.
- E come potrei aiutarvi? Gli eventi sono andati molto al di là della mia persona. - Fece un gesto d'impotenza.
- Con la vostra indulgenza e sopportazione, allora. Ho appena parlato con Elisabetta Orazi della morte di sua madre.
- Fu un tragico incidente.
- Forse fu qualcosa di più di un incidente. La signora Orazi era molto amica di vostra madre, vero?
- Infatti. La signora Orazi fu straordinariamente gentile con mia madre, nei suoi ultimi giorni. L'unica critica che le potrei fare, è che ha mancato nei miei riguardi non dicendomi come la situazione della mamma andasse peggiorando. Io ero ancora in collegio, quell'estate, e non sapevo che mia madre era ormai vicina alla morte. Potete immaginare cosa provai quando tornai, alla metà di luglio, e trovai che erano morte tutt'e due. Ora voi dite che la morte della signora Orazi potrebbe non essere stato: un incidente.
- Ho formulato una ipotesi. Lai differenza tra un incidente e un delitto talvolta è dubbia... Quando qualcuno viene ucciso, è sempre un reato, un omicidio, per la legge, in qualsiasi caso. Ma io comincio a; sospettare che la signora Orazi sia stata uccisa intenzionalmente. Era la più intima amica di vostra madre e probabilmente ne conosceva tutti i segreti.
- Mia madre non aveva segreti. Tutti la guardavano con ammirazione. - Si alzò di scatto, adirato, e mi voltò le spalle come un bambino ostinato. - Se queste malignità sul conto di mia madre - aggiunse - partono dagli Orazi, li denuncerò per diffamazione.
- Niente di tutto questo, signor Mori. Nulla è stato detto contro vostra madre. Nessuno ha parlato male di lei. Sto solo cercando di scoprire chi fu che entrò in casa vostra nel 1955.
Si voltò.
- Certamente gente che mia madre non conosceva. I suoi amici erano il meglio che ci potevano essere.
- Non ne dubito. Ma vostra madre era probabilmente conosciuta dai ladri, i quali sapevano che in questa casa c'era qualcosa per cui valeva pena di entrarci anche senza invito.
- Non sono in grado di rispondervi. Mia madre teneva il denaro in casa. Era un'abitudine che aveva ereditato da mio padre, assieme al denaro stesso; molte volte l'avevo consigliata di depositarlo in banca, ma inutilmente.
- I ladri presero il denaro?
- No. Non mancava una lira, quando io tornai a casa. Ma la mamma era morta, e così pure la signora Orazi.
- Quanto c'era in casa?
- Una grossa somma grossa.
- Di provenienza?
- Ve l'ho detto. Mia madre aveva ereditato da mio padre. - Mi guardò con sospetto, come se si aspettasse che io volessi offendere sua madre. - State per caso insinuando che quel denaro non fosse suo?
- No di certo. Vogliamo dimenticarla per un attimo?
- Non posso - affermò con una sorta di cupo orgoglio. — Vivo costantemente col pensiero di mia madre.
Aspettai e poi tentai di nuovo.
- Ora vi dico dove vorrei arrivare. Due rapine, o per lo meno due furti sono accaduti in questa casa, a distanza di ventitré anni l'uno dall'altro. Credo che ci sia un nesso.
- In che modo?
- Per la gente che vi è coinvolta. Mi guardò interrogativamente.
Si sedette di nuovo di fronte a me.
- Non vi seguo - commentò.
- Sto semplicemente dicendo che la stessa gente, o almeno parte di essa, per gli stessi motivi, potrebbe essere coinvolta in entrambi i furti. Sappiamo chi è stato l'autore del furto più recente: vostro figlio Nick, che ha agito sotto le pressioni di un paio di altre persone, Giovanna Grazioli e Sandro Pesce.
Mori sì piegò in avanti e appoggiò la fronte sul palmo della mano.
- Avrebbe ucciso lui queste due persone?
- Personalmente non credo, ma ancora non posso dimostrare che non sia stato lui. Ma restiamo ai furti. Nick ha preso la scatola che conteneva le vostre lettere. - Dovevo stare attento a non nominare la madre. - Le lettere entrano casualmente nel quadro. La scatola d'oro era la loro mira principale: la signora Grazioli la voleva. Sapete perché?
- Presumibilmente perché era una ladra
- Lei non la pensava cosi. Fu molto esplicita riguardo alla scatola, perché sembra che questa scatola appartenesse alla nonna della signora Grazioli, dopo la cui morte suo nonno diede la scatola a vostra madre.
- State parlando del signor Raffi vero? - domandò senza sollevare la testa.
- Esattamente.
- Questo mi addolora infinitamente. State deformando una innocente amicizia tra un uomo vecchio e una donna matura...
- Dimentichiamo l'amicizia.
- Non posso, non posso.
- Io non sto giudicando nessuno, signor Mori e tanto meno vostra madre. Il punto è che lei e il signor Raffi erano amici. Raffi aveva una banca, la «Banca Maremmna», e la banca andò in rovina per via di una malversazione che accadde quasi contemporaneamente al furto. Il genero di Raffi, Enrico Mieli, venne accusato, probabilmente a ragione, di questa malversazione. Ma qualcuno ci ha soffiato nell'orecchio che forse fu lo stesso Raffi a depredare la propria banca.
Mori scattò in piedi.
- E chi ha inventato questa storia, per l'amor del cielo?
- Un altro personaggio che entra nel quadro... un ex-galeotto, un ladro di nome Roberto Franchi.
- E voi credete alla parola di un simile individuo? E lasciate che costui infanghi il nome di mia madre?
- Chi ha detto niente dì vostra madre?
- Non state forse illustrandomi la vostra acuta teoria, secondo la quale mia madre avrebbe custodito il denaro rubato da quel mezzano? È questo che avete nel vostro cervello corrotto?
L'ira gli divampò sul viso. Alzò un braccio, pronto a colpirmi, ma riuscii ad afferrargli il polso e a fermarlo.
- Con voi non si può parlare, signor Mori mi dispiace.
Uscii e salii in macchina. Mi diressi verso l'autostrada. La nebbia copriva di una coltre leggera tutta la città.
II rumore, di un'automobile sotto la finestra mi distolse dai miei pensieri. Era la Rolls-Royce di Mori, il quale scese e si diresse con passo incerto verso casa.
- Hai messo anche me nelle condizioni di farlo - dissi a Betty.
- Fare cosa?
- Spiare casa Mori. Non è che siano poi tanto interessanti.
- Forse no, ma sono tipi fatti a modo loro, il genere di gente che attira l'interesse degli altri.
- E perché loro non si interessano a noi?
Capì perfettamente. .
- Perché loro sono molto più interessati a loro stessi. Non potrebbero preoccuparsi di noi. - Sorrise, ma senza allegria. - Bene, ho capito il messaggio. Devo occuparmi più di me stessa.
- O di qualcos'altro. Quali sono i tuoi interessi?
- La storia. Mi hanno offerto una borsa di studio all'estero, ma credevo di essere necessaria qui.
- Per fare carriera come guardiana?
- Signor Alfonsi, io vi ho seguito perfettamente, ma ora non esagerate.
Me ne andai. Nascosi le lettere nel baule della mia macchina e attraversai la strada per andare da Mori. Stavo soltanto ora reagendo al fatto della morte della madre di Betty, che mi sembrò per la prima volta parte integrante del caso. Se Mori fosse stato ben disposto, avrebbe potuto aiutarmi a capire molte cose.
Venne ad aprire lui stesso. Aveva lo sguardo preoccupato e stanco e il suo viso sembrava ancora più scarno del solito.
- Non mi aspettavo di vedervi, signor Alfonsi - osservò con tono neutro e formale. - Mi sembrava di aver capito che mia moglie avesse troncato certe relazioni diplomatiche.
- Spero che comunque si possa ancora parlare. Come sta Nick?
- Bene. Mia moglie e io vi siamo sempre grati, questo non dovete dimenticarlo. Sfortunatamente, voi vi siete trovato nel mezzo di una controversia tra Sabdri e Orazi. Loro due non possono andare d'accordo, e date le circostanze noi dobbiamo stare dalla parte del medico.
- Un medico che si sta assumendo una grossa responsabilità.
- Può darsi. Ma non è affar vostro. - Mori stava diventando un po' tagliente. - E spero che non siate venuto qui per discutere il dottor Sandri. In una situazione come questa, un uomo deve appoggiarsi a qualcuno. Non siamo delle isole e non possiamo sopportare da soli tutto il peso di certe situazioni.
Era irritato e addolorato nello stesso tempo. La cosa mi infastidì.
- Sono d'accordo con voi, signor Mori. Proprio per questo sono disposto ad aiutarvi ancora, se posso.
Mi guardò con sospetto.
- In. che senso?
- Sto arrivando alla sostanza dì tutta la storia. Credo che tutto sia cominciato ancora prima che Nick nascesse, e questo lo rende per buona parte innocente. Non posso promettervi di tirarlo fuori completamente, ma spero di riuscire a provare che Nick è una vittima, un capro espiatorio.
- Non credo di capirvi bene, ma venite dentro.
Mi portò nello studio, dove aveva avuto inizio la storia. Mi sentii a disagio, come se mi mancasse il fiato, e come se tutto quello che era successo in quella camera fosse ancora presente, e ci togliesse spazio e aria. Forse Mori, con tutta la storia della sua famiglia alle spalle, doveva sempre sentirsi così.
- Gradite qualcosa da bere?
- No, grazie.
- Allora non berrò nemmeno io. - Si sedette sulla sedia girevole dietro la scrivania. - Volevate espormi un resoconto della situazione, se non sbaglio.
- Tenterò, col vostro aiuto, signor Mori.
- E come potrei aiutarvi? Gli eventi sono andati molto al di là della mia persona. - Fece un gesto d'impotenza.
- Con la vostra indulgenza e sopportazione, allora. Ho appena parlato con Elisabetta Orazi della morte di sua madre.
- Fu un tragico incidente.
- Forse fu qualcosa di più di un incidente. La signora Orazi era molto amica di vostra madre, vero?
- Infatti. La signora Orazi fu straordinariamente gentile con mia madre, nei suoi ultimi giorni. L'unica critica che le potrei fare, è che ha mancato nei miei riguardi non dicendomi come la situazione della mamma andasse peggiorando. Io ero ancora in collegio, quell'estate, e non sapevo che mia madre era ormai vicina alla morte. Potete immaginare cosa provai quando tornai, alla metà di luglio, e trovai che erano morte tutt'e due. Ora voi dite che la morte della signora Orazi potrebbe non essere stato: un incidente.
- Ho formulato una ipotesi. Lai differenza tra un incidente e un delitto talvolta è dubbia... Quando qualcuno viene ucciso, è sempre un reato, un omicidio, per la legge, in qualsiasi caso. Ma io comincio a; sospettare che la signora Orazi sia stata uccisa intenzionalmente. Era la più intima amica di vostra madre e probabilmente ne conosceva tutti i segreti.
- Mia madre non aveva segreti. Tutti la guardavano con ammirazione. - Si alzò di scatto, adirato, e mi voltò le spalle come un bambino ostinato. - Se queste malignità sul conto di mia madre - aggiunse - partono dagli Orazi, li denuncerò per diffamazione.
- Niente di tutto questo, signor Mori. Nulla è stato detto contro vostra madre. Nessuno ha parlato male di lei. Sto solo cercando di scoprire chi fu che entrò in casa vostra nel 1955.
Si voltò.
- Certamente gente che mia madre non conosceva. I suoi amici erano il meglio che ci potevano essere.
- Non ne dubito. Ma vostra madre era probabilmente conosciuta dai ladri, i quali sapevano che in questa casa c'era qualcosa per cui valeva pena di entrarci anche senza invito.
- Non sono in grado di rispondervi. Mia madre teneva il denaro in casa. Era un'abitudine che aveva ereditato da mio padre, assieme al denaro stesso; molte volte l'avevo consigliata di depositarlo in banca, ma inutilmente.
- I ladri presero il denaro?
- No. Non mancava una lira, quando io tornai a casa. Ma la mamma era morta, e così pure la signora Orazi.
- Quanto c'era in casa?
- Una grossa somma grossa.
- Di provenienza?
- Ve l'ho detto. Mia madre aveva ereditato da mio padre. - Mi guardò con sospetto, come se si aspettasse che io volessi offendere sua madre. - State per caso insinuando che quel denaro non fosse suo?
- No di certo. Vogliamo dimenticarla per un attimo?
- Non posso - affermò con una sorta di cupo orgoglio. — Vivo costantemente col pensiero di mia madre.
Aspettai e poi tentai di nuovo.
- Ora vi dico dove vorrei arrivare. Due rapine, o per lo meno due furti sono accaduti in questa casa, a distanza di ventitré anni l'uno dall'altro. Credo che ci sia un nesso.
- In che modo?
- Per la gente che vi è coinvolta. Mi guardò interrogativamente.
Si sedette di nuovo di fronte a me.
- Non vi seguo - commentò.
- Sto semplicemente dicendo che la stessa gente, o almeno parte di essa, per gli stessi motivi, potrebbe essere coinvolta in entrambi i furti. Sappiamo chi è stato l'autore del furto più recente: vostro figlio Nick, che ha agito sotto le pressioni di un paio di altre persone, Giovanna Grazioli e Sandro Pesce.
Mori sì piegò in avanti e appoggiò la fronte sul palmo della mano.
- Avrebbe ucciso lui queste due persone?
- Personalmente non credo, ma ancora non posso dimostrare che non sia stato lui. Ma restiamo ai furti. Nick ha preso la scatola che conteneva le vostre lettere. - Dovevo stare attento a non nominare la madre. - Le lettere entrano casualmente nel quadro. La scatola d'oro era la loro mira principale: la signora Grazioli la voleva. Sapete perché?
- Presumibilmente perché era una ladra
- Lei non la pensava cosi. Fu molto esplicita riguardo alla scatola, perché sembra che questa scatola appartenesse alla nonna della signora Grazioli, dopo la cui morte suo nonno diede la scatola a vostra madre.
- State parlando del signor Raffi vero? - domandò senza sollevare la testa.
- Esattamente.
- Questo mi addolora infinitamente. State deformando una innocente amicizia tra un uomo vecchio e una donna matura...
- Dimentichiamo l'amicizia.
- Non posso, non posso.
- Io non sto giudicando nessuno, signor Mori e tanto meno vostra madre. Il punto è che lei e il signor Raffi erano amici. Raffi aveva una banca, la «Banca Maremmna», e la banca andò in rovina per via di una malversazione che accadde quasi contemporaneamente al furto. Il genero di Raffi, Enrico Mieli, venne accusato, probabilmente a ragione, di questa malversazione. Ma qualcuno ci ha soffiato nell'orecchio che forse fu lo stesso Raffi a depredare la propria banca.
Mori scattò in piedi.
- E chi ha inventato questa storia, per l'amor del cielo?
- Un altro personaggio che entra nel quadro... un ex-galeotto, un ladro di nome Roberto Franchi.
- E voi credete alla parola di un simile individuo? E lasciate che costui infanghi il nome di mia madre?
- Chi ha detto niente dì vostra madre?
- Non state forse illustrandomi la vostra acuta teoria, secondo la quale mia madre avrebbe custodito il denaro rubato da quel mezzano? È questo che avete nel vostro cervello corrotto?
L'ira gli divampò sul viso. Alzò un braccio, pronto a colpirmi, ma riuscii ad afferrargli il polso e a fermarlo.
- Con voi non si può parlare, signor Mori mi dispiace.
Uscii e salii in macchina. Mi diressi verso l'autostrada. La nebbia copriva di una coltre leggera tutta la città.
martedì 16 settembre 2008
VENTISEI
Betty mi fermò all'ingresso e, come se già ci fossimo messi d'accordo, mi chiese di tornare dentro.
- Ho le lettere - mi disse. - Le lettere che Nick ha preso dalla scatola di suo padre.
Mi portò di sopra nel suo studio e prese da un cassetto una grossa busta. Era piena di lettere scritte su carta per posta aerea, Ce ne saranno state per lo meno duecento.
- Come sai che Nick le ha prese dalla scatola?
- Me lo ha detto lui stesso due sere fa. Il dottor Sandri ci aveva lasciati soli per un attimo. Nick mi ha detto dove le aveva nascoste nel suo appartamento e io sono andata ieri a prenderle.
- Nick ti ha detto anche il motivo per cui le aveva rubate?
- No.
- E tu non Io sai?
- Ho fatto un sacco di congetture. Ma deve trattarsi soltanto di un problema di rapporto padre-figlìo. Nick, nonostante tutti i guai che ha combinato, nutre un forte rispetto per suo padre.
- Possiamo dire altrettanto dì te e di tuo padre?
- Non stiamo parlando di me - rispose asciutta. - Poi, le ragazze sono diverse... noi, noi abbiamo molte più ambiguità. Un ragazzo invece o vuole essere come suo padre oppure lo rifiuta in blocco. Penso che Nick lo voglia.
- Ma ancora non mi spiego perché ha rubato le lettere.
- Non ho detto che avrebbe potuto spiegarlo. Forse stava tentando di rubare la sicurezza di sé, l'ardimento di suo padre, capite? Le lettere erano molto importanti per lui.
- Perché?
- Perché il signor Mori stesso le aveva rese importanti. Le leggeva a voce alta a Nick... non tutte, comunque.
- Anche recentemente?
- No. Solo quando Nick era un ragazzino.
- Quando aveva otto anni?
- Credo che avesse cominciato proprio allora. Il signor Chalmers voleva indottrinarlo, farne un uomo e cose del genere. - Aveva un tono sdegnoso, non tanto nei riguardi di Nick o di suo padre, quanto in quelli dell'indottrinamento.
- Quando Nick aveva otto anni, ebbe un grosso incidente. Lo sai questo, Betty?
Annuì. I suoi capelli scivolarono in avanti e le coprirono parte del viso.
- Ha ucciso un uomo, così mi ha detto l'altra sera. Ma io non ne voglio parlare, va bene? - rispose.
- Solo una domanda. Che atteggiamento aveva Nick su questo delitto?
- Non ne voglio parlare — disse ancora, e rabbrividì.
Sollevò le ginocchia e vi appoggiò contro il viso, come se volesse imitare la posizione disperata di Nick.
Presi le lettere e le posai su un tavolino davanti alla finestra, dalla quale si poteva vedere la facciata bianca di casa Mori. Era una casa che aveva una storia e cominciai a leggere la prima lettera nella speranza di trovare una possibilità di conoscerla.
Cara mamma,
ho soltanto il tempo per una breve lettera, ma desideravo che tu sapessi subito che il mio desiderio è stato esaudito. Sono stato nominato capo squadra della mia classe per la gita che abbiamo fatto tra le montagne e per tutte le altre attività che andremmo a fare. Mamma, mi sento come se fossi stato nominato cavaliere. Per favore, porta queste buone notizie anche al signor Raffi.
La gita è stata lunga, ma abbastanza piacevole. I miei compagni si son divertiti a tirare i sassi agli animali che incontravamo. Ma io ho detto loro che stavano perdendo tempo e che per di più guastavano la bellezza della natura. Per un attimo ho avuto la sensazione di scatenare una zuffa, ma alla fine hanno riconosciuto la superiorità del mio punto di vista e si sono calmati.
Spero che tu stia bene e che sia felice, cara mamma. Io non sono mai stato così felice in vita mia. Tuo affezionatissimo,
LORENZO
La lettera mi deluse, perché non mi portò nessuna luce sul caso. Era una lettera scritta da un ragazzo idealista e un po' fanatico. L'unica cosa strana era che quel giovane fosse diventato quel manico di scopa di Mori.
La seconda lettera era stata scritta circa otto mesi dopo. Era più interessante, frutto di una personalità più matura e equilibrata.
Carissima mamma,
è un periodo che non ci permettono di uscire dal collegio, quindi la mia lettera non partirà subito. È difficile scrivere una lettera che poi dovrò tenermi in tasca. È come scrivere un diario, cosa che detesto, o conversare con un registratore. Ma scrivere a te, cara mamma, è un'altra cosa.
Le notizie che ti posso dare sono sempre le stesse. Studio, dormo, leggo e, mangio. Come tutti, del resto. Faccio lunghe passeggiate nel parco del collegio pensando a quando potrò ritornare a casa e da te.
Ho conosciuto due studenti dell’ultimo anno che stavano sotto esame e erano molto felici. Ma avevano il viso teso, rigido e reagivano con violenza alle loro emozioni. C'è qualcosa negli studenti dell’ultimo anno che ricorda i cavalli da corsa ... si prodigano fino all'estremo limite. Spero di non avere anch'io questo aspetto.
Il mio supervisore, il professor De Angeli, li sprona a dare sempre di più. Insegna in questo collegio da molto tempo e nella sua rigiditezza quasi militare sembra sempre lo stesso gentiluomo del primo giorno. Tuttavia ho la sensazione che sì sia fermato, dal punto di vista dello sviluppo umano. Ha dato il meglio di se stesso alla scuola e non potrà mai più diventare l'uomo che lui crede di essere. (Pensava di seguire la carriera consolare.)
Il tempo è abbastanza buono, a parte qualche acquazzone; brilla il sole e il cielo è nero e costellato da una miriade di stelle che luccicano. Be', vado a dormire. Con tanto affetto,
LORENZO
Era una lettera suggestiva, che nascondeva tra le righe un certo fondo di tristezza. Una frase mi rimase in mente: « ...Ha dato il meglio di se stesso alla scuola e non potrà mai più diventare l'uomo che lui crede di essere... » Era un’affermazione che avrebbe potuto benissimo adattarsi anche a Mori stesso. Iniziai a leggere la terza lettera:
Carissima mamma,
nonostante ci troviamo in un posto elevato e immerso nel verde il caldo è insopportabile, ma con questo non intendo lamentarmi. Se domani continuerà questo caldo con i miei compagni abbiamo deciso di scendere al lago di fare una nuotata. Una delle cose più belle della mia giornata è la doccia che faccio ogni sera prima dì coricarmi. L'acqua non è fredda, per via dell'alta temperatura esterna, e poi non se ne può usare molta. Però mi piace la mia doccia.
Altre cose che mi piacerebbero: il pane con la marmellata per prima colazione, un bicchiere di latte freddo e la gioia di potersi sedere e chiacchierare con te, mamma, nel nostro bel giardino tra le montagne e il mare.
Mi dispiace di sapere che stai poco bene e che la tua vista non migliora. Per favore ringrazia a nome mio la signora Orazi per il favore che ti fa a leggere per te a voce alta. Non devi preoccuparti per me, mamma.
Con tanto affetto,
LORENZO
Rimisi le lettere nella busta. Il loro contenuto aveva disegnato una parabola. Il ragazzo o l'uomo che le aveva scritte era passato dal fanatico idealismo della prima, all’impressionante maturità della seconda, per arrivare a una profonda stanchezza nella terza. Mi chiesi cosa Mori potesse vedere di tanto importante nelle sue stesse lettere da ritenere necessario leggerle a voce alta al figlio.
- Tu le hai lette queste lettere, Betty? - domandai.
Sollevò la testa, il suo sguardo era perduto lontano.
- Scusatemi, non ho capito, ero distratta.
- Hai letto queste lettere?
- Alcune. Volevo vedere perché se ne parlava sempre tanto. Mi sembrano molto noiose.
- Posso tenermi quelle che ho lette?
- Tenetele tutte, se volete. Se papà le trova qui, dovrò spiegargli dove sono andata a prenderle. E questo non sarebbe che un altro chiodo sulla bara di Nick.
- Non è ancora nella bara e non è bello parlare in questo modo.
- Non siate paternalistico, per favore, signor Alfonsi!
- Perché no? Io non credo alla gente che sa tutto appena nasce e poi dimentica man mano che invecchia.
Reagì in senso positivo al mio tono seccato.
- Questa è la filosofia dì Platone, ma nemmeno io ci credo. - si alzò e venne verso di me. - Perché non restituite le lettere al signor Mori? Non siete tenuto a dire dove le avete prese.
- È a casa?
- Non ne ho la minima idea. Non passo la vita alla finestra, a vedere cosa succede in casa Mori.
Sorrise.
- Non più di sette o otto ore al giorno, comunque.
- Non credi che sia arrivato il momento di cambiare abitudini?
- Anche voi siete contro Nick?
Era delusa.
- No, assolutamente. Ma lo conosco appena, mentre conosco bene te. E non mi va di vederti così presa fra due tristi alternative.
- Nick e mio padre? Non ne sono affatto presa.
- Sì, invece, come una fanciulla prigioniera in una torre. Questo attrito con tuo padre forse ti sembra una lotta per la libertà, ma non è così. Non fai che legarti sempre più profondamente a lui. E anche se tu riuscissi a evadere, non sarebbe libertà; perché lo faresti in modo tale da rimanere presa un'altra volta da un uomo altrettanto esigente, e intendo Nick.
- Non avete il diritto di attaccarlo...
- Sto attaccando te. O meglio la situazione nella quale ti sei cacciata. Perché non ne vieni fuori?
- E dove vado?
- Non devi chiederlo a me. Hai venticinque anni.
- Ho paura.
- Di cosa?
- Non Io so, ho soltanto paura. - Rimase in silenzio un attimo. - Sapete che cosa successe a mia madre? - riprese con voce più fioca. - Ve l'ho detto io, vero? Guardava fuori da questa stessa finestra... questa era la camera dove era solita venire a cucire... e vide una luce nella casa dei Mori, in una stanza dove la luce non avrebbe dovuto esserci. Andò a vedere e i ladri la investirono con la macchina e la uccisero.
- Ma perché la uccisero?
- Non lo so; forse fu solo un incidente.
- Che cosa cercavano i ladri in casa Mori?
- Non lo so.
- Quando accadde ciò, Betty?
- Nell'estate dei 1955.
- Tu eri troppo piccola per ricordare, vero?
- Sì, ma me ne parlò mio padre. Da allora ho sempre avuto paura.
- Non ti credo. La sera in cui vedesti la signora Grazioli e Pesce in casa Mori, non ti comportasti come una che ha paura.
- E invece sì, ero spaventatissima. E non avrei mai dovuto andare a metterci il naso. Sono morti tutt'e due.
Cominciavo a capire il genere di paura che aveva. Credeva o sospettava che Nick avesse ucciso Pesce e la signora Grazioli, e che lei stessa avesse agito come catalizzatore. Forse, in qualche oscuro angolo della sua mente, al di là della memoria e al di sotto del livello conscio, c'era l’assurda ma colpevole consapevolezza che il suo stesso io infantile avesse in qualche modo ucciso sua madre sulla strada.
Betty mi fermò all'ingresso e, come se già ci fossimo messi d'accordo, mi chiese di tornare dentro.
- Ho le lettere - mi disse. - Le lettere che Nick ha preso dalla scatola di suo padre.
Mi portò di sopra nel suo studio e prese da un cassetto una grossa busta. Era piena di lettere scritte su carta per posta aerea, Ce ne saranno state per lo meno duecento.
- Come sai che Nick le ha prese dalla scatola?
- Me lo ha detto lui stesso due sere fa. Il dottor Sandri ci aveva lasciati soli per un attimo. Nick mi ha detto dove le aveva nascoste nel suo appartamento e io sono andata ieri a prenderle.
- Nick ti ha detto anche il motivo per cui le aveva rubate?
- No.
- E tu non Io sai?
- Ho fatto un sacco di congetture. Ma deve trattarsi soltanto di un problema di rapporto padre-figlìo. Nick, nonostante tutti i guai che ha combinato, nutre un forte rispetto per suo padre.
- Possiamo dire altrettanto dì te e di tuo padre?
- Non stiamo parlando di me - rispose asciutta. - Poi, le ragazze sono diverse... noi, noi abbiamo molte più ambiguità. Un ragazzo invece o vuole essere come suo padre oppure lo rifiuta in blocco. Penso che Nick lo voglia.
- Ma ancora non mi spiego perché ha rubato le lettere.
- Non ho detto che avrebbe potuto spiegarlo. Forse stava tentando di rubare la sicurezza di sé, l'ardimento di suo padre, capite? Le lettere erano molto importanti per lui.
- Perché?
- Perché il signor Mori stesso le aveva rese importanti. Le leggeva a voce alta a Nick... non tutte, comunque.
- Anche recentemente?
- No. Solo quando Nick era un ragazzino.
- Quando aveva otto anni?
- Credo che avesse cominciato proprio allora. Il signor Chalmers voleva indottrinarlo, farne un uomo e cose del genere. - Aveva un tono sdegnoso, non tanto nei riguardi di Nick o di suo padre, quanto in quelli dell'indottrinamento.
- Quando Nick aveva otto anni, ebbe un grosso incidente. Lo sai questo, Betty?
Annuì. I suoi capelli scivolarono in avanti e le coprirono parte del viso.
- Ha ucciso un uomo, così mi ha detto l'altra sera. Ma io non ne voglio parlare, va bene? - rispose.
- Solo una domanda. Che atteggiamento aveva Nick su questo delitto?
- Non ne voglio parlare — disse ancora, e rabbrividì.
Sollevò le ginocchia e vi appoggiò contro il viso, come se volesse imitare la posizione disperata di Nick.
Presi le lettere e le posai su un tavolino davanti alla finestra, dalla quale si poteva vedere la facciata bianca di casa Mori. Era una casa che aveva una storia e cominciai a leggere la prima lettera nella speranza di trovare una possibilità di conoscerla.
Cara mamma,
ho soltanto il tempo per una breve lettera, ma desideravo che tu sapessi subito che il mio desiderio è stato esaudito. Sono stato nominato capo squadra della mia classe per la gita che abbiamo fatto tra le montagne e per tutte le altre attività che andremmo a fare. Mamma, mi sento come se fossi stato nominato cavaliere. Per favore, porta queste buone notizie anche al signor Raffi.
La gita è stata lunga, ma abbastanza piacevole. I miei compagni si son divertiti a tirare i sassi agli animali che incontravamo. Ma io ho detto loro che stavano perdendo tempo e che per di più guastavano la bellezza della natura. Per un attimo ho avuto la sensazione di scatenare una zuffa, ma alla fine hanno riconosciuto la superiorità del mio punto di vista e si sono calmati.
Spero che tu stia bene e che sia felice, cara mamma. Io non sono mai stato così felice in vita mia. Tuo affezionatissimo,
LORENZO
La lettera mi deluse, perché non mi portò nessuna luce sul caso. Era una lettera scritta da un ragazzo idealista e un po' fanatico. L'unica cosa strana era che quel giovane fosse diventato quel manico di scopa di Mori.
La seconda lettera era stata scritta circa otto mesi dopo. Era più interessante, frutto di una personalità più matura e equilibrata.
Carissima mamma,
è un periodo che non ci permettono di uscire dal collegio, quindi la mia lettera non partirà subito. È difficile scrivere una lettera che poi dovrò tenermi in tasca. È come scrivere un diario, cosa che detesto, o conversare con un registratore. Ma scrivere a te, cara mamma, è un'altra cosa.
Le notizie che ti posso dare sono sempre le stesse. Studio, dormo, leggo e, mangio. Come tutti, del resto. Faccio lunghe passeggiate nel parco del collegio pensando a quando potrò ritornare a casa e da te.
Ho conosciuto due studenti dell’ultimo anno che stavano sotto esame e erano molto felici. Ma avevano il viso teso, rigido e reagivano con violenza alle loro emozioni. C'è qualcosa negli studenti dell’ultimo anno che ricorda i cavalli da corsa ... si prodigano fino all'estremo limite. Spero di non avere anch'io questo aspetto.
Il mio supervisore, il professor De Angeli, li sprona a dare sempre di più. Insegna in questo collegio da molto tempo e nella sua rigiditezza quasi militare sembra sempre lo stesso gentiluomo del primo giorno. Tuttavia ho la sensazione che sì sia fermato, dal punto di vista dello sviluppo umano. Ha dato il meglio di se stesso alla scuola e non potrà mai più diventare l'uomo che lui crede di essere. (Pensava di seguire la carriera consolare.)
Il tempo è abbastanza buono, a parte qualche acquazzone; brilla il sole e il cielo è nero e costellato da una miriade di stelle che luccicano. Be', vado a dormire. Con tanto affetto,
LORENZO
Era una lettera suggestiva, che nascondeva tra le righe un certo fondo di tristezza. Una frase mi rimase in mente: « ...Ha dato il meglio di se stesso alla scuola e non potrà mai più diventare l'uomo che lui crede di essere... » Era un’affermazione che avrebbe potuto benissimo adattarsi anche a Mori stesso. Iniziai a leggere la terza lettera:
Carissima mamma,
nonostante ci troviamo in un posto elevato e immerso nel verde il caldo è insopportabile, ma con questo non intendo lamentarmi. Se domani continuerà questo caldo con i miei compagni abbiamo deciso di scendere al lago di fare una nuotata. Una delle cose più belle della mia giornata è la doccia che faccio ogni sera prima dì coricarmi. L'acqua non è fredda, per via dell'alta temperatura esterna, e poi non se ne può usare molta. Però mi piace la mia doccia.
Altre cose che mi piacerebbero: il pane con la marmellata per prima colazione, un bicchiere di latte freddo e la gioia di potersi sedere e chiacchierare con te, mamma, nel nostro bel giardino tra le montagne e il mare.
Mi dispiace di sapere che stai poco bene e che la tua vista non migliora. Per favore ringrazia a nome mio la signora Orazi per il favore che ti fa a leggere per te a voce alta. Non devi preoccuparti per me, mamma.
Con tanto affetto,
LORENZO
Rimisi le lettere nella busta. Il loro contenuto aveva disegnato una parabola. Il ragazzo o l'uomo che le aveva scritte era passato dal fanatico idealismo della prima, all’impressionante maturità della seconda, per arrivare a una profonda stanchezza nella terza. Mi chiesi cosa Mori potesse vedere di tanto importante nelle sue stesse lettere da ritenere necessario leggerle a voce alta al figlio.
- Tu le hai lette queste lettere, Betty? - domandai.
Sollevò la testa, il suo sguardo era perduto lontano.
- Scusatemi, non ho capito, ero distratta.
- Hai letto queste lettere?
- Alcune. Volevo vedere perché se ne parlava sempre tanto. Mi sembrano molto noiose.
- Posso tenermi quelle che ho lette?
- Tenetele tutte, se volete. Se papà le trova qui, dovrò spiegargli dove sono andata a prenderle. E questo non sarebbe che un altro chiodo sulla bara di Nick.
- Non è ancora nella bara e non è bello parlare in questo modo.
- Non siate paternalistico, per favore, signor Alfonsi!
- Perché no? Io non credo alla gente che sa tutto appena nasce e poi dimentica man mano che invecchia.
Reagì in senso positivo al mio tono seccato.
- Questa è la filosofia dì Platone, ma nemmeno io ci credo. - si alzò e venne verso di me. - Perché non restituite le lettere al signor Mori? Non siete tenuto a dire dove le avete prese.
- È a casa?
- Non ne ho la minima idea. Non passo la vita alla finestra, a vedere cosa succede in casa Mori.
Sorrise.
- Non più di sette o otto ore al giorno, comunque.
- Non credi che sia arrivato il momento di cambiare abitudini?
- Anche voi siete contro Nick?
Era delusa.
- No, assolutamente. Ma lo conosco appena, mentre conosco bene te. E non mi va di vederti così presa fra due tristi alternative.
- Nick e mio padre? Non ne sono affatto presa.
- Sì, invece, come una fanciulla prigioniera in una torre. Questo attrito con tuo padre forse ti sembra una lotta per la libertà, ma non è così. Non fai che legarti sempre più profondamente a lui. E anche se tu riuscissi a evadere, non sarebbe libertà; perché lo faresti in modo tale da rimanere presa un'altra volta da un uomo altrettanto esigente, e intendo Nick.
- Non avete il diritto di attaccarlo...
- Sto attaccando te. O meglio la situazione nella quale ti sei cacciata. Perché non ne vieni fuori?
- E dove vado?
- Non devi chiederlo a me. Hai venticinque anni.
- Ho paura.
- Di cosa?
- Non Io so, ho soltanto paura. - Rimase in silenzio un attimo. - Sapete che cosa successe a mia madre? - riprese con voce più fioca. - Ve l'ho detto io, vero? Guardava fuori da questa stessa finestra... questa era la camera dove era solita venire a cucire... e vide una luce nella casa dei Mori, in una stanza dove la luce non avrebbe dovuto esserci. Andò a vedere e i ladri la investirono con la macchina e la uccisero.
- Ma perché la uccisero?
- Non lo so; forse fu solo un incidente.
- Che cosa cercavano i ladri in casa Mori?
- Non lo so.
- Quando accadde ciò, Betty?
- Nell'estate dei 1955.
- Tu eri troppo piccola per ricordare, vero?
- Sì, ma me ne parlò mio padre. Da allora ho sempre avuto paura.
- Non ti credo. La sera in cui vedesti la signora Grazioli e Pesce in casa Mori, non ti comportasti come una che ha paura.
- E invece sì, ero spaventatissima. E non avrei mai dovuto andare a metterci il naso. Sono morti tutt'e due.
Cominciavo a capire il genere di paura che aveva. Credeva o sospettava che Nick avesse ucciso Pesce e la signora Grazioli, e che lei stessa avesse agito come catalizzatore. Forse, in qualche oscuro angolo della sua mente, al di là della memoria e al di sotto del livello conscio, c'era l’assurda ma colpevole consapevolezza che il suo stesso io infantile avesse in qualche modo ucciso sua madre sulla strada.
VENTICINQUE
II mattino seguente mi alzai presto e uscii senza svegliare Moira. La nebbia saliva dal mare avvolgendo le case e tutta la spiaggia. Guidai lentamente tra i filari di alberi fantasma.
Poi la nebbia finì e scoprii il cielo sereno. Andai in città, alla stazione di polizia.
La Torre era in ufficio. L'orologio elettrico sopra la sua testa segnava le otto esatte.
- Felice di vedervi - disse. - Sedete. Mi stavo giusto chiedendo che fine avevate fatto tutti quanti.
- Sono stato a Civitavecchia per seguire una pista.
- E avete portato con voi i vostri clienti?
- Il loro figliolo ha avuto un incidente.
- Capisco. - Indugiò un attimo. - Che genere di incidente ha avuto? O è un altro segreto di famiglia?
- Barbiturici e una ferita al capo.
- Tentativo di suicidio?
- Potrebbe essere.
La Torre si chinò verso dì me.
- Dopo aver fatto fuori la signora Trask?
Non ero preparato a questa domanda ed evitai dì rispondere direttamente.
- L'indiziato numero uno dell’omicidio di Giovanna Grazioli è Roberto Franchi
- Lo so - fece Lackland, tanto per chiarire che non gli dicevo nulla di nuovo. - Abbiamo un rapporto della polizia di Civitavecchia su Franchi.
- Riferisce forse che Franchi conosceva Enrico Mieli?
- Lo sapete per certo?
- Sì, ho parlato con Franchi ieri, prima che fosse sospettato. Mi ha detto che Mieli scappò con Rita, sua figlia, e con i soldi. Pare che Franchi abbia passato la vita nel tentativo di mettere le mani su quel denaro. È chiaro comunque che Franchi ha convinto la signora Grazioli ad assumere Sandro Pesce e a venire qui. Si è servito dei due per scoprire quello che interessava a lui, senza correre il rischio di dover venire qui in persona.
- Quindi Franchi avrebbe avuto un motivo per uccidere Mieli... - La voce di La Torre era molto bassa, come se l'aver lavorato per quindici anni su quel caso gli avesse tolte tutte le energie. - E avrebbe avuto anche un motivo per bruciare le impronte. Dove gli avete parlato?
- Vicino al porto di Civitavecchia. Ma ora chissà dove sarà.
- Franchi è stato visto ieri notte a Tarquinia. Si è fermato a far rifornimento e poi si è diretto verso Grosseto, con una macchina rubata.
- Sarà meglio fare indagini a Firenze. Franchi è originario di Firenze, come Mieli.
Riferii a La Torre quello che sapevo dei fatti, dei coniugi Mieli e della loro figlia assassinata e dell'appropriazione indebita di Mieli ai danni della Banca di Raffi.
- E una volta che sapete questi i fatti - conclusi - non potete continuare a incolpare Nick Mori di tutto. Non era nemmeno nato, quando Mieli rubò i soldi della i banca, e questo è il vero inizio di tutto.
La Torre mi ascoltò in silenzio. Il suo viso era come un terreno corroso dal sole.
- Conosco anch'io una storia - disse infine. - Raffi, l'uomo che possedeva una banca, veniva qui a spendere i suoi soldi. E potrei dirvi di più.
- Ascolto.
La Torre mi sciorinò uno dei suoi sorrisi. Non era molto diverso da una smorfia, ma una strana luce brillò nei suoi occhi.
- Non mi va di deludervi, Alfonsi. Ma per quanto vogliamo andare indietro negli anni, Nick Mori entra nel quadro. Samuele Raffi aveva un'amica qui in città e, dopo che il marito di lei morì, i soldi li spendevano insieme. Volete sapere chi era questa donna?
- La nonna di Nick - risposi. - La vedova del giudice Chalmers.
Lackland rimase male. Prese un foglio dattiloscritto, lo lesse con attenzione, ne fece una palla e lo scaraventò nel cestino della carta straccia.
- Come l'avete scoperto? — si decise finalmente a domandarmi.
- Ho fatto qualche indagine, come vi ho detto. Ma ancora non riesco a capire come Nick entri in questa storia. Non può esser tenuto responsabile di quello che ha fatto sua nonna.
Una volta tanto a La Torre mancò un'argomentazione. Ma non appena uscii dalla stazione di polizia, rividi la cosa in senso inverso. La nonna di Nick era responsabile per lui. Certo, un significato ci doveva essere nell'antico legame tra le famiglie Mori e Raffi.
Tornando in città, passai davanti al palazzo di giustizia. Sopra l'atrio d'ingresso un bassorilievo rappresentava la giustizia con gli occhi bendati e la bilancia in mano. «Hai bisogno di un uomo che ci veda» le dissi silenziosamente. Ero di un umore pericolosamente buono.
Andai a far colazione e poi dal barbiere. Erano le dieci, e Orazi probabilmente era già in ufficio.
Invece non lo trovai. La segretaria mi riferì che era appena uscito e che non sapeva quando sarebbe tornato. Quella mattina la ragazza aveva una parrucca bruna, e scambiò il mio sguardo perplesso per un complimento.
- Mi piace cambiare personalità. Mi annoia essere sempre la stessa - disse.
- Anche a me. È andato a casa il signor Orazi?
- Non Io so. Ha ricevuto un paio di telefonate e poi è uscito. Se continua così, andrà giù di forma. Secondo voi, i capelli neri vanno bene con la mia carnagione? In effetti io sono castana, ma mi piace fare questi esperimenti.
- State molto bene.
- Lo credo anch'io.
- Da dove venivano quelle telefonate?
- Una era la signora Mori. L'altra non lo so; ma era una donna, non giovane, che non ha voluto dirmi il nome.
- E da dove chiamava?
- Non l'ha detto.
Le chiesi di chiamarmi casa Orazi. L'avvocato era lì, ma non volle o non potè venire al telefono. Parlai con Betty.
- È successo qualcosa a tuo padre?
- No; spero di no.
- E tu come stai?
- Bene. - Ma la sua voce era incerta.
- Se io venissi lì, potrei parlare con tuo padre?
- Non Io so. Sarà meglio che vi affrettiate: sta andando fuori città.
- Dove?
- Non lo so - ripetè cupa. - Comunque, signor Alfonsi, anche se non trovate lui, io avrei piacere di parlarvi.
Quando arrivai a casa Orazi, la macchina dell'avvocato era ancora parcheggiata davanti all'ingresso. Mi aprì Betty. Aveva uno sguardo piuttosto triste, spento e persine i capelli sembravano meno lucenti del solito.
- Avete visto Nick? - mi domandò subito.
- Sì. Il medico gli ha fatto un rapporto molto buono.
- Ma lui cosa dice?
- Non gli si può parlare.
- Con me parlerebbe. Volevo tanto andare in ospedale! Ma mio padre me lo ha impedito !
- Come mai?
- È geloso di Nick. So che non è leale dire una cosa simile, ma me lo ha dimostrato chiaramente. Questa mattina, poi, il signor Mori gli ha tolto l'incarico, e allora papà ha detto che io avrei dovuto scegliere tra lui e Nick.
- Perché mai il signor Mori gli ha tolto l'incarico?
- Questo potete chiederlo a papà. Noi non ci parliamo.
Orazi comparve in quel momento. Forse aveva sentito ciò che avevamo detto, ma fece finta di nulla. Aveva uno sguardo duro, ansioso, che sfuggì a Betty ma che io notai.
- Betty, perché tieni gli ospiti sulla soglia di casa?
La ragazza, senza parlare, si voltò e scomparve in una stanza attigua.
- Sta perdendo la testa dietro quel povero gonzo - si lamentò Orazi. - Non ha mai voluto darmi ascolto. Speriamo che prima o poi capisca. Volete entrare, signor Alfonsi? Ho novità per voi.
Andammo nel suo studio. Orazi era più elegante e agghindato del solito. Portava un elegante fresco-lana, con cravatta e fazzoletto di seta uguali, ed era profumatissimo.
- Betty mi ha detto che non siete più il legale dei Mori. Sembra che stiate festeggiando la cosa!
- Betty non avrebbe dovuto dirvelo. Sta perdendo ogni senso dì discrezione.
Era agitato. Betty l'aveva ferito nella sua vanità e a quanto pare non aveva niente altro su cui appoggiarsi Mi dava più fastidio il cambiamento avvenuto in Orazi che quello di sua figlia. Lei era giovane, e avrebbe cambiato ancora tante volte, prima di trovare veramente se stessa.
- È una brava ragazza - dissi.
Truttwell chiuse l'uscio dello studio e vi si appoggiò contro.
- Non ha bisogno della vostra propaganda. Io la conosco bene. Si è lasciata influenzare da quel verme e montare contro di me.
- Non credo.
- Voi non siete suo padre. È scesa al suo livello, usa persino lo stesso crudo gergo freudiano. - Era rosso in viso, e aveva la voce strozzata. - Mi ha persino accusato di avere per lei un interesse morboso!
Mi chiesi se questo fosse davvero un interesse morboso.
- So dove ha preso queste idee - continuò - dal dottor Sandri, tramite Nick. E so anche perché Irene Mori ha deciso dì rompere i rapporti con me. Al telefono ha fatto di tutto per farmi capire che è stato il dottor Sandri a insistere su questo punto. Probabilmente era vicino a lei a suggerirle le parole che doveva dirmi.
- Ma che motivo poteva avere Sandri...?
- Temo che siate voi il motivo, Alfonsi. Non voglio criticare, ma ho l'impressione che abbiate fatto troppe domande, che sandri non ha gradito. Sembra fermamente deciso a prendere le redini di tutta la situazione e questo potrebbe essere disastroso. Nessun avvocato può difendere Nick senza sapere che cosa ha fatto.
Orazi diventò più prudente. La nostra conversazione ora si muoveva su un terreno più familiare e lui aveva riacquistato un po' del suo equilibrio professionale.
- Comunque, una cosa è certa, che voi siete al corrente più di me, dei fatti, non è vero? - aggiunse.
Era una domanda alla quale non risposi subito. Il mio atteggiamento verso Orazi stava subendo una svolta, devo dire però non radicale, in quanto fin dal primo momento io non avevo né capito del tutto ne creduto a tutte le sue motivazioni.
Era comunque palese che Orazi si era servito di me e che intendeva continuare a farlo; nello stesso modo in cui Sandro Pesce si era servito di Roberto Franchi. Ora aspettava, elegante e azzimato come un gatto, che io lo informassi sul conto del fidanzato di sua figlia.
- In questo caso, è difficile sapere bene i fatti — dissi. — Non so nemmeno per chi lavoro e se sto ancora lavorando.
- Certo che state lavorando. Sarete pagato fino all'ultimo centesimo e vi posso garantire che il pagamento verrà effettuato entro oggi stesso.
- E chi pagherà?
- I Mori, naturalmente.
- Ma voi non li rappresentate più.
- Non preoccupatevi. Voi non dovete fare altro che presentarmi il conto e loro pagheranno. Non siete un emigrante e non dovete permettere che vi trattino come tale.
Tutta questa benevolenza nei miei confronti aveva un interesse egoistico e sarebbe durata il tempo necessario per potersi servire di me. La cosa mi metteva a disagio e mi faceva nascere sentimenti contrastanti. In casi come questi io ero la persona che doveva essere sacrificata.
- Devo fare il mio rapporto ai Mori?
- No, vi hanno già licenziato. Non vogliono la verità su Nick !
- Come sta?
Orazi si strinse nelle spalle.
- Sua madre non me l'ha detto.
- Allora, a chi devo fare il mio rapporto?
- A me. Ho rappresentato la famiglia Mori per tanti anni e sono sul punto di scoprire che dopo tutto non sono così indispensabile.
- E se non fosse così?
- È così, ve lo garantisco. Ma siete preoccupato per via del denaro che vi spetta, ve lo posso anticipare io.
- Grazie, ci penserò.
- Fareste meglio a pensarci subito - replicò sorridendo. - Sto andando a Civitavecchia a trovare la signora Mieli. Mi ha telefonato questa mattina... dopo che la signora Mori mi aveva già licenziato, per certe fotografie di famiglia che vorrebbe vendere. Vorrei che veniste con me, signor Alfonsi.
Non avevo altra scelta. Se mi fossi rifiutato di andare con lui, probabilmente mi avrebbe buttato fuori definitivamente.
- Verrò con la mia macchina - risposi. - Ci vediamo a casa della signora Mieli. È lì che andate, no? A Civitavecchia?
- Sì, Allora posso veramente contare sulla vostra presenza?
Riconfermai, ma non lo seguii subito. C'era ancora qualcosa che dovevamo dirci, sua figlia e io.
II mattino seguente mi alzai presto e uscii senza svegliare Moira. La nebbia saliva dal mare avvolgendo le case e tutta la spiaggia. Guidai lentamente tra i filari di alberi fantasma.
Poi la nebbia finì e scoprii il cielo sereno. Andai in città, alla stazione di polizia.
La Torre era in ufficio. L'orologio elettrico sopra la sua testa segnava le otto esatte.
- Felice di vedervi - disse. - Sedete. Mi stavo giusto chiedendo che fine avevate fatto tutti quanti.
- Sono stato a Civitavecchia per seguire una pista.
- E avete portato con voi i vostri clienti?
- Il loro figliolo ha avuto un incidente.
- Capisco. - Indugiò un attimo. - Che genere di incidente ha avuto? O è un altro segreto di famiglia?
- Barbiturici e una ferita al capo.
- Tentativo di suicidio?
- Potrebbe essere.
La Torre si chinò verso dì me.
- Dopo aver fatto fuori la signora Trask?
Non ero preparato a questa domanda ed evitai dì rispondere direttamente.
- L'indiziato numero uno dell’omicidio di Giovanna Grazioli è Roberto Franchi
- Lo so - fece Lackland, tanto per chiarire che non gli dicevo nulla di nuovo. - Abbiamo un rapporto della polizia di Civitavecchia su Franchi.
- Riferisce forse che Franchi conosceva Enrico Mieli?
- Lo sapete per certo?
- Sì, ho parlato con Franchi ieri, prima che fosse sospettato. Mi ha detto che Mieli scappò con Rita, sua figlia, e con i soldi. Pare che Franchi abbia passato la vita nel tentativo di mettere le mani su quel denaro. È chiaro comunque che Franchi ha convinto la signora Grazioli ad assumere Sandro Pesce e a venire qui. Si è servito dei due per scoprire quello che interessava a lui, senza correre il rischio di dover venire qui in persona.
- Quindi Franchi avrebbe avuto un motivo per uccidere Mieli... - La voce di La Torre era molto bassa, come se l'aver lavorato per quindici anni su quel caso gli avesse tolte tutte le energie. - E avrebbe avuto anche un motivo per bruciare le impronte. Dove gli avete parlato?
- Vicino al porto di Civitavecchia. Ma ora chissà dove sarà.
- Franchi è stato visto ieri notte a Tarquinia. Si è fermato a far rifornimento e poi si è diretto verso Grosseto, con una macchina rubata.
- Sarà meglio fare indagini a Firenze. Franchi è originario di Firenze, come Mieli.
Riferii a La Torre quello che sapevo dei fatti, dei coniugi Mieli e della loro figlia assassinata e dell'appropriazione indebita di Mieli ai danni della Banca di Raffi.
- E una volta che sapete questi i fatti - conclusi - non potete continuare a incolpare Nick Mori di tutto. Non era nemmeno nato, quando Mieli rubò i soldi della i banca, e questo è il vero inizio di tutto.
La Torre mi ascoltò in silenzio. Il suo viso era come un terreno corroso dal sole.
- Conosco anch'io una storia - disse infine. - Raffi, l'uomo che possedeva una banca, veniva qui a spendere i suoi soldi. E potrei dirvi di più.
- Ascolto.
La Torre mi sciorinò uno dei suoi sorrisi. Non era molto diverso da una smorfia, ma una strana luce brillò nei suoi occhi.
- Non mi va di deludervi, Alfonsi. Ma per quanto vogliamo andare indietro negli anni, Nick Mori entra nel quadro. Samuele Raffi aveva un'amica qui in città e, dopo che il marito di lei morì, i soldi li spendevano insieme. Volete sapere chi era questa donna?
- La nonna di Nick - risposi. - La vedova del giudice Chalmers.
Lackland rimase male. Prese un foglio dattiloscritto, lo lesse con attenzione, ne fece una palla e lo scaraventò nel cestino della carta straccia.
- Come l'avete scoperto? — si decise finalmente a domandarmi.
- Ho fatto qualche indagine, come vi ho detto. Ma ancora non riesco a capire come Nick entri in questa storia. Non può esser tenuto responsabile di quello che ha fatto sua nonna.
Una volta tanto a La Torre mancò un'argomentazione. Ma non appena uscii dalla stazione di polizia, rividi la cosa in senso inverso. La nonna di Nick era responsabile per lui. Certo, un significato ci doveva essere nell'antico legame tra le famiglie Mori e Raffi.
Tornando in città, passai davanti al palazzo di giustizia. Sopra l'atrio d'ingresso un bassorilievo rappresentava la giustizia con gli occhi bendati e la bilancia in mano. «Hai bisogno di un uomo che ci veda» le dissi silenziosamente. Ero di un umore pericolosamente buono.
Andai a far colazione e poi dal barbiere. Erano le dieci, e Orazi probabilmente era già in ufficio.
Invece non lo trovai. La segretaria mi riferì che era appena uscito e che non sapeva quando sarebbe tornato. Quella mattina la ragazza aveva una parrucca bruna, e scambiò il mio sguardo perplesso per un complimento.
- Mi piace cambiare personalità. Mi annoia essere sempre la stessa - disse.
- Anche a me. È andato a casa il signor Orazi?
- Non Io so. Ha ricevuto un paio di telefonate e poi è uscito. Se continua così, andrà giù di forma. Secondo voi, i capelli neri vanno bene con la mia carnagione? In effetti io sono castana, ma mi piace fare questi esperimenti.
- State molto bene.
- Lo credo anch'io.
- Da dove venivano quelle telefonate?
- Una era la signora Mori. L'altra non lo so; ma era una donna, non giovane, che non ha voluto dirmi il nome.
- E da dove chiamava?
- Non l'ha detto.
Le chiesi di chiamarmi casa Orazi. L'avvocato era lì, ma non volle o non potè venire al telefono. Parlai con Betty.
- È successo qualcosa a tuo padre?
- No; spero di no.
- E tu come stai?
- Bene. - Ma la sua voce era incerta.
- Se io venissi lì, potrei parlare con tuo padre?
- Non Io so. Sarà meglio che vi affrettiate: sta andando fuori città.
- Dove?
- Non lo so - ripetè cupa. - Comunque, signor Alfonsi, anche se non trovate lui, io avrei piacere di parlarvi.
Quando arrivai a casa Orazi, la macchina dell'avvocato era ancora parcheggiata davanti all'ingresso. Mi aprì Betty. Aveva uno sguardo piuttosto triste, spento e persine i capelli sembravano meno lucenti del solito.
- Avete visto Nick? - mi domandò subito.
- Sì. Il medico gli ha fatto un rapporto molto buono.
- Ma lui cosa dice?
- Non gli si può parlare.
- Con me parlerebbe. Volevo tanto andare in ospedale! Ma mio padre me lo ha impedito !
- Come mai?
- È geloso di Nick. So che non è leale dire una cosa simile, ma me lo ha dimostrato chiaramente. Questa mattina, poi, il signor Mori gli ha tolto l'incarico, e allora papà ha detto che io avrei dovuto scegliere tra lui e Nick.
- Perché mai il signor Mori gli ha tolto l'incarico?
- Questo potete chiederlo a papà. Noi non ci parliamo.
Orazi comparve in quel momento. Forse aveva sentito ciò che avevamo detto, ma fece finta di nulla. Aveva uno sguardo duro, ansioso, che sfuggì a Betty ma che io notai.
- Betty, perché tieni gli ospiti sulla soglia di casa?
La ragazza, senza parlare, si voltò e scomparve in una stanza attigua.
- Sta perdendo la testa dietro quel povero gonzo - si lamentò Orazi. - Non ha mai voluto darmi ascolto. Speriamo che prima o poi capisca. Volete entrare, signor Alfonsi? Ho novità per voi.
Andammo nel suo studio. Orazi era più elegante e agghindato del solito. Portava un elegante fresco-lana, con cravatta e fazzoletto di seta uguali, ed era profumatissimo.
- Betty mi ha detto che non siete più il legale dei Mori. Sembra che stiate festeggiando la cosa!
- Betty non avrebbe dovuto dirvelo. Sta perdendo ogni senso dì discrezione.
Era agitato. Betty l'aveva ferito nella sua vanità e a quanto pare non aveva niente altro su cui appoggiarsi Mi dava più fastidio il cambiamento avvenuto in Orazi che quello di sua figlia. Lei era giovane, e avrebbe cambiato ancora tante volte, prima di trovare veramente se stessa.
- È una brava ragazza - dissi.
Truttwell chiuse l'uscio dello studio e vi si appoggiò contro.
- Non ha bisogno della vostra propaganda. Io la conosco bene. Si è lasciata influenzare da quel verme e montare contro di me.
- Non credo.
- Voi non siete suo padre. È scesa al suo livello, usa persino lo stesso crudo gergo freudiano. - Era rosso in viso, e aveva la voce strozzata. - Mi ha persino accusato di avere per lei un interesse morboso!
Mi chiesi se questo fosse davvero un interesse morboso.
- So dove ha preso queste idee - continuò - dal dottor Sandri, tramite Nick. E so anche perché Irene Mori ha deciso dì rompere i rapporti con me. Al telefono ha fatto di tutto per farmi capire che è stato il dottor Sandri a insistere su questo punto. Probabilmente era vicino a lei a suggerirle le parole che doveva dirmi.
- Ma che motivo poteva avere Sandri...?
- Temo che siate voi il motivo, Alfonsi. Non voglio criticare, ma ho l'impressione che abbiate fatto troppe domande, che sandri non ha gradito. Sembra fermamente deciso a prendere le redini di tutta la situazione e questo potrebbe essere disastroso. Nessun avvocato può difendere Nick senza sapere che cosa ha fatto.
Orazi diventò più prudente. La nostra conversazione ora si muoveva su un terreno più familiare e lui aveva riacquistato un po' del suo equilibrio professionale.
- Comunque, una cosa è certa, che voi siete al corrente più di me, dei fatti, non è vero? - aggiunse.
Era una domanda alla quale non risposi subito. Il mio atteggiamento verso Orazi stava subendo una svolta, devo dire però non radicale, in quanto fin dal primo momento io non avevo né capito del tutto ne creduto a tutte le sue motivazioni.
Era comunque palese che Orazi si era servito di me e che intendeva continuare a farlo; nello stesso modo in cui Sandro Pesce si era servito di Roberto Franchi. Ora aspettava, elegante e azzimato come un gatto, che io lo informassi sul conto del fidanzato di sua figlia.
- In questo caso, è difficile sapere bene i fatti — dissi. — Non so nemmeno per chi lavoro e se sto ancora lavorando.
- Certo che state lavorando. Sarete pagato fino all'ultimo centesimo e vi posso garantire che il pagamento verrà effettuato entro oggi stesso.
- E chi pagherà?
- I Mori, naturalmente.
- Ma voi non li rappresentate più.
- Non preoccupatevi. Voi non dovete fare altro che presentarmi il conto e loro pagheranno. Non siete un emigrante e non dovete permettere che vi trattino come tale.
Tutta questa benevolenza nei miei confronti aveva un interesse egoistico e sarebbe durata il tempo necessario per potersi servire di me. La cosa mi metteva a disagio e mi faceva nascere sentimenti contrastanti. In casi come questi io ero la persona che doveva essere sacrificata.
- Devo fare il mio rapporto ai Mori?
- No, vi hanno già licenziato. Non vogliono la verità su Nick !
- Come sta?
Orazi si strinse nelle spalle.
- Sua madre non me l'ha detto.
- Allora, a chi devo fare il mio rapporto?
- A me. Ho rappresentato la famiglia Mori per tanti anni e sono sul punto di scoprire che dopo tutto non sono così indispensabile.
- E se non fosse così?
- È così, ve lo garantisco. Ma siete preoccupato per via del denaro che vi spetta, ve lo posso anticipare io.
- Grazie, ci penserò.
- Fareste meglio a pensarci subito - replicò sorridendo. - Sto andando a Civitavecchia a trovare la signora Mieli. Mi ha telefonato questa mattina... dopo che la signora Mori mi aveva già licenziato, per certe fotografie di famiglia che vorrebbe vendere. Vorrei che veniste con me, signor Alfonsi.
Non avevo altra scelta. Se mi fossi rifiutato di andare con lui, probabilmente mi avrebbe buttato fuori definitivamente.
- Verrò con la mia macchina - risposi. - Ci vediamo a casa della signora Mieli. È lì che andate, no? A Civitavecchia?
- Sì, Allora posso veramente contare sulla vostra presenza?
Riconfermai, ma non lo seguii subito. C'era ancora qualcosa che dovevamo dirci, sua figlia e io.
venerdì 12 settembre 2008
VENTIQUATTRO
Moira sembrava scomparsa. La cercai e infine la trovai, seduta al volante della macchina di suo marito.
- Mi sono stancata di aspettare - disse. - Pensavo di sperimentare le tue qualità di investigatore.
- Non è proprio il momento per giocare a nascondersi.
Ero stato piuttosto rude e lei strinse un attimo gli occhi. Poi scese dalla macchina.
- Stavo scherzando, ma non del tutto. Volevo solo vedere se mi avresti cercato.
- Ti ho cercato: va bene?
Mi prese per un braccio.
- Sei ancora adirato?
- Non con te, col tuo dannato marito.
- Che cosa ha fatto ancora Raffaele?
- Si da un sacco di arie, mi ha definito un poliziotto dilettante e poi si rifiuta di farmi parlare con Nìck, per sempre. Se invece potessi parlargli solo cinque minuti, chiarirei un sacco di cose.
- Spero che non mi chiederai di interpormi...
- No.
- Non voglio trovarmi in mezzo a voi due.
- Se non Io vuoi, sarà meglio che tu te ne vada a cercare un posto migliore per nasconderti.
Mi guardò di sbieco. In fondo era una donna indifesa, timida e molto vulnerabile.
- Vuoi proprio che non mi faccia più vedere?
- La strinsi a me, le risposi cosi, senza parlare. Dopo un poco si allontanò.
- Sono pronta a tornare a casa; e tu?
Le dissi dì sì, ma non lo ero. La mia ira contro Sandri si era trasformata in sospetto e in questo sentimento coinvolgevo anche sua moglie. Pensieri poco piacevoli mi si affollarono alla mente, come bambini fastidiosi dai quali non riesci a liberarti. Avrei potuto servirmi di lei per arrivare a suo marito,
Moira notò la mia preoccupazione.
- Se sei stanco, posso guidare io.
- Non sono stanco fisicamente. Ho parecchi problemi da risolvere. E il mio computer - aggiunsi, toccandomi la testa - è di vecchio modello. Non dice né sì né no, dice soltanto forse.
- Per quanto riguarda me?
- Per quanto riguarda ogni cosa.
Nessuno di noi due parlò per un lungo tratto. Superammo il porto di Civitavecchia e le grandi gru si delinearono nell'oscurità come fenicotteri in riposo. Sopra, brillava la luna.
- Il tuo computer è programmato per le domande?
- Non per tutte. Di fronte a certe domande va completamente fuori fase.
- D'accordo. - La sua voce si era fatta più morbida. - Credo di sapere cos'hai in testa. L'hai rivelato quando hai detto che cinque minuti con Nick sarebbero bastati per chiarirti tutto.
- Non tutto, ma molte cose.
- Tu credi che Nick sia responsabile di tutti e tre i delitti, vero? Pesce, la povera signora Grazioli e l’uomo della spiaggia.
- Può darsi.
- Dimmi sinceramente quello che pensi.
- Ciò che penso è «può darsi». Sono certo, e con ragione, che Nick ha ucciso l'uomo della spiaggia, ma non sono altrettanto sicuro sugli altri due, e più vado avanti meno sono sicuro. Proprio ora stavo pensando che Nick sia stato tirato volutamente nel gioco, che serva come capro espiatorio e che forse lui sappia chi gli sta giocando questo tiro. Il che significa pure che Nick potrebbe essere la prossima vittima.
- Per questo non volevi venire con me?
- Non ho mai detto una cosa simile !
- Ma io l'avevo capito. Senti, se tu ritieni di dover tornare all’ospedale, capirò. Potrei sempre lasciare il mio corpo alla scienza - aggiunse.
Scoppiai a ridere.
- Non è poi un'idea tanto ridicola. Accadono tante di quelle cose, il mondo gira così vorticosamente, che per una donna è difficile competere.
- Comunque, non c'è nessun motivo perché io debba tornare, Nick è sotto sorveglianza. Non può scappare e nessuno può entrare.
- Il che ti mette tranquillo con tutti i tuoi «può darsi», vero?
Ancora un lungo silenzio. Avrei voluto farle tante domande su Nick e su suo marito; ma se avessi cominciato a servirmi di quella donna e di quella occasione, sarebbe stato come servirmi di una parte di me stesso e della mia vita privata che avevo sempre tentato di lasciar fuori dal mio lavoro: proprio quella parte che mi rendeva diverso da un computer o da un robot.
L'affollarsi delle domande non formulate dopo un poco si placò, e la sensazione di vivere nel caso che stavo trattando, sensazione che spesso avevo usato come droga per avere la forza di andare avanti, mi lasciò.
La donna accanto a me aveva antenne molte sensibili. Si fece più vicina, come se io avessi abbassato un invisibile scudo di protezione.
Abitava vicino alla spiaggia dì Santa Marinella, in una casa fatta di acciaio, vetri e soldi.
- Metti la macchina sotto la tettoia, se vuoi. Si entra a bere qualcosa?
- Volentieri.
Non riuscì ad aprire la porta d'ingresso.
- Stai usando la chiave della macchina - le feci notare.
- Mi guardò. - Chissà cosa vuoi dire?
- Che hai bisogno di un paio di occhiali.
- Li uso già per leggere.
Entrammo in casa. Moira accese la luce nell'ingresso, scese qualche gradino e mi fece accomodare in una stanza ottagonale tutta finestre. Vedevo la luna tanto vicina da poterla toccare e più lontano le tormentate bianche linee dei marosi.
- Che bello qui!
- Ti piace? - Sembrò sorpresa. - Dio sa quanto questo luogo era bello prima che ci costruissero sopra ! Ma la casa non è mai riuscita a impadronirsi del paesaggio. Costruire una casa è quasi come mettere un uccello in gabbia. E tu diventi l'uccello, penso.
- Ti dicono queste cose in clinica?
- Forse sto parlando troppo. - Sorrise.
- Mi avevi promesso un drink.
Si piegò verso dì me, il bel viso illuminato dalla luce argento della luna, gli occhi cupi.
- Che cosa vuoi?
- Scotch.
I suoi occhi si mossero e io afferrai ancora una volta quello strano bagliore, simile a una luce profondamente nascosta.
- Posso cambiare genere? - mormorai.
Mi avvicinai a lei. Non aspettava che questo. Cominciai lentamente a spogliarla. A un certo punto mi disse che ero un amante molto tenero.
- C'è qualche vantaggio nel diventare vecchi.
- Non è questo! Tu mi ricordi Daniele e lui aveva solo vent'anni. Mi fai risentire come Eva nel paradiso terrestre.
- Che idea fantastica!
- Ti da fastidio se nomino Daniele?
- No, anche se è strano.
- Infatti, deve essere così. Non era che un povero ragazzo indifeso. Ma siamo stati felici insieme. Non era mai stato con nessun'altra donna prima, e io avevo avuto solo Raffaele.
La sua voce cambiò quando nominò il marito e anche i miei sentimenti cambiarono.
- Raffaele è sempre stato così terribilmente preciso e sicuro di sé, anche in queste cose. Ma Daniele no, lui era diverso. Era gentile e un po' pazzo. L'amore era per lui come un gioco, una favola che vivevamo insieme. A volte fingeva di essere Raffaele. A volte io fingevo di essere sua madre. Ti sembra che sia normale?
- Chiedilo a Raffaele.
- Ti sto annoiando, vero?
- Al contrario. Quanto durò questa faccenda?
- Quasi due anni.
- Poi Raffaele tornò a casa.
- Infatti, ma con Daniele avevo già rotto. Non riuscivamo più a controllare le nostre fantasie e poi... non avrei potuto passare dal letto di Daniele a quello di Raffaele, cosi, da un momento all'altro. Il senso di colpa per poco non mi fece morire.
Guardai il suo bel corpo nudo.
- Non mi sembri il tipo che si torce dai rimorsi.
- Hai ragione, non era rimorso. Era dolore. Sofferenza per aver dovuto rinunciare al mio unico vero amore. Per cosa? Per una casa che vale un mucchio di soldi, per una clinica che ne vale di più? Non vorrei morire in nessuno di questi due luoghi, se potessi. Preferirei tornare in una semplice stanzetta dell'«Hotel Giglio».
- Non c’è più - dissi. - Non stai per caso mitizzando il passato?
- Sì, forse sto esagerando. Le donne amano inventare le favole nelle quali credono di aver vissuto.
- Meno male che gli uomini non lo fanno mai.
- Scommetto che Eva ha inventato la storia della mela.
- E Adamo quella del giardino.
- Sei uno sciocco - disse tenendomi stretto - e questa è la mia diagnosi. Sono contenta di averti detto tutto. E tu?
- Lo posso sopportare. Perché lo hai fatto?
- Per vari motivi. E per di più tu hai il vantaggio di non essere mio marito.
- È la cosa più bella che una donna mi abbia mai detto.
- Non volevo scherzare. Se avessi confidato a Raffaele quello che ho confidato a te, sarei una persona finita: nient'altro che uno dei suoi famosi trofei di caccia psichiatrica. Probabilmente mi avrebbe imbalsamato e appeso alle pareti del suo studio insieme a tutti gli altri diplomi... e in un certo senso è già quello che ha fatto. Ancora fui sul punto di rivolgerle alcune domande sul marito, ma il momento e il luogo non erano adatti, e poi ero ancora fermamente deciso a non approfittare delle situazioni.
- Dimentichiamo Raffaele - dissi. - Che fine ha fatto Daniele?
- Ha trovato un'altra ragazza e si è sposato.
- E tu sei gelosa?
- No, sono sola. Non ho nessuno.
Ancora una volta unimmo le nostre solitudini in qualcosa che era meno dell'amore ma più del proprio egoismo. E quella notte io non tornai affatto a casa.
Moira sembrava scomparsa. La cercai e infine la trovai, seduta al volante della macchina di suo marito.
- Mi sono stancata di aspettare - disse. - Pensavo di sperimentare le tue qualità di investigatore.
- Non è proprio il momento per giocare a nascondersi.
Ero stato piuttosto rude e lei strinse un attimo gli occhi. Poi scese dalla macchina.
- Stavo scherzando, ma non del tutto. Volevo solo vedere se mi avresti cercato.
- Ti ho cercato: va bene?
Mi prese per un braccio.
- Sei ancora adirato?
- Non con te, col tuo dannato marito.
- Che cosa ha fatto ancora Raffaele?
- Si da un sacco di arie, mi ha definito un poliziotto dilettante e poi si rifiuta di farmi parlare con Nìck, per sempre. Se invece potessi parlargli solo cinque minuti, chiarirei un sacco di cose.
- Spero che non mi chiederai di interpormi...
- No.
- Non voglio trovarmi in mezzo a voi due.
- Se non Io vuoi, sarà meglio che tu te ne vada a cercare un posto migliore per nasconderti.
Mi guardò di sbieco. In fondo era una donna indifesa, timida e molto vulnerabile.
- Vuoi proprio che non mi faccia più vedere?
- La strinsi a me, le risposi cosi, senza parlare. Dopo un poco si allontanò.
- Sono pronta a tornare a casa; e tu?
Le dissi dì sì, ma non lo ero. La mia ira contro Sandri si era trasformata in sospetto e in questo sentimento coinvolgevo anche sua moglie. Pensieri poco piacevoli mi si affollarono alla mente, come bambini fastidiosi dai quali non riesci a liberarti. Avrei potuto servirmi di lei per arrivare a suo marito,
Moira notò la mia preoccupazione.
- Se sei stanco, posso guidare io.
- Non sono stanco fisicamente. Ho parecchi problemi da risolvere. E il mio computer - aggiunsi, toccandomi la testa - è di vecchio modello. Non dice né sì né no, dice soltanto forse.
- Per quanto riguarda me?
- Per quanto riguarda ogni cosa.
Nessuno di noi due parlò per un lungo tratto. Superammo il porto di Civitavecchia e le grandi gru si delinearono nell'oscurità come fenicotteri in riposo. Sopra, brillava la luna.
- Il tuo computer è programmato per le domande?
- Non per tutte. Di fronte a certe domande va completamente fuori fase.
- D'accordo. - La sua voce si era fatta più morbida. - Credo di sapere cos'hai in testa. L'hai rivelato quando hai detto che cinque minuti con Nick sarebbero bastati per chiarirti tutto.
- Non tutto, ma molte cose.
- Tu credi che Nick sia responsabile di tutti e tre i delitti, vero? Pesce, la povera signora Grazioli e l’uomo della spiaggia.
- Può darsi.
- Dimmi sinceramente quello che pensi.
- Ciò che penso è «può darsi». Sono certo, e con ragione, che Nick ha ucciso l'uomo della spiaggia, ma non sono altrettanto sicuro sugli altri due, e più vado avanti meno sono sicuro. Proprio ora stavo pensando che Nick sia stato tirato volutamente nel gioco, che serva come capro espiatorio e che forse lui sappia chi gli sta giocando questo tiro. Il che significa pure che Nick potrebbe essere la prossima vittima.
- Per questo non volevi venire con me?
- Non ho mai detto una cosa simile !
- Ma io l'avevo capito. Senti, se tu ritieni di dover tornare all’ospedale, capirò. Potrei sempre lasciare il mio corpo alla scienza - aggiunse.
Scoppiai a ridere.
- Non è poi un'idea tanto ridicola. Accadono tante di quelle cose, il mondo gira così vorticosamente, che per una donna è difficile competere.
- Comunque, non c'è nessun motivo perché io debba tornare, Nick è sotto sorveglianza. Non può scappare e nessuno può entrare.
- Il che ti mette tranquillo con tutti i tuoi «può darsi», vero?
Ancora un lungo silenzio. Avrei voluto farle tante domande su Nick e su suo marito; ma se avessi cominciato a servirmi di quella donna e di quella occasione, sarebbe stato come servirmi di una parte di me stesso e della mia vita privata che avevo sempre tentato di lasciar fuori dal mio lavoro: proprio quella parte che mi rendeva diverso da un computer o da un robot.
L'affollarsi delle domande non formulate dopo un poco si placò, e la sensazione di vivere nel caso che stavo trattando, sensazione che spesso avevo usato come droga per avere la forza di andare avanti, mi lasciò.
La donna accanto a me aveva antenne molte sensibili. Si fece più vicina, come se io avessi abbassato un invisibile scudo di protezione.
Abitava vicino alla spiaggia dì Santa Marinella, in una casa fatta di acciaio, vetri e soldi.
- Metti la macchina sotto la tettoia, se vuoi. Si entra a bere qualcosa?
- Volentieri.
Non riuscì ad aprire la porta d'ingresso.
- Stai usando la chiave della macchina - le feci notare.
- Mi guardò. - Chissà cosa vuoi dire?
- Che hai bisogno di un paio di occhiali.
- Li uso già per leggere.
Entrammo in casa. Moira accese la luce nell'ingresso, scese qualche gradino e mi fece accomodare in una stanza ottagonale tutta finestre. Vedevo la luna tanto vicina da poterla toccare e più lontano le tormentate bianche linee dei marosi.
- Che bello qui!
- Ti piace? - Sembrò sorpresa. - Dio sa quanto questo luogo era bello prima che ci costruissero sopra ! Ma la casa non è mai riuscita a impadronirsi del paesaggio. Costruire una casa è quasi come mettere un uccello in gabbia. E tu diventi l'uccello, penso.
- Ti dicono queste cose in clinica?
- Forse sto parlando troppo. - Sorrise.
- Mi avevi promesso un drink.
Si piegò verso dì me, il bel viso illuminato dalla luce argento della luna, gli occhi cupi.
- Che cosa vuoi?
- Scotch.
I suoi occhi si mossero e io afferrai ancora una volta quello strano bagliore, simile a una luce profondamente nascosta.
- Posso cambiare genere? - mormorai.
Mi avvicinai a lei. Non aspettava che questo. Cominciai lentamente a spogliarla. A un certo punto mi disse che ero un amante molto tenero.
- C'è qualche vantaggio nel diventare vecchi.
- Non è questo! Tu mi ricordi Daniele e lui aveva solo vent'anni. Mi fai risentire come Eva nel paradiso terrestre.
- Che idea fantastica!
- Ti da fastidio se nomino Daniele?
- No, anche se è strano.
- Infatti, deve essere così. Non era che un povero ragazzo indifeso. Ma siamo stati felici insieme. Non era mai stato con nessun'altra donna prima, e io avevo avuto solo Raffaele.
La sua voce cambiò quando nominò il marito e anche i miei sentimenti cambiarono.
- Raffaele è sempre stato così terribilmente preciso e sicuro di sé, anche in queste cose. Ma Daniele no, lui era diverso. Era gentile e un po' pazzo. L'amore era per lui come un gioco, una favola che vivevamo insieme. A volte fingeva di essere Raffaele. A volte io fingevo di essere sua madre. Ti sembra che sia normale?
- Chiedilo a Raffaele.
- Ti sto annoiando, vero?
- Al contrario. Quanto durò questa faccenda?
- Quasi due anni.
- Poi Raffaele tornò a casa.
- Infatti, ma con Daniele avevo già rotto. Non riuscivamo più a controllare le nostre fantasie e poi... non avrei potuto passare dal letto di Daniele a quello di Raffaele, cosi, da un momento all'altro. Il senso di colpa per poco non mi fece morire.
Guardai il suo bel corpo nudo.
- Non mi sembri il tipo che si torce dai rimorsi.
- Hai ragione, non era rimorso. Era dolore. Sofferenza per aver dovuto rinunciare al mio unico vero amore. Per cosa? Per una casa che vale un mucchio di soldi, per una clinica che ne vale di più? Non vorrei morire in nessuno di questi due luoghi, se potessi. Preferirei tornare in una semplice stanzetta dell'«Hotel Giglio».
- Non c’è più - dissi. - Non stai per caso mitizzando il passato?
- Sì, forse sto esagerando. Le donne amano inventare le favole nelle quali credono di aver vissuto.
- Meno male che gli uomini non lo fanno mai.
- Scommetto che Eva ha inventato la storia della mela.
- E Adamo quella del giardino.
- Sei uno sciocco - disse tenendomi stretto - e questa è la mia diagnosi. Sono contenta di averti detto tutto. E tu?
- Lo posso sopportare. Perché lo hai fatto?
- Per vari motivi. E per di più tu hai il vantaggio di non essere mio marito.
- È la cosa più bella che una donna mi abbia mai detto.
- Non volevo scherzare. Se avessi confidato a Raffaele quello che ho confidato a te, sarei una persona finita: nient'altro che uno dei suoi famosi trofei di caccia psichiatrica. Probabilmente mi avrebbe imbalsamato e appeso alle pareti del suo studio insieme a tutti gli altri diplomi... e in un certo senso è già quello che ha fatto. Ancora fui sul punto di rivolgerle alcune domande sul marito, ma il momento e il luogo non erano adatti, e poi ero ancora fermamente deciso a non approfittare delle situazioni.
- Dimentichiamo Raffaele - dissi. - Che fine ha fatto Daniele?
- Ha trovato un'altra ragazza e si è sposato.
- E tu sei gelosa?
- No, sono sola. Non ho nessuno.
Ancora una volta unimmo le nostre solitudini in qualcosa che era meno dell'amore ma più del proprio egoismo. E quella notte io non tornai affatto a casa.
VENTITRE
Tornammo nella sala d'aspetto. Il dottor Sandri e sua moglie stavano parlando con Lorenzo Mori. Il medico mi salutò con un sorriso molto formale.
- Moira mi ha detto che l'avete portata fuori a colazione. Vi ringrazio molto.
- È stato un piacere. Che possibilità ho di parlare col vostro paziente?
- Pochissime. Direi nessuna. Nemmeno per un minuto?
- Non sarebbe una buona idea,per ragioni psichiche e fisiche.
- Come sta?
- È in un terribile stato emotivo post-traumatico ed è molto depresso. Effetto dovuto in gran parte alla dose eccessiva di barbiturici e per di più ha anche subito un trauma cranico.
- La causa?
- Direi che è stato colpito nella parte posteriore della testa con un oggetto contundente. Ma la medicina legale non è il mio campo. Comunque, reagisce molto bene, e fio vi debbo ringraziare per averlo portato qui in tempo.
- Anche noi - fece Mori e mi strinse le mani. - Avete salvato la vita di mio figlio.
- Siamo stati fortunati e sarebbe bello se la fortuna continuasse.
- Che volete dire esattamente?
- Credo che la stanza di Nick debba essere sorvegliata.
- Pensate che possa fuggire una altra volta? - domandò Mori.
- Anche questo è possibile, ma la mia idea era diversa. Io intendevo dire che Nick deve essere protetto.
- Ci sono le infermiere - intervenne Sandri.
- Ha bisogno di una guardia armata. Ci sono già stati troppi delitti, non ne vogliamo un altro.
Mi rivolsi a Mori.
- Potrei procurarvi una persona di mia fiducia.
- Certamente - rispose Mori.
Scesi e feci un paio di telefonate. La prima a un'agenzia di Roma e qui mi dissero che avrebbero mandato un certo Ferraro entro un'ora. Poi telefonai allo Stabilimento Carmen. Mi rispose la signora Pera, con voce molto preoccupata.
- Sono Alfonsi. Roberto Franchi è per caso tornato?
- No, e probabilmente non tornerà, - Abbassò la voce. - Non siete il solo a cercarlo. Hanno piantonato questo luogo.
La cosa mi fece piacere perché mi risparmiava una fatica.
- Grazie, signora Pera, e non prendetevela.
- È più facile a dirsi che a farsi. Perché non mi avete detto che Sandro Pesce era morto?
- Non avrebbe migliorato la situazione.
- Già. Comunque, appena tutta questa storia sarà finita, metterò in vendita lo stabilimento.
Le augurai buona fortuna e uscii a prendere una boccata d'aria. Poco dopo Moira Sandri mi raggiunse. Accese una sigaretta e cominciò a fumare nervosamente.
- Tu non fumi? - mi chiese.
- Ho smesso.
- Anch'io. Fumo solo quando sono fuori di me.
- Cosa è successo?
- Raffaele. Anche stanotte dormirà in ospedale. È come se fossi sposata a un trappista.
La sua ira mi parve molto superficiale, come se volesse fare da paravento a qualche pensiero segreto. Aspettai. Moira buttò la sigaretta.
- Odio i motels - disse. - Torni a Roma stasera?
- Sì zona nord. Ti posso comunque accompagnare.
- Sei molto gentile. - Cercavamo entrambi di nascondere sotto un linguaggio formale una notevole tensione. - Come mai vai nella zona nord di Roma?
- Ci abito e mi piace dormire a casa mia. È l'unica abitudine della mia vita.
- Pensavo che tu odiassi le abitudini. A pranzo mi hai detto che ti piaceva molto entrare e uscire nelle esistenze altrui.
- È vero, soprattutto nei riguardi della gente che incontro per motivi di lavoro.
- Come me?
- Non stavo pensando a te.
- Oh? Già, erano soltanto affermazioni di carattere generale - disse con una certa ironia - alle quali tutti devono adattarsi.
Un giovanotto alto, dalle spalle quadrate, vestito di scuro, comparve dal parcheggio e si diresse verso l'ingresso dell'ospedale. Lo chiamai.
- Ferraro?
- Sissignore.
Dissi a Moira che sarei tornato subito e accompagnai Ferraro all'ascensore.
- Non lasciar entrare nessuno - gli dissi - tranne il personale dell'ospedale... medici e infermiere, e la famiglia, s'intende.
- Come faccio a sapere chi sono?
- Te li presenterò. Comunque, stai attento soprattutto agli uomini, sia che portino il camice o no. Non lasciar entrare nessun uomo, a meno che non sia presente un'infermiera o un medico che tu conosci e che garantisca per lui.
- Temi che possano tentare un delitto?
- Potrebbe accadere. Sei armato?
Ferraro aprì la giacca e mi mostrò la rivoltella che teneva nella fondina sotto le ascelle.
- Ma da chi devo guardarmi soprattutto? - insistette.
- Sfortunatamente non lo so. Un'altra cosa. Stai attento che il ragazzo non scappi. Ma non usare la forza con lui. È tutto.
- Ho capito.
Lo condussi davanti alla camera di Nick e chiesi all'infermiera di farmi parlare col dottor Sandri. Il dottore aprì l'uscio e uscì. Ebbi una fugace visione di Nick giacente sul letto a occhi chiusi, col naso puntato verso il soffitto e i genitori seduti accanto a lui.
La porta si richiuse silenziosamente. Presentai Ferraro al medico.
- Sono proprio necessarie tutte queste precauzioni?
- Credo di si.
- Io no, invece. E non ho nessuna intenzione di lasciarvi mettere quest'uomo nella camera del malato.
- Sarebbe una cosa molto rassicurante se potesse star dentro.
- Rassicurante... contro cosa?
- Un possibile tentativo di omicidio.
- È ridicolo. Il ragazzo qui è al sicuro. E poi, chi mai vorrebbe ucciderlo?
- Chiedetelo a lui.
- Non lo farò.
- Posso domandarglielo io?
- No, non è in condizioni...
- Quando lo sarà?
- Mai, se avete in testa di maltrattarlo.
- Maltrattare è una parola pesante. State tentando di irritarmi?
- Se così fosse, potrei dire di esserci riuscito - e scoppiò a ridere.
- Che cosa state coprendo, dottore?
- Il mio diritto e il mio dovere professionale di proteggere un paziente. E nessun poliziotto dilettante parlerà con lui né ora né mai, finché potrò evitarlo. È chiaro?
- E io? - interloquì Ferraro. - Sono assunto o licenziato?
Ingoiai la mia rabbia.
- Sei assunto - gli dissi. - Ma il dottore vuole che tu stia fuori, nel corridoio. Se qualcuno ti chiedesse con quale diritto sei qui, digli che sei stato assunto dal signor Mori per proteggere il figlio. Il dottor Sandri o una delle infermiere ti presenteranno ai genitori dì Nick non appena sarà possibile.
- Posso aspettare - mormorò Ferraro.
Tornammo nella sala d'aspetto. Il dottor Sandri e sua moglie stavano parlando con Lorenzo Mori. Il medico mi salutò con un sorriso molto formale.
- Moira mi ha detto che l'avete portata fuori a colazione. Vi ringrazio molto.
- È stato un piacere. Che possibilità ho di parlare col vostro paziente?
- Pochissime. Direi nessuna. Nemmeno per un minuto?
- Non sarebbe una buona idea,per ragioni psichiche e fisiche.
- Come sta?
- È in un terribile stato emotivo post-traumatico ed è molto depresso. Effetto dovuto in gran parte alla dose eccessiva di barbiturici e per di più ha anche subito un trauma cranico.
- La causa?
- Direi che è stato colpito nella parte posteriore della testa con un oggetto contundente. Ma la medicina legale non è il mio campo. Comunque, reagisce molto bene, e fio vi debbo ringraziare per averlo portato qui in tempo.
- Anche noi - fece Mori e mi strinse le mani. - Avete salvato la vita di mio figlio.
- Siamo stati fortunati e sarebbe bello se la fortuna continuasse.
- Che volete dire esattamente?
- Credo che la stanza di Nick debba essere sorvegliata.
- Pensate che possa fuggire una altra volta? - domandò Mori.
- Anche questo è possibile, ma la mia idea era diversa. Io intendevo dire che Nick deve essere protetto.
- Ci sono le infermiere - intervenne Sandri.
- Ha bisogno di una guardia armata. Ci sono già stati troppi delitti, non ne vogliamo un altro.
Mi rivolsi a Mori.
- Potrei procurarvi una persona di mia fiducia.
- Certamente - rispose Mori.
Scesi e feci un paio di telefonate. La prima a un'agenzia di Roma e qui mi dissero che avrebbero mandato un certo Ferraro entro un'ora. Poi telefonai allo Stabilimento Carmen. Mi rispose la signora Pera, con voce molto preoccupata.
- Sono Alfonsi. Roberto Franchi è per caso tornato?
- No, e probabilmente non tornerà, - Abbassò la voce. - Non siete il solo a cercarlo. Hanno piantonato questo luogo.
La cosa mi fece piacere perché mi risparmiava una fatica.
- Grazie, signora Pera, e non prendetevela.
- È più facile a dirsi che a farsi. Perché non mi avete detto che Sandro Pesce era morto?
- Non avrebbe migliorato la situazione.
- Già. Comunque, appena tutta questa storia sarà finita, metterò in vendita lo stabilimento.
Le augurai buona fortuna e uscii a prendere una boccata d'aria. Poco dopo Moira Sandri mi raggiunse. Accese una sigaretta e cominciò a fumare nervosamente.
- Tu non fumi? - mi chiese.
- Ho smesso.
- Anch'io. Fumo solo quando sono fuori di me.
- Cosa è successo?
- Raffaele. Anche stanotte dormirà in ospedale. È come se fossi sposata a un trappista.
La sua ira mi parve molto superficiale, come se volesse fare da paravento a qualche pensiero segreto. Aspettai. Moira buttò la sigaretta.
- Odio i motels - disse. - Torni a Roma stasera?
- Sì zona nord. Ti posso comunque accompagnare.
- Sei molto gentile. - Cercavamo entrambi di nascondere sotto un linguaggio formale una notevole tensione. - Come mai vai nella zona nord di Roma?
- Ci abito e mi piace dormire a casa mia. È l'unica abitudine della mia vita.
- Pensavo che tu odiassi le abitudini. A pranzo mi hai detto che ti piaceva molto entrare e uscire nelle esistenze altrui.
- È vero, soprattutto nei riguardi della gente che incontro per motivi di lavoro.
- Come me?
- Non stavo pensando a te.
- Oh? Già, erano soltanto affermazioni di carattere generale - disse con una certa ironia - alle quali tutti devono adattarsi.
Un giovanotto alto, dalle spalle quadrate, vestito di scuro, comparve dal parcheggio e si diresse verso l'ingresso dell'ospedale. Lo chiamai.
- Ferraro?
- Sissignore.
Dissi a Moira che sarei tornato subito e accompagnai Ferraro all'ascensore.
- Non lasciar entrare nessuno - gli dissi - tranne il personale dell'ospedale... medici e infermiere, e la famiglia, s'intende.
- Come faccio a sapere chi sono?
- Te li presenterò. Comunque, stai attento soprattutto agli uomini, sia che portino il camice o no. Non lasciar entrare nessun uomo, a meno che non sia presente un'infermiera o un medico che tu conosci e che garantisca per lui.
- Temi che possano tentare un delitto?
- Potrebbe accadere. Sei armato?
Ferraro aprì la giacca e mi mostrò la rivoltella che teneva nella fondina sotto le ascelle.
- Ma da chi devo guardarmi soprattutto? - insistette.
- Sfortunatamente non lo so. Un'altra cosa. Stai attento che il ragazzo non scappi. Ma non usare la forza con lui. È tutto.
- Ho capito.
Lo condussi davanti alla camera di Nick e chiesi all'infermiera di farmi parlare col dottor Sandri. Il dottore aprì l'uscio e uscì. Ebbi una fugace visione di Nick giacente sul letto a occhi chiusi, col naso puntato verso il soffitto e i genitori seduti accanto a lui.
La porta si richiuse silenziosamente. Presentai Ferraro al medico.
- Sono proprio necessarie tutte queste precauzioni?
- Credo di si.
- Io no, invece. E non ho nessuna intenzione di lasciarvi mettere quest'uomo nella camera del malato.
- Sarebbe una cosa molto rassicurante se potesse star dentro.
- Rassicurante... contro cosa?
- Un possibile tentativo di omicidio.
- È ridicolo. Il ragazzo qui è al sicuro. E poi, chi mai vorrebbe ucciderlo?
- Chiedetelo a lui.
- Non lo farò.
- Posso domandarglielo io?
- No, non è in condizioni...
- Quando lo sarà?
- Mai, se avete in testa di maltrattarlo.
- Maltrattare è una parola pesante. State tentando di irritarmi?
- Se così fosse, potrei dire di esserci riuscito - e scoppiò a ridere.
- Che cosa state coprendo, dottore?
- Il mio diritto e il mio dovere professionale di proteggere un paziente. E nessun poliziotto dilettante parlerà con lui né ora né mai, finché potrò evitarlo. È chiaro?
- E io? - interloquì Ferraro. - Sono assunto o licenziato?
Ingoiai la mia rabbia.
- Sei assunto - gli dissi. - Ma il dottore vuole che tu stia fuori, nel corridoio. Se qualcuno ti chiedesse con quale diritto sei qui, digli che sei stato assunto dal signor Mori per proteggere il figlio. Il dottor Sandri o una delle infermiere ti presenteranno ai genitori dì Nick non appena sarà possibile.
- Posso aspettare - mormorò Ferraro.
VENTIDUE
Moira mi lasciò all'ingresso dell'ospedale. Io presi l'ascensore, salii al secondo piano e trovai i genitori di Nìck nella sala d'attesa. Mori si era addormentato su una poltrona e sua moglie era seduta accanto a lui, in un elegante abito nero.
- Signora Mori!
Si alzò e si portò l'indice alla bocca per impormi il silenzio.
- Si è appena appisolato - mi disse sottovoce. Andammo nel corridoio. - Vi siamo profondamente grati per aver trovato Nick
- Spero che non sia stato troppo tardi.
- No. - Tentò di sorridere. - Il dottor Sandri e gli altri medici sono abbastanza tranquilli. Pare che Nick abbia vomitato parte delle pillole ingoiate prima ancora che gli facessero effetto.
- E il colpo in testa?
- Non credo che sia una cosa seria. Come se lo sarà fatto?
- O è caduto o è stato colpito
- Colpito da chi?
- Non lo so.
- Dove l'avete trovato, signor Alfonsi?
- A Civitavecchia.
- Ma dove?
- I particolari preferirei riferirli all'avvocato Orazi.
- Ma ora non c'è. Si è rifiutato di venire, dicendo che aveva altri clienti. - I suoi veri sentimenti stavano prendendo il sopravvento e alla fine sbottò. - Se crede di poterci liquidare così, se ne pentirà.
- Non credo che voglia far questo. - Poi cambiai argomento. - Dal momento che l'avvocato non è disponibile, probabilmente dovrei riferire a voi che ho parlato con una certa signora Mieli. È la madre di Claudia Grazioli ed è in possesso di alcune fotografie che io vorrei vedere. Ma la signora Mieli vuole dei soldi.
- Quanto?
- Parecchio, credo.
- Ma è ridicolo! Quella donna deve essere pazza!
Non insistetti. Le infermiere andavano e venivano per il corridoio. Conoscevano già la signora Mori e passando la salutavano con sorrisi e cenni del capo e la guardavano con una certa curiosità. La signora sospirò profondamente e si controllò.
- Insisto nel sapere dove avete trovato Nick. Se è stato la vittima di uno sporco giuoco...
- Se fossi in voi, andrei più cauta con simili ipotesi - tagliai corto.
- Che volete dire?
- Facciamo due passi.
Girammo l'angolo del corridoio e bighellonammo lungo un altro corridoio dove c'erano gli uffici, che erano chiusi per la notte. Le spiegai che avevo trovato suo figlio nel garage attiguo alla cucina dove Claudia Grazioli era stata assassinata. Si appoggiò alla parete e cominciò a scuotere il capo.
- Pensate che l'abbia uccisa lui, vero? - domandò.
- Ci sono altre ipotesi. Ma non le ho riferite alla polizia, per ragioni ovvie.
- L'avete detto solo a me?
- Finora sì.
Si ricompose.
- Facciamo così - disse. - Non dite nulla a Orazi. E’ già abbastanza ostile a Nick per via di sua figlia. Non dite nulla nemmeno a mio marito, ha i nervi a pezzi e non potrebbe sopportarlo.
- E voi ce la fate?
- Devo. - Tacque per un momento, forse per dare ordine ai propri pensieri. - Avete detto che ci sono altre ipotesi.
- Una è che vostro figlio sia stato vittima di un giuoco, nel senso che qualcuno potrebbe averlo trovato pieno di pillole e messo nel garage dei Grazioli come capro espiatorio. Certo, sarà molto difficile convincere la polizia dì questo.
- È proprio necessario che la polizia si intrometta?
- È già dentro, signora. Il problema è ciò che dobbiamo dire a quella gente. Per questo ci servirebbe un parere legale. Io mi sono compromesso già abbastanza.
La cosa non le interessò.
- Altre possibilità? - domandò.
- Forse, comunque, ci arrivo subito. - Dal portafoglio presi il foglietto di carta che era uscito dalle tasche di Nick. - È la scrittura di Nick questa? - domandai.
- Sì, è la sua. Vuoi dire che è colpevole, no?
- Vuoi dire che si sente colpevole di qualcosa. - Ripresi il foglietto. - Forse ha inciampato nel corpo della signora Grazioli e ha avuto una violenta reazione di colpa. Questa è l'altra probabilità a cui ho pensato, ma io non sono uno psichiatra, e col vostro permesso, vorrei parlarne al dottor Sandri.
- No! Nemmeno a lui!
- Non vi fidate di lui?
- Sa già troppe cose su mio figlio, e poi non mi fido più di nessuno, sapete!
- No, non lo potevo immaginare. Mi ero illuso di essere arrivato a un punto tale per cui le persone responsabili di Nick potessero liberamente e sinceramente parlarsi. La politica del silenzio non ha mai funzionato molto bene.
Mi guardò sorpresa.
- Che ne pensate di Nick? Vi piace?
- Non ho avuto l'opportunità di conoscerlo bene, ma sento una certa responsabilità nei suoi confronti. E voi?
- Io gli voglio molto bene.
- Gli volete molto bene, sì, ma io credo che voi e vostro marito, tentando di proteggerlo troppo, l'abbiate messo nella possibilità di agire male. Se veramente ha ucciso qualcuno, i fatti devono essere portati alla luce.
Scosse il capo.
- Voi non conoscete certe costanze.
- Ditemele.
- Non posso.
- Potreste risparmiare un sacco di tempo e di soldi, signora Mori. E forse salvare anche la salute di vostro figlio, se non la sua stessa vita.
- Secondo il dottor Sandri la sua vita non è in pericolo.
- Il dottor Sandri non ha parlato con la gente con cui ho parlato io. Nell'arco di quindici anni sono avvenuti tre delitti...
- Tacete!
Guardò in su e in giù per il corridoio e l'ombra riproduceva i suoi movimenti sulla parete. Nonostante il suo fascino e la sua eleganza, non so perché mi ricordò i movimenti furtivi di Roberto Franchi.
- Non starò zitto - ripresi. - Siete vissuta nella paura per tanto tempo che ora avete bisogno di un contatto con la realtà. Tre delitti, come ho detto, e pare che abbiano un nesso. Non intendo con questo dire che Nick sia il responsabile di tutti e tre. Potrebbe non esserlo di nessuno.
Ancora disperatamente scosse il capo.
- Anche se Nick ha ucciso l'uomo alla spiaggia - continuai - siamo ben lontani dal chiamarlo omicidio. Difesa personale contro colui che lo aveva rapito, un ricercato di nome Enrico Mieli, che si portava appresso una pistola. Da come ho ricostruito i fatti, Mieli fece un passo... sbagliato verso vostro figlio. Il ragazzo si impossessò della pistola e gli sparò nel petto.
- Come sapete tutto questo? - Era veramente sorpresa.
- Non so tutto: questa è soltanto una parziale ricostruzione di ciò che lo stesso Nick mi ha confessato. E oggi ho avuto l'opportunità di parlare con un ex-galeotto di nome Roberto Franchi. Costui afferma che andò a Civitavecchia con Enrico Mieli, ma che se la svignò quando Mieli decise di rapire il ragazzino, ammesso che sia vero quello che dice.
- E perché avrebbe scelto proprio lui? - chiese.
- Questo non lo so. Comunque, secondo me Roberto Franchi era molto più coinvolto nella faccenda di quanto non abbia ammesso. È implicato in tutti e tre i delitti, per lo meno come catalizzatore. Sandro Pesce era amico di Franchi e Franchi lo presentò a Claudia Grazioli, la quale si era messa in testa di cercare il padre.
- II padre?
- Enrico Mieli era suo padre.
- E voi dite che questo Mieli aveva una rivoltella?
- Sì. Inoltre sappiamo che la rivoltella che ha ucciso lui è la stessa che ha ucciso Sandro Pesce. Il che mi fa molto dubitare sulla colpevolezza di Nick. Come avrebbe potuto nascondere quell'arma per ben quindici anni?
- È giusto. - I suoi occhi erano spalancati, luminosi, eppure in un certo senso assenti, come quelli di un falco, e sembrava che vedessero soltanto l'intero arco di tutti quegli anni. - Sono sicura che non lo ha fatto - concluse.
- Nick non ha mai parlato di quest'arma con voi?
Annuì.
- Quando tornò a casa... tornò a casa da solo quel giorno. Disse che un uomo l'aveva portato sulla spiaggia, e che lui aveva preso la rivoltella e che gli aveva sparato. Lorenzo e io non gli credemmo... pensammo che fosse una fantasia infantile, ma poi il giorno dopo leggemmo sul giornale che era stato trovato un corpo sulla spiaggia di Civitavecchia.
- Perché non andaste alla polizia?
- Era già troppo tardi.
- Non è tardi nemmeno ora.
- Per me sì... per tutti noi.
- Il motivo?
- La polizia non capirebbe.
- Capirebbero molto bene, invece, se Nick uccise per difesa. Vi ha mai detto perché ha ucciso quell’uomo?
- No, mai.
- E la rivoltella che fine aveva fatto?
- Credo che Nìck l'abbia lasciata là. La stampa riferì che la polizia non trovò l'arma, ma sono certa che Nick non la portò a casa. Forse se la prese qualche vagabondo.
Pensai ancora a Roberto Franchi. Si era trovato sul luogo del delitto o molto vicino, e come me era stato troppo accanito nel voler dimostrare la sua estraneità al rapimento. Non avrei dovuto lasciarlo andare; quella quantità di denaro era sufficiente per trasformare un ladro qualsiasi in un assassino.
Moira mi lasciò all'ingresso dell'ospedale. Io presi l'ascensore, salii al secondo piano e trovai i genitori di Nìck nella sala d'attesa. Mori si era addormentato su una poltrona e sua moglie era seduta accanto a lui, in un elegante abito nero.
- Signora Mori!
Si alzò e si portò l'indice alla bocca per impormi il silenzio.
- Si è appena appisolato - mi disse sottovoce. Andammo nel corridoio. - Vi siamo profondamente grati per aver trovato Nick
- Spero che non sia stato troppo tardi.
- No. - Tentò di sorridere. - Il dottor Sandri e gli altri medici sono abbastanza tranquilli. Pare che Nick abbia vomitato parte delle pillole ingoiate prima ancora che gli facessero effetto.
- E il colpo in testa?
- Non credo che sia una cosa seria. Come se lo sarà fatto?
- O è caduto o è stato colpito
- Colpito da chi?
- Non lo so.
- Dove l'avete trovato, signor Alfonsi?
- A Civitavecchia.
- Ma dove?
- I particolari preferirei riferirli all'avvocato Orazi.
- Ma ora non c'è. Si è rifiutato di venire, dicendo che aveva altri clienti. - I suoi veri sentimenti stavano prendendo il sopravvento e alla fine sbottò. - Se crede di poterci liquidare così, se ne pentirà.
- Non credo che voglia far questo. - Poi cambiai argomento. - Dal momento che l'avvocato non è disponibile, probabilmente dovrei riferire a voi che ho parlato con una certa signora Mieli. È la madre di Claudia Grazioli ed è in possesso di alcune fotografie che io vorrei vedere. Ma la signora Mieli vuole dei soldi.
- Quanto?
- Parecchio, credo.
- Ma è ridicolo! Quella donna deve essere pazza!
Non insistetti. Le infermiere andavano e venivano per il corridoio. Conoscevano già la signora Mori e passando la salutavano con sorrisi e cenni del capo e la guardavano con una certa curiosità. La signora sospirò profondamente e si controllò.
- Insisto nel sapere dove avete trovato Nick. Se è stato la vittima di uno sporco giuoco...
- Se fossi in voi, andrei più cauta con simili ipotesi - tagliai corto.
- Che volete dire?
- Facciamo due passi.
Girammo l'angolo del corridoio e bighellonammo lungo un altro corridoio dove c'erano gli uffici, che erano chiusi per la notte. Le spiegai che avevo trovato suo figlio nel garage attiguo alla cucina dove Claudia Grazioli era stata assassinata. Si appoggiò alla parete e cominciò a scuotere il capo.
- Pensate che l'abbia uccisa lui, vero? - domandò.
- Ci sono altre ipotesi. Ma non le ho riferite alla polizia, per ragioni ovvie.
- L'avete detto solo a me?
- Finora sì.
Si ricompose.
- Facciamo così - disse. - Non dite nulla a Orazi. E’ già abbastanza ostile a Nick per via di sua figlia. Non dite nulla nemmeno a mio marito, ha i nervi a pezzi e non potrebbe sopportarlo.
- E voi ce la fate?
- Devo. - Tacque per un momento, forse per dare ordine ai propri pensieri. - Avete detto che ci sono altre ipotesi.
- Una è che vostro figlio sia stato vittima di un giuoco, nel senso che qualcuno potrebbe averlo trovato pieno di pillole e messo nel garage dei Grazioli come capro espiatorio. Certo, sarà molto difficile convincere la polizia dì questo.
- È proprio necessario che la polizia si intrometta?
- È già dentro, signora. Il problema è ciò che dobbiamo dire a quella gente. Per questo ci servirebbe un parere legale. Io mi sono compromesso già abbastanza.
La cosa non le interessò.
- Altre possibilità? - domandò.
- Forse, comunque, ci arrivo subito. - Dal portafoglio presi il foglietto di carta che era uscito dalle tasche di Nick. - È la scrittura di Nick questa? - domandai.
- Sì, è la sua. Vuoi dire che è colpevole, no?
- Vuoi dire che si sente colpevole di qualcosa. - Ripresi il foglietto. - Forse ha inciampato nel corpo della signora Grazioli e ha avuto una violenta reazione di colpa. Questa è l'altra probabilità a cui ho pensato, ma io non sono uno psichiatra, e col vostro permesso, vorrei parlarne al dottor Sandri.
- No! Nemmeno a lui!
- Non vi fidate di lui?
- Sa già troppe cose su mio figlio, e poi non mi fido più di nessuno, sapete!
- No, non lo potevo immaginare. Mi ero illuso di essere arrivato a un punto tale per cui le persone responsabili di Nick potessero liberamente e sinceramente parlarsi. La politica del silenzio non ha mai funzionato molto bene.
Mi guardò sorpresa.
- Che ne pensate di Nick? Vi piace?
- Non ho avuto l'opportunità di conoscerlo bene, ma sento una certa responsabilità nei suoi confronti. E voi?
- Io gli voglio molto bene.
- Gli volete molto bene, sì, ma io credo che voi e vostro marito, tentando di proteggerlo troppo, l'abbiate messo nella possibilità di agire male. Se veramente ha ucciso qualcuno, i fatti devono essere portati alla luce.
Scosse il capo.
- Voi non conoscete certe costanze.
- Ditemele.
- Non posso.
- Potreste risparmiare un sacco di tempo e di soldi, signora Mori. E forse salvare anche la salute di vostro figlio, se non la sua stessa vita.
- Secondo il dottor Sandri la sua vita non è in pericolo.
- Il dottor Sandri non ha parlato con la gente con cui ho parlato io. Nell'arco di quindici anni sono avvenuti tre delitti...
- Tacete!
Guardò in su e in giù per il corridoio e l'ombra riproduceva i suoi movimenti sulla parete. Nonostante il suo fascino e la sua eleganza, non so perché mi ricordò i movimenti furtivi di Roberto Franchi.
- Non starò zitto - ripresi. - Siete vissuta nella paura per tanto tempo che ora avete bisogno di un contatto con la realtà. Tre delitti, come ho detto, e pare che abbiano un nesso. Non intendo con questo dire che Nick sia il responsabile di tutti e tre. Potrebbe non esserlo di nessuno.
Ancora disperatamente scosse il capo.
- Anche se Nick ha ucciso l'uomo alla spiaggia - continuai - siamo ben lontani dal chiamarlo omicidio. Difesa personale contro colui che lo aveva rapito, un ricercato di nome Enrico Mieli, che si portava appresso una pistola. Da come ho ricostruito i fatti, Mieli fece un passo... sbagliato verso vostro figlio. Il ragazzo si impossessò della pistola e gli sparò nel petto.
- Come sapete tutto questo? - Era veramente sorpresa.
- Non so tutto: questa è soltanto una parziale ricostruzione di ciò che lo stesso Nick mi ha confessato. E oggi ho avuto l'opportunità di parlare con un ex-galeotto di nome Roberto Franchi. Costui afferma che andò a Civitavecchia con Enrico Mieli, ma che se la svignò quando Mieli decise di rapire il ragazzino, ammesso che sia vero quello che dice.
- E perché avrebbe scelto proprio lui? - chiese.
- Questo non lo so. Comunque, secondo me Roberto Franchi era molto più coinvolto nella faccenda di quanto non abbia ammesso. È implicato in tutti e tre i delitti, per lo meno come catalizzatore. Sandro Pesce era amico di Franchi e Franchi lo presentò a Claudia Grazioli, la quale si era messa in testa di cercare il padre.
- II padre?
- Enrico Mieli era suo padre.
- E voi dite che questo Mieli aveva una rivoltella?
- Sì. Inoltre sappiamo che la rivoltella che ha ucciso lui è la stessa che ha ucciso Sandro Pesce. Il che mi fa molto dubitare sulla colpevolezza di Nick. Come avrebbe potuto nascondere quell'arma per ben quindici anni?
- È giusto. - I suoi occhi erano spalancati, luminosi, eppure in un certo senso assenti, come quelli di un falco, e sembrava che vedessero soltanto l'intero arco di tutti quegli anni. - Sono sicura che non lo ha fatto - concluse.
- Nick non ha mai parlato di quest'arma con voi?
Annuì.
- Quando tornò a casa... tornò a casa da solo quel giorno. Disse che un uomo l'aveva portato sulla spiaggia, e che lui aveva preso la rivoltella e che gli aveva sparato. Lorenzo e io non gli credemmo... pensammo che fosse una fantasia infantile, ma poi il giorno dopo leggemmo sul giornale che era stato trovato un corpo sulla spiaggia di Civitavecchia.
- Perché non andaste alla polizia?
- Era già troppo tardi.
- Non è tardi nemmeno ora.
- Per me sì... per tutti noi.
- Il motivo?
- La polizia non capirebbe.
- Capirebbero molto bene, invece, se Nick uccise per difesa. Vi ha mai detto perché ha ucciso quell’uomo?
- No, mai.
- E la rivoltella che fine aveva fatto?
- Credo che Nìck l'abbia lasciata là. La stampa riferì che la polizia non trovò l'arma, ma sono certa che Nick non la portò a casa. Forse se la prese qualche vagabondo.
Pensai ancora a Roberto Franchi. Si era trovato sul luogo del delitto o molto vicino, e come me era stato troppo accanito nel voler dimostrare la sua estraneità al rapimento. Non avrei dovuto lasciarlo andare; quella quantità di denaro era sufficiente per trasformare un ladro qualsiasi in un assassino.
lunedì 8 settembre 2008
VENTUNO
Quando tornammo alla macchina, la strada principale era tranquilla. Le stelle già brillavano e sembravano tanto vicine. Entrai nel ristorante per telefonare a Giorgio Grazioli.
- Qui è casa Grazioli - rispose subito una voce stanca.
Dissi che ero un detective e che avrei avuto piacere di parlargli di sua moglie.
- Mia moglie è morta.
- Mi dispiace. Posso venire lo stesso?
- Va bene. - Sembrava un uomo che non sapesse cosa fare.
Moira mi aspettava sulla macchina.
- Vuoi che ti lasci all'ospedale? Ho un impegno.
- Portami con te.
- Non è un impegno molto piacevole.
- Non mi importa.
- Se ti mettessi con me, ti importerebbe. Passo la maggior parte delle mie notti a fare cose di questo genere.
Appoggiò la mano sulle mie ginocchia.
- So che potrei soffrirne. Sono molto vulnerabile. Ma sono stanca fino alla nausea di fare sempre determinate cose per ragioni di prudenza.
La portai con me da Giorgio Grazioli. La polizia se ne era andata. Nel vialetto d'entrata c'era sempre la Volkswagen nera col paraurti ammaccato. Mi ricordai ora dove l'avevo vista: sotto la tettoia arrugginita della signora Mieli.
Giorgio Grazioli venne ad aprire e ci fece entrare. Indossava un abito scuro e aveva la cravatta nera. Gli occhi erano arrossati e non mi riconobbe.
- Questa è la signora Sandri, signor Grazioli. È una assistente sociale psichiatrica.
- Siete stata gentile a venire - le disse - ma non ho bisogno di questo genere di aiuto. Tutto è sotto controllo. Volete accomodarvi in soggiorno? Vi offrirei volentieri un caffè, ma non mi è permesso di entrare in cucina. E poi la caffettiera è bruciata sul fuoco, questa mattina, quando mia moglie è stata assassinata.
Seguimmo Giorgio Grazioli nel salotto e ci sedemmo una accanto all’altro, di fronte a lui. Le tende erano tirate e vidi le luci della città tremolare sull'acqua. La bellezza del paesaggio e la donna seduta accanto a me mi resero ancora più sensibile al dolore di quell’uomo.
- In ditta sono stati molto comprensivi - disse Grazioli in tono conversativo. - Mi hanno dato un permesso pagato. Così avrò la possibilità di mettere a posto tutto.
- Avete un'idea di chi può aver ucciso vostra moglie?
- Abbiamo un forte sospetto... un uomo con precedenti criminali, che conosceva molto bene Claudia. La polizia mi ha pregato di non fare il suo nome.
Doveva trattarsi di Roberto Franchi.
- Lo hanno già preso? - domandai.
- Pensano di mettergli le mani sopra questa notte. Spero che riescano, e poi spero tanto che lo mettano in galera e buttino la chiave. Io so e lo sapete anche voi perché i delitti sono così frequenti. I tribunali non vogliono condannare e, anche quando lo fanno, non arrivano mai al massimo della pena, e per quelli che ci arrivano c'è sempre la possibilità di gabbare la legge. Non meravigliamoci quindi se non c'è più nessun rispetto per la legge e per l'ordine. - Mentre parlava, i suoi occhi si erano fatti più grandi. Aveva Io sguardo fisso di uno che stesse assistendo a una visione apocalittica.
Moira si alzò e gli mise una mano sulla spalla,
- Signor Grazioli, vi fa male parlare tanto.
- Lo so, è tutto il giorno che parlo.
Si coprì il viso con le mani. La sua voce uscì smorzata.
- Quel lurido individuo deve finire in galera. Anche se non l'ha uccisa lui, è lui il vero responsabile della sua morte. Le aveva messo addosso la smania di cercare suo padre. La settimana scorsa era venuto qui con tutte le sue frottole, le aveva detto che lui sapeva dov'era suo padre e che lei avrebbe potuto tornare a stare con lui. Ed ecco il risultato. Suo padre è morto seppellito e Claudia ora è con lui.
Grazioli cominciò a piangere. Moira cercò di calmarlo.
Mi accorsi soltanto allora che Luisa Mieli era sulla soglia: sembrava il fantasma di sua figlia. Mi alzai e mi avvicinai a lei.
- Come state, signora Mieli?
- Non molto bene. - Si passò una mano sulla fronte. - Povera Claudia! Non siamo mai riuscite ad andare d'accordo, noi due... era figlia di suo padre, ma ci volevamo bene. Ora non ho più nessuno... Claudia avrebbe dovuto ascoltarmi. Stava pescando nel torbido e io ho cercato invano di fermarla.
- Che genere di torbido, signora Mieli?
- Ogni genere. Non era giusto che cercasse di far rivivere il passato, immaginando che suo padre fosse vivo. E non era nemmeno prudente. Enrico era un delinquente faceva lega solo con i delinquenti. E uno di questi probabilmente ha ucciso Claudia, perché lei aveva scoperto troppe cose.
- Ne siete sicura, signora Mieli?
- Lo sento, e poi ricordatevi che ci sono in gioco un sacco di denaro. E’ una cifra per cui si può essere indotti a uccidere. - Socchiuse gli occhi, come se le desse fastidio la luce. - È una cifra per cui si potrebbe uccidere anche la propria figlia.
La condussi nell'atrio, perché Grazioli e Moira non potessero sentire.
- Vostro marito potrebbe esser vivo, secondo voi?
- Sì, Claudia ne era convinta. Ci deve essere una ragione che giustifichi tutto quello che è accaduto. Ho sentito di tizi che hanno cambiato la propria fisionomia con interventi di plastica e ora possono andare e venire come vogliono.
E altri, pensai io, erano scomparsi e avevano lasciato al loro posto dei cadaveri che assomigliavano a loro stessi.
- Circa quindici anni fa - dissi alla donna - proprio quando vostro marito tornò, un uomo venne ucciso a Civitavecchia. Fu identificato come vostro marito, ma non fu un'identificazione certa al cento per cento, perché basata su fotografie non perfettamente riuscite. Una di queste fotografie è quella che voi stessa mi avete dato ieri sera.
Mi guardò disorientata.
- Era soltanto ieri sera?
- Sì e capisco quello che provate. Ieri sera tra l'altro mi avete detto che vostra figlia si era presa tutte le migliori fotografie dì famiglia e anche alcuni filmini. Potrebbero esserci molto utili in queste indagini.
- Capisco.
- Sono in questa casa?
- Alcune sì. Mi ero già messa a cercarle, - Mi mostrò le mani. - Per questo le mie mani sono così sporche dì polvere.
- Potrei vederle, signora Mieli?
- Dipende,
- Da cosa?
- Denaro. Perché dovrei darvi qualcosa gratis?
- Potrebbe essere una prova utile per le indagini sulla morte di vostra figlia.
- Non me ne importa niente! - esclamò. - Queste fotografie sono l'unica cosa che mi è rimasta… l'unica cosa che ancora mi appartiene della mia vita. Chiunque le vuole, le dovrà pagare. Anch'io ho sempre dovuto pagare per avere qualcosa. E questo potete anche riferirlo all'avvocato Orazi.
- Cosa c'entra Orazi?
- Lavorate per lui, no? Ho parlato con mio padre e mi ha detto che Orazil può benissimo sobbarcarsi a questa spesa.
- Quanto chiedete?
- Lasciamo che sia lui a fare un'offerta. Tra parentesi, ho trovato la scatola che stavate cercando... la scatola d'oro di mia madre.
- Dov'era?
- Questo non vi riguarda. Ora è nelle mie mani ed anche quella è in vendita.
- Era veramente di vostra madre?
- Certo. Ho scoperto cosa accadde dopo che mia madre morì. Mio padre la diede a un'altra donna. Non voleva ammetterlo, quando gliel'ho chiesto ieri sera, ma poi sono riuscita a tirargli fuori la verità.
- L'altra donna era Estelle, la madre di Lorenzo ?
- Sapete anche di questa relazione, eh? Credo che lo sappiano tutti, del resto. Fu un gesto imprudente, quella scatola toccava a Claudia.
- Ma perché questa scatola è così importante, signora Mieli?
- Credo che sia il simbolo di tutto quello che è successo alla mia famiglia. Tutta la nostra vita andò a rotoli. Altra gente si prese i nostri soldi, i nostri mobili, persino i nostri piccoli oggetti di valore. - Fece una pausa e poi continuò: - Ricordo che, quando Claudia era una bambina, mia madre la lasciava giocare con quella scatola. Le raccontava la storia del vaso di Pandora... la conoscete?... e Claudia e i suoi amici fingevano di crederci. Quando il vaso di Pandora si apre, si liberano tutti i mali del mondo... - Sembrò spaventata da questa idea e tacque.
- Posso vedere la scatola e le fotografie? — insistetti.
- No! Questa è l'ultima occasione che ho di farmi un gruzzolo. Senza soldi non sei nessuno, non esisti. E voi non potete togliermi quest’ultima possibilità.
Sembrava piena d'ira, ma probabilmente stava soltanto soffrendo. Si era inoltrata in un luogo malfido, era caduta e sapeva che era destinata a esser povera per sempre. Quello che stava difendendo non era il sogno di un futuro, era un sogno che apparteneva al suo passato, quando viveva a Viterbo con un marito brillante, in una villa con piscina.
Le disse che ne avrei parlato a Orazi e le raccomandai di aver cura della scatola e delle fotografie. Poi Moira e io salutammo Giorgio Grazioli e risalimmo in macchina.
- Povera gente! - disse Moira.
- Tu mi sei stata un valido aiuto.
- Vorrei tanto che fosse vero. So che certe domande non sono concesse, ma voglio fartene una e tu puoi anche non rispondermi.
- Sentiamo.
- Quando hai trovato Nìck, oggi, era da queste parti?
Esitai, ma non a lungo. Era sposata a un altro uomo che esercitava una professione con regole diverse dalla mia. Le risposi di no.
- Perché me lo chiedi? - aggiunsi.
- Il signor Grazioli mi ha detto che sua moglie frequentava Nick. Non sapeva il nome, ma la descrizione che me ne ha fatto era perfetta. Pare che li abbia visti insieme.
- Infatti, si frequentavano ogni tanto - ammisi.
- Erano amanti?
- Non ho nessun motivo per pensarlo. I Grazioli e Nick formavano un triangolo molto insolito e improbabile.
- Ne ho visti anche di più insoliti.
- Stai tentando di dirmi che Nick potrebbe aver ucciso la donna?
- No, assolutamente. Se avessi un'idea simile non ne parlerei. Da quindici anni stiamo curando Nick.
- Dal 1964?
- Sì.
- Cosa è successo nel 1964?
- Nick si ammalò e io non posso dirti di che genere di malattia. Ho già detto troppo.
Eravamo al punto di partenza. Ma qualcosa di diverso c'era: il suo corpo contro il mio, mentre guidavo verso l'ospedale.
Quando tornammo alla macchina, la strada principale era tranquilla. Le stelle già brillavano e sembravano tanto vicine. Entrai nel ristorante per telefonare a Giorgio Grazioli.
- Qui è casa Grazioli - rispose subito una voce stanca.
Dissi che ero un detective e che avrei avuto piacere di parlargli di sua moglie.
- Mia moglie è morta.
- Mi dispiace. Posso venire lo stesso?
- Va bene. - Sembrava un uomo che non sapesse cosa fare.
Moira mi aspettava sulla macchina.
- Vuoi che ti lasci all'ospedale? Ho un impegno.
- Portami con te.
- Non è un impegno molto piacevole.
- Non mi importa.
- Se ti mettessi con me, ti importerebbe. Passo la maggior parte delle mie notti a fare cose di questo genere.
Appoggiò la mano sulle mie ginocchia.
- So che potrei soffrirne. Sono molto vulnerabile. Ma sono stanca fino alla nausea di fare sempre determinate cose per ragioni di prudenza.
La portai con me da Giorgio Grazioli. La polizia se ne era andata. Nel vialetto d'entrata c'era sempre la Volkswagen nera col paraurti ammaccato. Mi ricordai ora dove l'avevo vista: sotto la tettoia arrugginita della signora Mieli.
Giorgio Grazioli venne ad aprire e ci fece entrare. Indossava un abito scuro e aveva la cravatta nera. Gli occhi erano arrossati e non mi riconobbe.
- Questa è la signora Sandri, signor Grazioli. È una assistente sociale psichiatrica.
- Siete stata gentile a venire - le disse - ma non ho bisogno di questo genere di aiuto. Tutto è sotto controllo. Volete accomodarvi in soggiorno? Vi offrirei volentieri un caffè, ma non mi è permesso di entrare in cucina. E poi la caffettiera è bruciata sul fuoco, questa mattina, quando mia moglie è stata assassinata.
Seguimmo Giorgio Grazioli nel salotto e ci sedemmo una accanto all’altro, di fronte a lui. Le tende erano tirate e vidi le luci della città tremolare sull'acqua. La bellezza del paesaggio e la donna seduta accanto a me mi resero ancora più sensibile al dolore di quell’uomo.
- In ditta sono stati molto comprensivi - disse Grazioli in tono conversativo. - Mi hanno dato un permesso pagato. Così avrò la possibilità di mettere a posto tutto.
- Avete un'idea di chi può aver ucciso vostra moglie?
- Abbiamo un forte sospetto... un uomo con precedenti criminali, che conosceva molto bene Claudia. La polizia mi ha pregato di non fare il suo nome.
Doveva trattarsi di Roberto Franchi.
- Lo hanno già preso? - domandai.
- Pensano di mettergli le mani sopra questa notte. Spero che riescano, e poi spero tanto che lo mettano in galera e buttino la chiave. Io so e lo sapete anche voi perché i delitti sono così frequenti. I tribunali non vogliono condannare e, anche quando lo fanno, non arrivano mai al massimo della pena, e per quelli che ci arrivano c'è sempre la possibilità di gabbare la legge. Non meravigliamoci quindi se non c'è più nessun rispetto per la legge e per l'ordine. - Mentre parlava, i suoi occhi si erano fatti più grandi. Aveva Io sguardo fisso di uno che stesse assistendo a una visione apocalittica.
Moira si alzò e gli mise una mano sulla spalla,
- Signor Grazioli, vi fa male parlare tanto.
- Lo so, è tutto il giorno che parlo.
Si coprì il viso con le mani. La sua voce uscì smorzata.
- Quel lurido individuo deve finire in galera. Anche se non l'ha uccisa lui, è lui il vero responsabile della sua morte. Le aveva messo addosso la smania di cercare suo padre. La settimana scorsa era venuto qui con tutte le sue frottole, le aveva detto che lui sapeva dov'era suo padre e che lei avrebbe potuto tornare a stare con lui. Ed ecco il risultato. Suo padre è morto seppellito e Claudia ora è con lui.
Grazioli cominciò a piangere. Moira cercò di calmarlo.
Mi accorsi soltanto allora che Luisa Mieli era sulla soglia: sembrava il fantasma di sua figlia. Mi alzai e mi avvicinai a lei.
- Come state, signora Mieli?
- Non molto bene. - Si passò una mano sulla fronte. - Povera Claudia! Non siamo mai riuscite ad andare d'accordo, noi due... era figlia di suo padre, ma ci volevamo bene. Ora non ho più nessuno... Claudia avrebbe dovuto ascoltarmi. Stava pescando nel torbido e io ho cercato invano di fermarla.
- Che genere di torbido, signora Mieli?
- Ogni genere. Non era giusto che cercasse di far rivivere il passato, immaginando che suo padre fosse vivo. E non era nemmeno prudente. Enrico era un delinquente faceva lega solo con i delinquenti. E uno di questi probabilmente ha ucciso Claudia, perché lei aveva scoperto troppe cose.
- Ne siete sicura, signora Mieli?
- Lo sento, e poi ricordatevi che ci sono in gioco un sacco di denaro. E’ una cifra per cui si può essere indotti a uccidere. - Socchiuse gli occhi, come se le desse fastidio la luce. - È una cifra per cui si potrebbe uccidere anche la propria figlia.
La condussi nell'atrio, perché Grazioli e Moira non potessero sentire.
- Vostro marito potrebbe esser vivo, secondo voi?
- Sì, Claudia ne era convinta. Ci deve essere una ragione che giustifichi tutto quello che è accaduto. Ho sentito di tizi che hanno cambiato la propria fisionomia con interventi di plastica e ora possono andare e venire come vogliono.
E altri, pensai io, erano scomparsi e avevano lasciato al loro posto dei cadaveri che assomigliavano a loro stessi.
- Circa quindici anni fa - dissi alla donna - proprio quando vostro marito tornò, un uomo venne ucciso a Civitavecchia. Fu identificato come vostro marito, ma non fu un'identificazione certa al cento per cento, perché basata su fotografie non perfettamente riuscite. Una di queste fotografie è quella che voi stessa mi avete dato ieri sera.
Mi guardò disorientata.
- Era soltanto ieri sera?
- Sì e capisco quello che provate. Ieri sera tra l'altro mi avete detto che vostra figlia si era presa tutte le migliori fotografie dì famiglia e anche alcuni filmini. Potrebbero esserci molto utili in queste indagini.
- Capisco.
- Sono in questa casa?
- Alcune sì. Mi ero già messa a cercarle, - Mi mostrò le mani. - Per questo le mie mani sono così sporche dì polvere.
- Potrei vederle, signora Mieli?
- Dipende,
- Da cosa?
- Denaro. Perché dovrei darvi qualcosa gratis?
- Potrebbe essere una prova utile per le indagini sulla morte di vostra figlia.
- Non me ne importa niente! - esclamò. - Queste fotografie sono l'unica cosa che mi è rimasta… l'unica cosa che ancora mi appartiene della mia vita. Chiunque le vuole, le dovrà pagare. Anch'io ho sempre dovuto pagare per avere qualcosa. E questo potete anche riferirlo all'avvocato Orazi.
- Cosa c'entra Orazi?
- Lavorate per lui, no? Ho parlato con mio padre e mi ha detto che Orazil può benissimo sobbarcarsi a questa spesa.
- Quanto chiedete?
- Lasciamo che sia lui a fare un'offerta. Tra parentesi, ho trovato la scatola che stavate cercando... la scatola d'oro di mia madre.
- Dov'era?
- Questo non vi riguarda. Ora è nelle mie mani ed anche quella è in vendita.
- Era veramente di vostra madre?
- Certo. Ho scoperto cosa accadde dopo che mia madre morì. Mio padre la diede a un'altra donna. Non voleva ammetterlo, quando gliel'ho chiesto ieri sera, ma poi sono riuscita a tirargli fuori la verità.
- L'altra donna era Estelle, la madre di Lorenzo ?
- Sapete anche di questa relazione, eh? Credo che lo sappiano tutti, del resto. Fu un gesto imprudente, quella scatola toccava a Claudia.
- Ma perché questa scatola è così importante, signora Mieli?
- Credo che sia il simbolo di tutto quello che è successo alla mia famiglia. Tutta la nostra vita andò a rotoli. Altra gente si prese i nostri soldi, i nostri mobili, persino i nostri piccoli oggetti di valore. - Fece una pausa e poi continuò: - Ricordo che, quando Claudia era una bambina, mia madre la lasciava giocare con quella scatola. Le raccontava la storia del vaso di Pandora... la conoscete?... e Claudia e i suoi amici fingevano di crederci. Quando il vaso di Pandora si apre, si liberano tutti i mali del mondo... - Sembrò spaventata da questa idea e tacque.
- Posso vedere la scatola e le fotografie? — insistetti.
- No! Questa è l'ultima occasione che ho di farmi un gruzzolo. Senza soldi non sei nessuno, non esisti. E voi non potete togliermi quest’ultima possibilità.
Sembrava piena d'ira, ma probabilmente stava soltanto soffrendo. Si era inoltrata in un luogo malfido, era caduta e sapeva che era destinata a esser povera per sempre. Quello che stava difendendo non era il sogno di un futuro, era un sogno che apparteneva al suo passato, quando viveva a Viterbo con un marito brillante, in una villa con piscina.
Le disse che ne avrei parlato a Orazi e le raccomandai di aver cura della scatola e delle fotografie. Poi Moira e io salutammo Giorgio Grazioli e risalimmo in macchina.
- Povera gente! - disse Moira.
- Tu mi sei stata un valido aiuto.
- Vorrei tanto che fosse vero. So che certe domande non sono concesse, ma voglio fartene una e tu puoi anche non rispondermi.
- Sentiamo.
- Quando hai trovato Nìck, oggi, era da queste parti?
Esitai, ma non a lungo. Era sposata a un altro uomo che esercitava una professione con regole diverse dalla mia. Le risposi di no.
- Perché me lo chiedi? - aggiunsi.
- Il signor Grazioli mi ha detto che sua moglie frequentava Nick. Non sapeva il nome, ma la descrizione che me ne ha fatto era perfetta. Pare che li abbia visti insieme.
- Infatti, si frequentavano ogni tanto - ammisi.
- Erano amanti?
- Non ho nessun motivo per pensarlo. I Grazioli e Nick formavano un triangolo molto insolito e improbabile.
- Ne ho visti anche di più insoliti.
- Stai tentando di dirmi che Nick potrebbe aver ucciso la donna?
- No, assolutamente. Se avessi un'idea simile non ne parlerei. Da quindici anni stiamo curando Nick.
- Dal 1964?
- Sì.
- Cosa è successo nel 1964?
- Nick si ammalò e io non posso dirti di che genere di malattia. Ho già detto troppo.
Eravamo al punto di partenza. Ma qualcosa di diverso c'era: il suo corpo contro il mio, mentre guidavo verso l'ospedale.
VENTI
Mi recai a casa di Giorgio Grazioli. Il sole stava tramontando e tingeva ogni cosa di rosso, come se il sangue sparso in quella casa si fosse mescolato alla luce.
Davanti alla casa c'era una macchina che avevo già visto, ma non ricordavo dove... una Volkswagen nera, e accanto un'automobile della polizia. Passai oltre e mi recai all'ospedale.
Nick era nella stanza 211, al secondo piano, me lo disse l'impiegata dell'Ufficio accettazione.
- Ma le visite sono permesse soltanto ai parenti stretti.
Salii lo stesso. Nella sala d'aspetto riservata ai visitatori, trovai la signora Sandri, la moglie dello psichiatra, che stava leggendo una rivista. Non so perché fui felice di vederla. Mi sedetti vicino a lei.
Non stava leggendo affatto, aveva solo in mano la rivista. Mi guardò ma non mi vide. Era tutta assorta nei suoi pensieri e questo conferiva al suo volto una sorta di grave bellezza. Vidi i cambiamenti di espressione nei suoi occhi man mano che si rendeva conto della mia presenza e alla fine mi riconobbe.
- Signor Alfonsi!
- Non mi aspettavo di vedervi!
- Sono venuta a fare una passeggiata! Era molto tempo che non venivo da queste parti
- È passato molto tempo!
- Stavo proprio pensando a questo e a come si invecchia presto. Ma a voi non interessa la mia autobiografia.
- Invece sì. Eravate sposata quando vivevate qui?
- In un certo senso, sì. Mio marito era quasi sempre lontano, era ufficiale medico della marina: sempre in mare. - Lo disse con una punta di orgoglio che però sembrava ormai appartenere al passato.
- Avete più anni di quanto sembra!
- Mi sono sposata giovane, troppo giovane.
Quella donna mi piaceva ed era bello parlare di qualcosa che non aveva nulla a che fare col mio caso. Ma lei ruppe l'incantesimo.
- Secondo le ultime notizie, pare che Nick se la caverà, ma non sappiamo in quali condizioni.
- Cosa ne pensa vostro marito?
- È troppo presto perché Raffaele possa compromettersi. Ora stanno facendo un consulto con un neurologo e un neurochirurgo.
- Non faranno un intervento al cervello per un avvelenamento da barbiturici, spero.
- Non è solo questo è che Nick ha preso un brutto colpo. Probabilmente è caduto e ha battuto la testa. O è stato colpito?
- È possibile.
- Mio marito dice che l'avete portato voi all'ospedale.
- Sì.
- Dove l'avete trovato? Non risposi.
- Non volete dirmelo?
- Esatto. - Cambiai argomento. - I genitori di Nick sono qui?
- Sua madre è con lui, suo padre sta arrivando. Né voi né io possiamo fare nulla.
- Potremmo cenare. - Mi alzai.
- Dove?
- Nel ristorante dell'ospedale, se vi và. È abbastanza decente.
- Ho mangiato troppe volte nei ristoranti degli ospedali.
- Pensavo che non voleste allontanarvi troppo. - La mia frase aveva un doppio significato che entrambi cogliemmo.
- Perché no? Raffaele ne avrà per ore. Perché non andiamo a La Baia
- Ci andavate quando vivevate qui?
- Avete un ottimo intuito.
L'aiutai a infilarsi il giaccone.
- C'è una condizione, però - mi disse mentre eravamo sull'ascensore. - Non dovete farmi domande su Nick e tutta la sua famiglia. Anch'io, come voi del resto, non posso rispondere a certe domande e allora perché rovinare le cose?
- Io non voglio rovinare le cose, signora Sandri.
- Il mio nome è Moira.
Mentre pranzavamo, mi disse che era nata a Milano e che aveva fatto il corso di assistente psichiatra presso l'Università Bocconi. Qui aveva conosciuto e sposato Raffaele Sandri. Quando lui andò in marina e venne destinato all'ospedale navale di Civitavecchia, anche lei si trasferì.
- Vivevamo in un piccolo, vecchio albergo qui vicino a La Baia. Non era gran che, ma mi piaceva. Quando abbiamo finito di mangiare, vorrei andare a vedere se c'è ancora.
- D'accordo.
- Ho corso un rischio, venendo qui. Voi non potete immaginare come era bello. Era la prima esperienza vicino al mare. Alla mattina presto, quando andavamo nella baia, mi sentivo come Eva nel paradiso terrestre. Tutto era nuovo, fresco e senza dispersioni. Non come ora.
Con un movimento della mano, sembrò voler cancellare la realtà presente: le pesanti decorazioni del locale, i camerieri vestiti di nero, la musica di sottofondo.
- Questa zona della città è cambiata, infatti - convenni.
- Vi ricordate com'era Civitavecchia negli anni cinquanta?
- Anche negli anni quaranta. Noi vivevamo a Santa Marinella.
- «Noi» vuoi dire voi e vostra moglie?
- Io e i miei amici. Mia moglie non amava il mare.
- Tempo passato?
- Passato storico. Divorziò da me proprio negli anni cinquanta. Non la biasimo. Voleva una vita tranquilla e col mio lavoro non era assolutamente possibile.
Moira mi ascoltava in silenzio.
- Anch'io vorrei tanto aver divorziato! - disse quasi a se stessa. Il suo sguardo incontrò i miei occhi. - E voi cosa volete, Alfonsi?
- Questo.
- Cioè stare qui con me? - Pensai che desiderasse un complimento, ma poi mi resi conto che mi stava prendendo in giro. - Non credo di meritare lo sforzo di tutta la vostra vita!
- La vita è di per se stessa una ricompensa - ribattei. - Mi piace entrare nelle esistenze altrui e poi uscirne. Il vivere sempre con la stessa gente, nel solito luogo, mi annoia.
- Questa non è la vostra reale motivazione. Conosco i tipi come voi. Voi avete una segreta passione per la giustizia. Perché non volete ammetterlo?
- Ho una segreta passione per la misericordia. Ma la gente può solo sperare nella giustizia.
Si chinò verso di me con una malizia del tutto femminile.
- Sapete quello che vi accadrà? Diventerete vecchio e avrete sprecato voi stesso. Questa è giustizia?
- Morirò prima e questa è misericordia.
- Siete terribilmente immaturo, lo sapete?
- Terribilmente.
- Vi ho fatto inquietare?
- Solo la vera ostilità mi fa inquietare. Ma voi non siete ostile, anzi. Mi state dicendo che farei meglio a sposarmi prima che sia troppo vecchio, altrimenti non avrò nessuno che si prenderà cura di me.
- Voi! - scoppiò a ridere.
Dopo pranzo lasciai la macchina al parcheggio del ristorante e a piedi ci incamminammo per la strada principale che portava alla spiaggia. Il mare era agitato e si udiva il frangersi delle onde contro la spiaggia.
A un certo punto girammo a destra, oltrepassammo un grosso edificio di recente costruzione e arrivammo a un motel che si trovava proprio sull'angolo. Moira immobile lo guardò.
- Credevo che fosse questo il luogo - disse - ma io non ricordo affatto questo motel. - Poi si rese conto di quello che era successo. - E’ questo, è questo il luogo. Hanno abbattuto il vecchio albergo e hanno costruito questo motel. - Era emozionantissima, come se fosse stata demolita parte del suo passato.
- Non si chiamava «Hotel Giglio»? - chiesi.
- Esatto, «Giglio». Ci siete stato?
- No. Ma sembra che per voi significhi molto.
- È vero. Ci sono vissuta per due anni, dopo che Raffaele s’imbarcò. E ora mi rendo conto che sono stati gli anni più veri della mia vita. Non ne ho mai parlato a nessuno.
- Nemmeno a vostro marito?
- Proprio a lui, no! - La sua voce si era fatta tagliente. - Raffaele non vi ascolta, quando cercate di dirgli qualcosa. Pensa solo al motivo per cui glielo state dicendo, o a quello che lui crede che sia il motivo. Capisce solo i sottintesi, ma il significato più ovvio lo trascura. Deformazione professionale.
- Non siete ben disposta verso vostro marito.
- È vero, non lo sono affatto e non lo sono nemmeno con me, verso me stessa. È parecchio che sono in questo stato d'animo.
Si era incamminata verso un sentiero che conduceva al mare. Il luogo era completamente deserto.
- Dapprima ce l'avevo solo con me stessa per quello che avevo fatto - continuò mentre camminavamo. - Avevo solo diciannove anni quando cominciò ed ero piena di sensi di colpa più che normali in una adolescente. In seguito, il mio disappunto era dovuto al fatto per non essere stata capace di andare fino in fondo.
- Non è molto chiaro quello che dite.
Mi guardò.
- E non voglio nemmeno che lo sia - concluse.
- Non credo.
- A che servirebbe? Tutto è passato... completamente finito.
Era quasi disperata. Si allontanò in fretta da me e io la seguii. Era in uno stato d'animo vago, era una donna di mezza età che cercava una continuità nella propria esistenza. Il sentiero continuava tra gli scogli a picco sul mare e sarebbe stato facile scivolare e cadere nell'acqua. La raggiunsi alla baia, l'epicentro di tutto il passato di Moira. Si tolse le scarpe e mi guidò giù per gli scalini. Ci fermammo proprio a filo dell'acqua.
- Vieni a prendermi - disse al mare o a me o a chissà chi.
- Eravate innamorata di un uomo?
- Non era un uomo. Era un ragazzo che lavorava all'Ufficio postale.
- Era con lui che venivate qui quando vi sentivate come Eva nell'Eden?
- Era con lui. Mi sento ancora colpevole. Io vivevo qui sulla spiaggia con un altro ragazzo mentre Raffaele era lontano in mare. - Aveva sempre un certo tono sarcastico quando parlava del marito. - Raffaele mi scriveva lunghe lettere, piene di un alto senso del dovere, ma non serviva a nulla. In realtà io volevo sminuirlo perché era sempre così sicuro di sé, cosi saccente. Credete che io sia un po' pazza?
- No.
- Daniele lo era, e non soltanto un po'.
- Daniele?
- II ragazzo che viveva con me al «Giglio». Era stato uno dei pazienti di Raffaele, per questo l'ho conosciuto. Raffaele mi consigliò di aver cura di lui. Abbastanza comico, no?
- Piantatela, Moira. Sembra che ci prendiate gusto a tormentarvi.
- Forse. Se soltanto potessi tornare indietro e cambiare alcune cose...
- Che cosa vorreste cambiare?
- Non lo so esattamente. Non parliamone più.
Si allontanò da me. I suoi piedi nudi lasciavano impronte sulla sabbia. Ammirai la grazia con cui si muoveva. Poi dì colpo tornò verso di me, camminando all'indietro e cercando di rimettere i piedi nelle impronte che aveva lasciato. Arrivò a sfiorarmi e si voltò. L'abbracciai. C'erano lacrime sul suo viso, oppure gli spruzzi del mare. Comunque, sentii sapore di sale.
Mi recai a casa di Giorgio Grazioli. Il sole stava tramontando e tingeva ogni cosa di rosso, come se il sangue sparso in quella casa si fosse mescolato alla luce.
Davanti alla casa c'era una macchina che avevo già visto, ma non ricordavo dove... una Volkswagen nera, e accanto un'automobile della polizia. Passai oltre e mi recai all'ospedale.
Nick era nella stanza 211, al secondo piano, me lo disse l'impiegata dell'Ufficio accettazione.
- Ma le visite sono permesse soltanto ai parenti stretti.
Salii lo stesso. Nella sala d'aspetto riservata ai visitatori, trovai la signora Sandri, la moglie dello psichiatra, che stava leggendo una rivista. Non so perché fui felice di vederla. Mi sedetti vicino a lei.
Non stava leggendo affatto, aveva solo in mano la rivista. Mi guardò ma non mi vide. Era tutta assorta nei suoi pensieri e questo conferiva al suo volto una sorta di grave bellezza. Vidi i cambiamenti di espressione nei suoi occhi man mano che si rendeva conto della mia presenza e alla fine mi riconobbe.
- Signor Alfonsi!
- Non mi aspettavo di vedervi!
- Sono venuta a fare una passeggiata! Era molto tempo che non venivo da queste parti
- È passato molto tempo!
- Stavo proprio pensando a questo e a come si invecchia presto. Ma a voi non interessa la mia autobiografia.
- Invece sì. Eravate sposata quando vivevate qui?
- In un certo senso, sì. Mio marito era quasi sempre lontano, era ufficiale medico della marina: sempre in mare. - Lo disse con una punta di orgoglio che però sembrava ormai appartenere al passato.
- Avete più anni di quanto sembra!
- Mi sono sposata giovane, troppo giovane.
Quella donna mi piaceva ed era bello parlare di qualcosa che non aveva nulla a che fare col mio caso. Ma lei ruppe l'incantesimo.
- Secondo le ultime notizie, pare che Nick se la caverà, ma non sappiamo in quali condizioni.
- Cosa ne pensa vostro marito?
- È troppo presto perché Raffaele possa compromettersi. Ora stanno facendo un consulto con un neurologo e un neurochirurgo.
- Non faranno un intervento al cervello per un avvelenamento da barbiturici, spero.
- Non è solo questo è che Nick ha preso un brutto colpo. Probabilmente è caduto e ha battuto la testa. O è stato colpito?
- È possibile.
- Mio marito dice che l'avete portato voi all'ospedale.
- Sì.
- Dove l'avete trovato? Non risposi.
- Non volete dirmelo?
- Esatto. - Cambiai argomento. - I genitori di Nick sono qui?
- Sua madre è con lui, suo padre sta arrivando. Né voi né io possiamo fare nulla.
- Potremmo cenare. - Mi alzai.
- Dove?
- Nel ristorante dell'ospedale, se vi và. È abbastanza decente.
- Ho mangiato troppe volte nei ristoranti degli ospedali.
- Pensavo che non voleste allontanarvi troppo. - La mia frase aveva un doppio significato che entrambi cogliemmo.
- Perché no? Raffaele ne avrà per ore. Perché non andiamo a La Baia
- Ci andavate quando vivevate qui?
- Avete un ottimo intuito.
L'aiutai a infilarsi il giaccone.
- C'è una condizione, però - mi disse mentre eravamo sull'ascensore. - Non dovete farmi domande su Nick e tutta la sua famiglia. Anch'io, come voi del resto, non posso rispondere a certe domande e allora perché rovinare le cose?
- Io non voglio rovinare le cose, signora Sandri.
- Il mio nome è Moira.
Mentre pranzavamo, mi disse che era nata a Milano e che aveva fatto il corso di assistente psichiatra presso l'Università Bocconi. Qui aveva conosciuto e sposato Raffaele Sandri. Quando lui andò in marina e venne destinato all'ospedale navale di Civitavecchia, anche lei si trasferì.
- Vivevamo in un piccolo, vecchio albergo qui vicino a La Baia. Non era gran che, ma mi piaceva. Quando abbiamo finito di mangiare, vorrei andare a vedere se c'è ancora.
- D'accordo.
- Ho corso un rischio, venendo qui. Voi non potete immaginare come era bello. Era la prima esperienza vicino al mare. Alla mattina presto, quando andavamo nella baia, mi sentivo come Eva nel paradiso terrestre. Tutto era nuovo, fresco e senza dispersioni. Non come ora.
Con un movimento della mano, sembrò voler cancellare la realtà presente: le pesanti decorazioni del locale, i camerieri vestiti di nero, la musica di sottofondo.
- Questa zona della città è cambiata, infatti - convenni.
- Vi ricordate com'era Civitavecchia negli anni cinquanta?
- Anche negli anni quaranta. Noi vivevamo a Santa Marinella.
- «Noi» vuoi dire voi e vostra moglie?
- Io e i miei amici. Mia moglie non amava il mare.
- Tempo passato?
- Passato storico. Divorziò da me proprio negli anni cinquanta. Non la biasimo. Voleva una vita tranquilla e col mio lavoro non era assolutamente possibile.
Moira mi ascoltava in silenzio.
- Anch'io vorrei tanto aver divorziato! - disse quasi a se stessa. Il suo sguardo incontrò i miei occhi. - E voi cosa volete, Alfonsi?
- Questo.
- Cioè stare qui con me? - Pensai che desiderasse un complimento, ma poi mi resi conto che mi stava prendendo in giro. - Non credo di meritare lo sforzo di tutta la vostra vita!
- La vita è di per se stessa una ricompensa - ribattei. - Mi piace entrare nelle esistenze altrui e poi uscirne. Il vivere sempre con la stessa gente, nel solito luogo, mi annoia.
- Questa non è la vostra reale motivazione. Conosco i tipi come voi. Voi avete una segreta passione per la giustizia. Perché non volete ammetterlo?
- Ho una segreta passione per la misericordia. Ma la gente può solo sperare nella giustizia.
Si chinò verso di me con una malizia del tutto femminile.
- Sapete quello che vi accadrà? Diventerete vecchio e avrete sprecato voi stesso. Questa è giustizia?
- Morirò prima e questa è misericordia.
- Siete terribilmente immaturo, lo sapete?
- Terribilmente.
- Vi ho fatto inquietare?
- Solo la vera ostilità mi fa inquietare. Ma voi non siete ostile, anzi. Mi state dicendo che farei meglio a sposarmi prima che sia troppo vecchio, altrimenti non avrò nessuno che si prenderà cura di me.
- Voi! - scoppiò a ridere.
Dopo pranzo lasciai la macchina al parcheggio del ristorante e a piedi ci incamminammo per la strada principale che portava alla spiaggia. Il mare era agitato e si udiva il frangersi delle onde contro la spiaggia.
A un certo punto girammo a destra, oltrepassammo un grosso edificio di recente costruzione e arrivammo a un motel che si trovava proprio sull'angolo. Moira immobile lo guardò.
- Credevo che fosse questo il luogo - disse - ma io non ricordo affatto questo motel. - Poi si rese conto di quello che era successo. - E’ questo, è questo il luogo. Hanno abbattuto il vecchio albergo e hanno costruito questo motel. - Era emozionantissima, come se fosse stata demolita parte del suo passato.
- Non si chiamava «Hotel Giglio»? - chiesi.
- Esatto, «Giglio». Ci siete stato?
- No. Ma sembra che per voi significhi molto.
- È vero. Ci sono vissuta per due anni, dopo che Raffaele s’imbarcò. E ora mi rendo conto che sono stati gli anni più veri della mia vita. Non ne ho mai parlato a nessuno.
- Nemmeno a vostro marito?
- Proprio a lui, no! - La sua voce si era fatta tagliente. - Raffaele non vi ascolta, quando cercate di dirgli qualcosa. Pensa solo al motivo per cui glielo state dicendo, o a quello che lui crede che sia il motivo. Capisce solo i sottintesi, ma il significato più ovvio lo trascura. Deformazione professionale.
- Non siete ben disposta verso vostro marito.
- È vero, non lo sono affatto e non lo sono nemmeno con me, verso me stessa. È parecchio che sono in questo stato d'animo.
Si era incamminata verso un sentiero che conduceva al mare. Il luogo era completamente deserto.
- Dapprima ce l'avevo solo con me stessa per quello che avevo fatto - continuò mentre camminavamo. - Avevo solo diciannove anni quando cominciò ed ero piena di sensi di colpa più che normali in una adolescente. In seguito, il mio disappunto era dovuto al fatto per non essere stata capace di andare fino in fondo.
- Non è molto chiaro quello che dite.
Mi guardò.
- E non voglio nemmeno che lo sia - concluse.
- Non credo.
- A che servirebbe? Tutto è passato... completamente finito.
Era quasi disperata. Si allontanò in fretta da me e io la seguii. Era in uno stato d'animo vago, era una donna di mezza età che cercava una continuità nella propria esistenza. Il sentiero continuava tra gli scogli a picco sul mare e sarebbe stato facile scivolare e cadere nell'acqua. La raggiunsi alla baia, l'epicentro di tutto il passato di Moira. Si tolse le scarpe e mi guidò giù per gli scalini. Ci fermammo proprio a filo dell'acqua.
- Vieni a prendermi - disse al mare o a me o a chissà chi.
- Eravate innamorata di un uomo?
- Non era un uomo. Era un ragazzo che lavorava all'Ufficio postale.
- Era con lui che venivate qui quando vi sentivate come Eva nell'Eden?
- Era con lui. Mi sento ancora colpevole. Io vivevo qui sulla spiaggia con un altro ragazzo mentre Raffaele era lontano in mare. - Aveva sempre un certo tono sarcastico quando parlava del marito. - Raffaele mi scriveva lunghe lettere, piene di un alto senso del dovere, ma non serviva a nulla. In realtà io volevo sminuirlo perché era sempre così sicuro di sé, cosi saccente. Credete che io sia un po' pazza?
- No.
- Daniele lo era, e non soltanto un po'.
- Daniele?
- II ragazzo che viveva con me al «Giglio». Era stato uno dei pazienti di Raffaele, per questo l'ho conosciuto. Raffaele mi consigliò di aver cura di lui. Abbastanza comico, no?
- Piantatela, Moira. Sembra che ci prendiate gusto a tormentarvi.
- Forse. Se soltanto potessi tornare indietro e cambiare alcune cose...
- Che cosa vorreste cambiare?
- Non lo so esattamente. Non parliamone più.
Si allontanò da me. I suoi piedi nudi lasciavano impronte sulla sabbia. Ammirai la grazia con cui si muoveva. Poi dì colpo tornò verso di me, camminando all'indietro e cercando di rimettere i piedi nelle impronte che aveva lasciato. Arrivò a sfiorarmi e si voltò. L'abbracciai. C'erano lacrime sul suo viso, oppure gli spruzzi del mare. Comunque, sentii sapore di sale.
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