venerdì 5 settembre 2008

SEDICI

Arrivai a Civitavecchia poco prima di mezzogiorno. La casa dei Grazioli era situata nella parte nord della cittadina e dava sul mare. Era una solida casa coloniale con davanti un bel giardino.

Bussai all'ingresso con un batta­glio di ferro a forma di cavalluccio marino. Nessuna risposta. Bussai an­cora, attesi e infine provai ad aprire la maniglia. Era chiusa a chiave. Girai attorno alla casa e sbirciai attraverso le finestre. Ma le pesanti tende non mi permisero di vedere gran che. Il garage attiguo alla casa era chiuso con una serratura a scat­to dall'interno.

Tornai alla macchina che avevo parcheggiato diagonalmente attra­verso la strada e mi sedetti ad aspettare. I minuti passavano lenti. Il traffico non era molto. Una vecchia automobile spuntò dalla curva, lasciandosi die­tro una scia di fumo. Da questa macchina scese un uomo ossuto, che indossava una sporca giacca a vento grigia e aveva un'altrettanto sporca barba grigia. Portava scarpe da gin­nastica e silenziosamente attraversò la strada. Sotto il braccio aveva un cesto. Bussò, come già avevo fatto io, all'uscio dei Grazioli. Infine tentò di aprire la porta. Poi si guardò intorno con movimenti ve­loci e istintivi come quelli di un animale. Guardò anche me, che stavo consultando una carta stradale. Quando sollevai lo sguardo, vidi che era riuscito ad aprire la porta e stava entrando in casa.

Scesi dalla macchina e per prima cosa presi nota del suo nome, come era registrato sul libretto di circola­zione: Roberto Franchi. Le chiavi erano nell'accensione: me le misi in tasca.

Sul sedile anteriore di destra c'era una copia del «Messaggero» di Roma, aperto alla terza pagina, dove veniva riportata la morte di Sandro Pesce e riprodotta una sua fotografia che non avevo mai visto.

Nell'articolo ero citato anch'io, come l'uomo che aveva ritrovato il corpo, e null’altro. Nessun cenno a Nicholas Mori. Ma erano riferite le parole del capitano La Torre, che aveva dichiarato di poter arrestare l'assassino nelle prossime ventiquat­tro ore.

Ero ancora con la testa dentro la macchina di Franchi, quando lui riaprì la porta di casa Grazioli. Uscì svelto e furtivo, come se fosse stato spinto fuori da una esplosione avvenuta nell'interno. Quando mi vide si fermò di colpo. Guardò su e giù lungo la strada, come se si trovasse in un vicolo cieco, circondato da al­te mura, senza possibilità di fuga.

- Salve, Roberto.

- Sconcertato e contro la sua stes­sa volontà, attraversò la strada e venne verso dì me.

- Ho portato un po' di pomodori alla signora Grazioli - disse. - Io ero un giardiniere del padre di Claudia. Ci so fare molto con le piante. Ho il pollice verde, come si dice.

E mi mostrò il suo grosso pollice, sporco di terra.

- Quando fate una consegna, forzate sempre le serrature, Roberto?

- Come fate a sapere il mio no­me? Siete un poliziotto?

- Non esattamente.

- Come fate a sapere il mio no­me? - ripetè.

- Siete famoso, e io ero ansioso dì conoscervi.

- Ma chi siete? Un poliziotto?

- Privato.

Prese una decisione rapida e sba­gliata, come forse ne aveva già pre­se nella sua vita. Mi colpì all'occhio e tentò di buttarmi a terra.

Gli afferrai il braccio e cominciai a torcerlo. Per un attimo fummo per­fettamente immobili. Gli occhi di Franchi erano scintillanti di rab­bia, poi il suo viso assunse varie espressioni, il suo braccio cedette e io lo lasciai andare.

- Sentite, capo, vi dispiace se ora me ne vado? Ho ancora un sac­co di roba da distribuire.

- E cosa distribuite? Guai?

- No, signore. Non io. - Lan­ciò un rapido sguardo alla casa dei Grazioli. - Ho un carattere impul­sivo ma non sono capace di fare del male. Anche a voi non ho fatto ma­le. L'ho subito, perché il male alla fine lo subisco sempre io.

- Non solo voi.

- Che cosa state cercando, ca­po?

- C'è stato un paio di omicidi. E voi lo sapete. - Presi il giornale dal sedile e gli mostrai la fotografia di Pesce.

- Mai visto in vita mia.

- Il vostro giornale era aperto su questo articolo.

- Non sono stato io. L'ho rac­colto alla stazione, raccolgo sempre i giornali alla stazione. - Si chinò verso di me. Era tesissimo. - Sen­tite, io ora devo andare, capito? Ho una cosa importante da fare.

- Questo è più importante.

- Non per me.

- Anche per voi. Conoscete un giovanotto che si chiama Nicholas Mori?

- Non è... - Si riprese di colpo - Cosa avete detto?

- Avete capito benissimo. Sto cercando Nicholas Mori e lui for­se sta cercando voi.

- Per cosa? Io non l'ho mai toc­cato. Quando ho scoperto che Mieli stava per progettare un ratto... - Ancora si interruppe e si coprì la bocca con la mano, come per ribut­tare dentro le parole o nasconder­le.

- Mieli ha rapito Nick?

- A me lo chiedete? Io sono pu­litissimo. - Guardò verso il cielo come per trovarvi un appiglio. - II sole mi fa male. Mi fa venire il cancro alla pelle.

- È una morte dolce e lenta. Mieli in invece morì molto in fretta.

- Ma io non c'entro niente, lo sanno anche i poliziotti di Civitavecchia che mi rilasciarono subito.

- Ma non l'avrebbero fatto se avessero saputo quello che so io.

Venne più vicino e sembrò farsi più piccolo.

- Io sono pulito, onesto. Per fa­vore, lasciatemi andare.

- Abbiamo appena cominciato.

- Ma non possiamo stare qui.

- Perché?

Automaticamente, girò il capo verso la casa dei Grazioli. Il mio sguar­do seguì il suo e notai che la porta d'ingresso era socchiusa.

- Avete lasciato la porta aperta. È meglio andare a chiuderla.

- Andateci voi. Ho uno strappo muscolare alla gamba. Se non mi siedo, casco per terra.

Andò a sedersi al volante della sua carcassa. Non sarebbe andato molto lontano senza chiavi, pensai, e attraversai la strada. Guardai attra­verso la fessura tra la porta e lo stipite, e vidi tutti i pomodori sparsi sul pavimento dell'atrio. Entrai, camminando con molta cautela per non pestarli.

Dalla cucina arrivava un odore di bruciaticcio. Una caffettiera piro­fila era sul fuoco e si era comple­tamente bruciata. Claudia Grazioli giace­va per terra, sul pavimento di mattonelle verdi.

Spensi il fuoco e mi chinai ac­canto a Claudia. Aveva ferite di col­tello nel petto e un largo squarcio al­la gola. Indossava il pigiama e una vestaglia di nylon rosa. Il suo corpo era ancora tiepido.

Claudia era morta, eppure avevo la sensazione di sentire il respiro di qualcuno da qualche parte. Sembra­va che la casa stessa avesse un re­spiro. Un uscio aperto conduceva, attraverso il retro della cucina, al ga­rage attiguo.

Trovai la macchina di Giorgio Grazioli e Nick Mori che giaceva a fac­cia in giù sul pavimento di cemento. Gli aprii il colletto della camicia, poi esaminai i suoi occhi: le pupille erano rivolte verso l'alto. Lo schiaffeg­giai forte su entrambe le guance: nessuna reazione.

I flaconcini vuoti di barbiturici erano sparsi attorno a lui. Li raccol­si e li misi in tasca. Non avevo tem­po per ulteriori indagini. Dovevo provvedere a far fare a Nick una lavanda gastrica. Aprii la porta del garage, attra­versai la strada, salii in macchina e a marcia indietro arrivai al garage. Sollevai Nick, che era grosso e pe­sante, e lo deposi sul sedile poste­riore. Chiusi il garage e la porta di ingresso della casa.

Roberto Franchi e la sua carcassa se n'erano andati. Era chiaro che sapeva far partire le macchine an­che senza la chiave. Ma date le cir­costanze, capii la sua fuga.

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