martedì 16 settembre 2008

VENTICINQUE

II mattino seguente mi alzai presto e uscii senza svegliare Moira. La nebbia saliva dal mare avvolgendo le case e tutta la spiaggia. Guidai lentamente tra i filari di alberi fantasma.
Poi la nebbia finì e scoprii il cielo sereno. Andai in città, alla stazione di polizia.
La Torre era in ufficio. L'orologio elettrico sopra la sua testa segnava le otto esatte.
- Felice di vedervi - disse. - Sedete. Mi stavo giusto chiedendo che fine avevate fatto tutti quanti.
- Sono stato a Civitavecchia per seguire una pista.
- E avete portato con voi i vostri clienti?
- Il loro figliolo ha avuto un incidente.
- Capisco. - Indugiò un attimo. - Che genere di incidente ha avuto? O è un altro segreto di famiglia?
- Barbiturici e una ferita al capo.
- Tentativo di suicidio?
- Potrebbe essere.
La Torre si chinò verso dì me.
- Dopo aver fatto fuori la signora Trask?
Non ero preparato a questa domanda ed evitai dì rispondere direttamente.
- L'indiziato numero uno dell’omicidio di Giovanna Grazioli è Roberto Franchi
- Lo so - fece Lackland, tanto per chiarire che non gli dicevo nulla di nuovo. - Abbiamo un rapporto della polizia di Civitavecchia su Franchi.
- Riferisce forse che Franchi conosceva Enrico Mieli?
- Lo sapete per certo?
- Sì, ho parlato con Franchi ieri, prima che fosse sospettato. Mi ha detto che Mieli scappò con Rita, sua figlia, e con i soldi. Pare che Franchi abbia passato la vita nel tentativo di mettere le mani su quel denaro. È chiaro comunque che Franchi ha convinto la signora Grazioli ad assumere Sandro Pesce e a venire qui. Si è servito dei due per scoprire quello che interessava a lui, senza correre il rischio di dover venire qui in persona.
- Quindi Franchi avrebbe avuto un motivo per uccidere Mieli... - La voce di La Torre era molto bassa, come se l'aver lavorato per quindici anni su quel caso gli avesse tolte tutte le energie. - E avrebbe avuto anche un motivo per bruciare le impronte. Dove gli avete parlato?
- Vicino al porto di Civitavecchia. Ma ora chissà dove sarà.
- Franchi è stato visto ieri notte a Tarquinia. Si è fermato a far rifornimento e poi si è diretto verso Grosseto, con una macchina rubata.
- Sarà meglio fare indagini a Firenze. Franchi è originario di Firenze, come Mieli.
Riferii a La Torre quello che sapevo dei fatti, dei coniugi Mieli e della loro figlia assassinata e dell'appropriazione indebita di Mieli ai danni della Banca di Raffi.
- E una volta che sapete questi i fatti - conclusi - non potete continuare a incolpare Nick Mori di tutto. Non era nemmeno nato, quando Mieli rubò i soldi della i banca, e questo è il vero inizio di tutto.
La Torre mi ascoltò in silenzio. Il suo viso era come un terreno corroso dal sole.
- Conosco anch'io una storia - disse infine. - Raffi, l'uomo che possedeva una banca, veniva qui a spendere i suoi soldi. E potrei dirvi di più.
- Ascolto.
La Torre mi sciorinò uno dei suoi sorrisi. Non era molto diverso da una smorfia, ma una strana luce brillò nei suoi occhi.
- Non mi va di deludervi, Alfonsi. Ma per quanto vogliamo andare indietro negli anni, Nick Mori entra nel quadro. Samuele Raffi aveva un'amica qui in città e, dopo che il marito di lei morì, i soldi li spendevano insieme. Volete sapere chi era questa donna?
- La nonna di Nick - risposi. - La vedova del giudice Chalmers.
Lackland rimase male. Prese un foglio dattiloscritto, lo lesse con attenzione, ne fece una palla e lo scaraventò nel cestino della carta straccia.
- Come l'avete scoperto? — si decise finalmente a domandarmi.
- Ho fatto qualche indagine, come vi ho detto. Ma ancora non riesco a capire come Nick entri in questa storia. Non può esser tenuto responsabile di quello che ha fatto sua nonna.
Una volta tanto a La Torre mancò un'argomentazione. Ma non appena uscii dalla stazione di polizia, rividi la cosa in senso inverso. La nonna di Nick era responsabile per lui. Certo, un significato ci doveva essere nell'antico legame tra le famiglie Mori e Raffi.
Tornando in città, passai davanti al palazzo di giustizia. Sopra l'atrio d'ingresso un bassorilievo rappresentava la giustizia con gli occhi bendati e la bilancia in mano. «Hai bisogno di un uomo che ci veda» le dissi silenziosamente. Ero di un umore pericolosamente buono.
Andai a far colazione e poi dal barbiere. Erano le dieci, e Orazi probabilmente era già in ufficio.
Invece non lo trovai. La segretaria mi riferì che era appena uscito e che non sapeva quando sarebbe tornato. Quella mattina la ragazza aveva una parrucca bruna, e scambiò il mio sguardo perplesso per un complimento.
- Mi piace cambiare personalità. Mi annoia essere sempre la stessa - disse.
- Anche a me. È andato a casa il signor Orazi?
- Non Io so. Ha ricevuto un paio di telefonate e poi è uscito. Se continua così, andrà giù di forma. Secondo voi, i capelli neri vanno bene con la mia carnagione? In effetti io sono castana, ma mi piace fare questi esperimenti.
- State molto bene.
- Lo credo anch'io.
- Da dove venivano quelle telefonate?
- Una era la signora Mori. L'altra non lo so; ma era una donna, non giovane, che non ha voluto dirmi il nome.
- E da dove chiamava?
- Non l'ha detto.
Le chiesi di chiamarmi casa Orazi. L'avvocato era lì, ma non volle o non potè venire al telefono. Parlai con Betty.
- È successo qualcosa a tuo padre?
- No; spero di no.
- E tu come stai?
- Bene. - Ma la sua voce era incerta.
- Se io venissi lì, potrei parlare con tuo padre?
- Non Io so. Sarà meglio che vi affrettiate: sta andando fuori città.
- Dove?
- Non lo so - ripetè cupa. - Comunque, signor Alfonsi, anche se non trovate lui, io avrei piacere di parlarvi.
Quando arrivai a casa Orazi, la macchina dell'avvocato era ancora parcheggiata davanti all'ingresso. Mi aprì Betty. Aveva uno sguardo piuttosto triste, spento e persine i capelli sembravano meno lucenti del solito.
- Avete visto Nick? - mi domandò subito.
- Sì. Il medico gli ha fatto un rapporto molto buono.
- Ma lui cosa dice?
- Non gli si può parlare.
- Con me parlerebbe. Volevo tanto andare in ospedale! Ma mio padre me lo ha impedito !
- Come mai?
- È geloso di Nick. So che non è leale dire una cosa simile, ma me lo ha dimostrato chiaramente. Questa mattina, poi, il signor Mori gli ha tolto l'incarico, e allora papà ha detto che io avrei dovuto scegliere tra lui e Nick.
- Perché mai il signor Mori gli ha tolto l'incarico?
- Questo potete chiederlo a papà. Noi non ci parliamo.
Orazi comparve in quel momento. Forse aveva sentito ciò che avevamo detto, ma fece finta di nulla. Aveva uno sguardo duro, ansioso, che sfuggì a Betty ma che io notai.
- Betty, perché tieni gli ospiti sulla soglia di casa?
La ragazza, senza parlare, si voltò e scomparve in una stanza attigua.
- Sta perdendo la testa dietro quel povero gonzo - si lamentò Orazi. - Non ha mai voluto darmi ascolto. Speriamo che prima o poi capisca. Volete entrare, signor Alfonsi? Ho novità per voi.
Andammo nel suo studio. Orazi era più elegante e agghindato del solito. Portava un elegante fresco-lana, con cravatta e fazzoletto di seta uguali, ed era profumatissimo.
- Betty mi ha detto che non siete più il legale dei Mori. Sembra che stiate festeggiando la cosa!
- Betty non avrebbe dovuto dirvelo. Sta perdendo ogni senso dì discrezione.
Era agitato. Betty l'aveva ferito nella sua vanità e a quanto pare non aveva niente altro su cui appoggiarsi Mi dava più fastidio il cambiamento avvenuto in Orazi che quello di sua figlia. Lei era giovane, e avrebbe cambiato ancora tante volte, prima di trovare veramente se stessa.
- È una brava ragazza - dissi.
Truttwell chiuse l'uscio dello studio e vi si appoggiò contro.
- Non ha bisogno della vostra propaganda. Io la conosco bene. Si è lasciata influenzare da quel verme e montare contro di me.
- Non credo.
- Voi non siete suo padre. È scesa al suo livello, usa persino lo stesso crudo gergo freudiano. - Era rosso in viso, e aveva la voce strozzata. - Mi ha persino accusato di avere per lei un interesse morboso!
Mi chiesi se questo fosse davvero un interesse morboso.
- So dove ha preso queste idee - continuò - dal dottor Sandri, tramite Nick. E so anche perché Irene Mori ha deciso dì rompere i rapporti con me. Al telefono ha fatto di tutto per farmi capire che è stato il dottor Sandri a insistere su questo punto. Probabilmente era vicino a lei a suggerirle le parole che doveva dirmi.
- Ma che motivo poteva avere Sandri...?
- Temo che siate voi il motivo, Alfonsi. Non voglio criticare, ma ho l'impressione che abbiate fatto troppe domande, che sandri non ha gradito. Sembra fermamente deciso a prendere le redini di tutta la situazione e questo potrebbe essere disastroso. Nessun avvocato può difendere Nick senza sapere che cosa ha fatto.
Orazi diventò più prudente. La nostra conversazione ora si muoveva su un terreno più familiare e lui aveva riacquistato un po' del suo equilibrio professionale.
- Comunque, una cosa è certa, che voi siete al corrente più di me, dei fatti, non è vero? - aggiunse.
Era una domanda alla quale non risposi subito. Il mio atteggiamento verso Orazi stava subendo una svolta, devo dire però non radicale, in quanto fin dal primo momento io non avevo né capito del tutto ne creduto a tutte le sue motivazioni.
Era comunque palese che Orazi si era servito di me e che intendeva continuare a farlo; nello stesso modo in cui Sandro Pesce si era servito di Roberto Franchi. Ora aspettava, elegante e azzimato come un gatto, che io lo informassi sul conto del fidanzato di sua figlia.
- In questo caso, è difficile sapere bene i fatti — dissi. — Non so nemmeno per chi lavoro e se sto ancora lavorando.
- Certo che state lavorando. Sarete pagato fino all'ultimo centesimo e vi posso garantire che il pagamento verrà effettuato entro oggi stesso.
- E chi pagherà?
- I Mori, naturalmente.
- Ma voi non li rappresentate più.
- Non preoccupatevi. Voi non dovete fare altro che presentarmi il conto e loro pagheranno. Non siete un emigrante e non dovete permettere che vi trattino come tale.
Tutta questa benevolenza nei miei confronti aveva un interesse egoistico e sarebbe durata il tempo necessario per potersi servire di me. La cosa mi metteva a disagio e mi faceva nascere sentimenti contrastanti. In casi come questi io ero la persona che doveva essere sacrificata.
- Devo fare il mio rapporto ai Mori?
- No, vi hanno già licenziato. Non vogliono la verità su Nick !
- Come sta?
Orazi si strinse nelle spalle.
- Sua madre non me l'ha detto.
- Allora, a chi devo fare il mio rapporto?
- A me. Ho rappresentato la famiglia Mori per tanti anni e sono sul punto di scoprire che dopo tutto non sono così indispensabile.
- E se non fosse così?
- È così, ve lo garantisco. Ma siete preoccupato per via del denaro che vi spetta, ve lo posso anticipare io.
- Grazie, ci penserò.
- Fareste meglio a pensarci subito - replicò sorridendo. - Sto andando a Civitavecchia a trovare la signora Mieli. Mi ha telefonato questa mattina... dopo che la signora Mori mi aveva già licenziato, per certe fotografie di famiglia che vorrebbe vendere. Vorrei che veniste con me, signor Alfonsi.
Non avevo altra scelta. Se mi fossi rifiutato di andare con lui, probabilmente mi avrebbe buttato fuori definitivamente.
- Verrò con la mia macchina - risposi. - Ci vediamo a casa della signora Mieli. È lì che andate, no? A Civitavecchia?
- Sì, Allora posso veramente contare sulla vostra presenza?
Riconfermai, ma non lo seguii subito. C'era ancora qualcosa che dovevamo dirci, sua figlia e io.

Nessun commento: