mercoledì 25 giugno 2008

QUATTRO

L’Holiday Inn era un albergo a quattro stelle situato in posizione strategica tra la città e l’aeroporto. Lasciai l'autostrada ed entrai nell’ampio parcheggio. A un giova­notto dell'ufficio chiesi della signora Grazioli. Mi indicò il giardino interno dicendomi che era sotto un gazebo al lato estremo della piscina. Un sentiero pavimentato e dal per­corso sinuoso conduceva, attraver­so un boschetto di pini marittimi, a una serie di gazebo che coronavano la piscina. Il luogo era molto bello. Ma le voci che mi arrivarono da uno di essi non lo erano altrettanto: quella della donna era beffarda, quella dell'uo­mo cupa e monotona.

- Non è così strano, Claudia - stava dicendo l'uomo. - Tu puoi rovinare la tua vita e anche la mia, anche la mia. E infine arriverai a un punto dal quale non potrai più tornare indietro... Avresti dovuto imparare qualcosa da ciò che è suc­cesso a tuo padre.

- Lascia fuori mio padre da questa storia.

- E come posso? Ieri sera ho telefonato a tua madre a Firenze, e mi ha detto che tu lo stai ancora cercando. È una impresa vana, Claudia. Probabilmente tuo padre è morto da anni.

- No! Papà è vivo. E questa volta lo troverò.

- Per dargli la possibilità di piantarti in asso un'altra volta?

- Non mi ha mai piantato in asso.

- Tua madre non è di questo parere. Vi ha mollate tutte e due e ha preso il volo dietro a una sottana.

- Non è vero. - Alzò la voce - Non devi dire queste cose sul conto di mio padre.

- Le posso dire se sono vere.

- Non voglio sentirle! - gridò. - Vattene via ! Lasciami sola !

- No. Tu tornerai a casa a Firenze con me e salverai le appa­renze. Me lo devi, dopo vent'anni.

Per un attimo vi fu silenzio. Dai cespugli circostanti mi arrivò il cica­leccio degli uccellini. La donna parlò di nuovo, ma questa volta con un tono più pacato e più se­rio.

- Mi dispiace, Giorgio, sincera­mente, ma anche tu dovrai arrenderti. Ho sentito troppe volte le co­se che dici, e ormai non mi fanno più effetto.

- Ma tu sei sempre tornata - disse lui, con una nota di speranza nella voce.

- Questa volta no.

- Devi farlo, Claudia. - La nota di speranza si era tramutata in una sorta di minaccia.

- Non osare toccarmi - disse lei.

- Ho dei diritti su te. Sei mia moglie.

Sembrava che l'uomo dicesse e facesse solo le cose sbagliate. Lo sa­pevo per esperienza, perché anch'io le avevo dette e fatte molte volte. La donna lanciò un piccolo grido che ne faceva presagire uno più forte.

Al di là del cespuglio, il sentiero pavimentato conduceva al gazebo. L'uomo aveva immobilizzato la donna fra le sue braccia e la stava baciando sui capelli. Lei aveva il viso rivolto nella mia direzione; i suoi occhi erano freddi, come se i baci del marito la congelassero.

- Lasciami andare, Giorgio. Ab­biamo ospiti.

- Lui la lasciò e si fece da parte, col viso congestionato e gli occhi umidi. Era un uomo di mezza età che si moveva goffamente, come se l'intruso fosse lui e non io.

- Questa è mia moglie - dis­se più come giustificazione che co­me presentazione.

- Perché gridava?

- Niente di particolare - in­tervenne la donna. - Non mi sta­va facendo del male. Ma è meglio che tu vada, ora, Giorgio, prima che succeda qualcosa.

- Ti devo ancora parlare - ri­spose il marito, sollevando una ma­no verso di lei.

- Non faresti che agitarti di nuovo.

- Ma ho il diritto di perorare la mia causa! Non puoi liquidarmi senza neanche darmi l'opportunità di parlare. Io non sono un crimi­nale come tuo padre. Eppure an­che i criminali hanno il diritto di parlare alla Corte. Devi concedermi questo.

Era molto agitato e questo gene­re di eccitazione avrebbe potuto fa­cilmente trasformarsi in violenza.

- È meglio che ve ne andiate, signor Grazioli.

Mi fissò con uno sguardo da fa­natico. Gli mostrai un vecchio di­stintivo da agente speciale che por­tavo con me. Lo esaminò da vici­no come se fosse una rarità.

- Va bene, andrò. - Fece die­tro-front e si mosse verso l’albergo. - Ma non tanto lontano - gridò.

La donna sospirò, e cercò di riordinarsi i capelli scompigliati. Aveva un'acconciatura vaporosa, da bam­bola, che non andava d'accordo con i suoi quarantanni o giù di lì; ma, contrariamente a quel che mi ave­va detto Betty, non era per niente brutta: aveva un corpo flessuoso e un viso simpatico e triste. Una cosa mi infastidì: un certo suo modo di guardare diffidente e opaco.

- Siete arrivato al momento giu­sto - mi disse. - Non si riesce mai a immaginare fin dove Giorgio si possa spingere.

- Questo vale per tutti.

- Siete il poliziotto addetto all’albergo?

- Lo sto sostituendo.

Mi squadrò dall'alto in basso.

- Vi devo un drink. Va bene se ve lo offro nella mia suite?

- Con ghiaccio, per favore.

- A proposito, mi chiamo Claudia Grazioli. – disse avviandosi verso l’albergo.

Le dissi il mio nome. Restammo in silenzio fino alla sua suite. Una volta entrati mi fece ac­comodare in salotto e se ne andò in un’altra stanza. Appesa alle pareti c'era una serie dì stampe inglesi con scene di caccia alla volpe. Mentre fingevo ostentatamente di ammirare le stam­pe, mi avvicinai a un uscio aperto che dava sulla camera da letto e guardai dentro. Sul letto più vicino all'uscio c'era una valigia aperta, e dentro la valigia la scatola d'oro.

Per un attimo fui tentato di en­trare e prenderla, ma l'avvocato Orazi non avrebbe approvato. E poi, anche senza tener conto di lui, probabilmente non l'avrei fatto. Co­minciavo ad avere la sensazione che il furto della scatola non fosse che un fatto secondario. E forse il suo valore non stava solo nell'oro e ne­gli sbalzi rinascimentali.

Comunque, entrai nella camera da letto e sollevai il coperchio del­la scatola. Era vuota. Udii arriva­re dalla cucina la signora Grazioli e retrocedetti nella sua direzione. La donna chiuse l'uscio della camera.

- Questa camera non verrà usata.

- Che peccato!

Mi lanciò uno sguardo sorpreso, come se non si fosse resa conto del­la sua rozza ingenuità, e mi porse il bicchiere.

- Ecco - disse.

Andò di nuovo nell’altra stanza e tor­nò con una bevanda scura per sé. Dopo due o tre sorsate i suoi occhi cominciarono a farsi più acquosi e lucenti, e il pallore diminuì. Era u­na bevitrice, pensai, e io mi trovavo lì soltanto perché non voleva bere da sola.

Scolò il bicchiere in un batter d'occhio e lo riempì di nuovo. Poi sprofondò in una poltrona di fron­te a me. Mi sentivo bene. Il salotto era spazioso e tranquillo e dalla porta aperta giungevano i rumori del giardino. Dovevo infrangere quell'atmosfera.

- Stavo ammirando la vostra scatola d'oro - dissi. - È fiorenti­na?

- Credo di sì - rispose senza indugio.

- Non ne siete certa? Sembra di molto valore.

- Veramente? Ve ne intendete?

- No. Stavo solo pensando in termini di sicurezza. Io non la la­scerei così a portata di mano.

- Grazie per il consiglio - ri­spose brusca. Tacque e continuò a bere. - Non volevo essere sgarbata - aggiunse poi - ma ho tante di quelle cose per la testa. - Si chinò in avanti. - Da quanto tempo fa­te questo mestiere?

- Vent'anni, contando il servi­zio nella polizia.

- Eravate nella polizia? Forse potete aiutarmi. Mi tro­vo coinvolta in una situazione piut­tosto complicata. Ora non me la sento di spiegarvi tutto, ma ho assunto un certo Sandro Pesce per­ché venisse qui con me. Si era fat­to passare per un detective, ma poi ho scoperto che era un assicuratore. È molto abile nel maneggiare la leva di traino. Ed è anche pericoloso. - Vuotò il bicchiere e rabbrividì.

- Come fate a sapere che è pe­ricoloso?

- Per poco non uccideva il mio boy-friend. È molto rapido anche nel maneggiare la pistola.

- Avete un boy-friend?

- Lo chiamo io così - rispose con un mezzo sorriso - ma in real­tà siamo come fratello e sorella, o padre e figlia... volevo dire madre e figlio. - II sorriso si tramutò in una smorfia.

- Come si chiama?

- Questo non ha nulla a che ve­dere con quello che sto per dirvi. Dicevo, l'altra sera questo Sandro Pesce per poco non lo uccideva.

- Dove è successo?

- Proprio di fronte alla casa del mio boy-friend. Solo allora mi so­no resa conto che Pesce era un violento e quindi non mi serve più. Ha in mano una fotografia e tutto il materiale, ma non sta concluden­do nulla. Però non ho il coraggio di andare a chiedergli di ridarmeli.

- E vorreste che ci andassi io?

- Forse. Non voglio ancora compromettermi. - Parlava con la insulsa prudenza di una donna che non nutre alcun vero sentimento nei confronti degli uomini e che quin­di prende sempre le decisioni sba­gliate nei loro riguardi.

- Che cosa dovrebbe fare Sandro con quella fotografia e tutto il materiale?

- Scoprire certi fatti - rispose cauta. - Per questo l'ho assunto. Ma ho commesso l'errore di dargli del denaro in anticipo e lui non ha fatto altro che stare nella sua stan­za d'albergo a bere. Sono due gior­ni che non sì fa vivo.

- Quale albergo?

- Il «Riviera Motel», a Fiumicino.

- Com'è che siete in relazione con Sandro Pesce?

- Non sono in relazione con lui. Un tale che conosco lo condusse a casa mia la settimana scorsa. Ave­va un'aria così attenta, così attiva, che credetti di aver trovato in lui l'uomo di cui avevo bisogno. - Sol­levò il bicchiere e lo prosciugò delle ultime gocce - Mi aveva fatto ricordare mio padre, quando era giovane. Per un attimo si perse nei ricordi, ma le sue emozioni erano molto va­riabili. La breve felicità che le ave­vo letto negli occhi non durò che un attimo.

Si alzò e si avviò verso la cucina, poi si fermò di colpo, come se aves­se urtato contro un'invisibile parete di vetro.

- Sto bevendo troppo - sen­tenziò. - E sto parlando troppo. Posò il bicchiere, tornò sui suoi passi, si piantò davanti a me e mi studiò sospettosa, come se io fossi la fonte della sua infelicità.

- Volete farmi una cortesia? - disse. - Andatevene e dimenticate tutto quello che vi ho detto.

La ringraziai per il drink e guidai verso Fiumicino e il «Riviera Motel»

martedì 24 giugno 2008

TRE

Lungo la strada che portava all'Università, mi fermai a una stazio­ne di rifornimento e da qui chiamai l'appartamento di Nicholas. Rispose una voce femminile.

- Casa Nicholas Mori.

- C'è il signor Mori?

- No. - Parlava in tono mec­canico e professionale. - Io sono la segreteria telefonica.

- Dove potrei trovarlo? È im­portante.

- Non so dove sia. - Una sot­tile nota di ansietà, non del tutto professionale, incrinò per un attimo la sua voce. - Riguarda forse il fat­to che non ha dato gli esami?

- Potrebbe darsi. Siete una sua amica?

- Sì. In verità non sono la se­greteria telefonica, sono la fidanzata di Nicholas.

- La signorina Orazi?

- Ma io vi conosco?

- Non ancora. Siete nell'appar­tamento di Nicholas?

- Sì. Sareste per caso un consu­lente legale ?

- Approssimativamente parlan­do, sì. Mi chiamo Alfonsi. Volete aspettarmi lì, Signorina Orazi? E se Nicholas si facesse vivo, volete trat­tenerlo finché arrivo?

- Farei qualsiasi cosa per aiuta­re Nicholas - rispose, come se fosse chiaro che Nicholas necessitava dì aiuto.

L'Università era situata in prossimità della stazione. Da lontano, l'insieme dei suoi edifici sembravano misteriose costruzioni preistoriche. Eravamo nella terza settimana di gennaio, dunque si stavano svolgen­do gli esami. Gli studenti che in­contrai avevano tutti un'aria seria e preoccupata.

Ero stato anch'io lì dentro, anni prima, ma non per molto tempo. Frattanto la popolazione studente­sca si era moltiplicata e tutt'intorno erano sorti gli edifici con le abi­tazioni degli studenti.

Nicholas viveva in una casa a cin­que piani. Salii con l'ascensore e trovai la porta del suo appartamento. Nu­mero 51.

La ragazza aprì prima ancora che io bussassi. Rimase un po' male nel vedere che ero io. Aveva capelli biondi, lisci, che le ricadevano sul­le spalle. Sembrava sui vent'anni.

- Nicholas non c'è? - domandai.

- No, purtroppo. Voi siete il si­gnor Alfonsi, vero?

-

Mi studiò un poco e si rese conto che ero più vecchio di quanto aves­se pensato.

- Siete veramente un consulen­te legale?

- Te l’ho detto. Ho dato un sac­co di consigli, ma più come dilet­tante che come professionista.

- E come professionista, cosa fate?

Il suo tono era amichevole. Gli occhi, sinceri e sensibili, pronti per essere disincantati. Ma io non vole­vo che questo accadesse. Era comun­que la più bella cosa che avessi in­contrato da un po' di tempo.

- Ho paura che se te Io dico, non vorrai più parlare con me.

- Siete un poliziotto, vero?

- Lo ero. Ora sono un investi­gatore privato.

- Avete ragione. Non voglio parlare con voi. - Era in stato di allarme. Lo sguar­do si era fatto più attento.

- Sono stati i genitori di Nicholas a mandarvi qui a parlare con me?

- E come avrebbero potuto? Come potevano sapere che eri qui? Comunque, dal momento che stia­mo parlando, non potresti farmi en­trare?

Dopo un attimo di esitazione, si fece da parte e mi lasciò entrare. L’unica stanza, che fungeva da salotto e camera da letto, era arredata con mobili di lusso ma di gusto piuttosto antiqua­to. Era il genere di mobilia che i Mori avrebbero potuto com­prare per il figlio senza consultarlo prima.

La stanza era anonima. Nessun quadro alle pareti. Le uniche cose personali erano i libri negli scaffali : testi di politica, legge, psicologia e psichiatria.

- Nicholas non lascia molte tracce di sé - osservai alla ragazza.

- No. È un ragazzo... un uomo molto riservato.

- Ragazzo o uomo?

- Sta cercando di decidersi in proposito.

- Quanti anni ha Nicholas?

- Ha compiuto i ventitré lo scorso mese, il 14 di dicembre. Prenderà la laurea con sei mesi di ritardo perché alcuni anni fa ha per­ tutto un semestre. Cioè, prenderà la laurea se riuscirà a completare gli esami. Ne ha perduti tre su quat­tro, ora.

- Come mai?

- Non per problemi di studio. Nicholas è uno studente molto brillan­te. In scienze politiche è quello che si dice un califfo, e ha intenzione di perfezionarsi in legge l'anno pros­simo. - Parlava con un tono irrea­le come se stesse recitando un so­gno o tentasse di fermare una spe­ranza.

- E allora, quali sono i suoi pro­blemi?

- Problemi di vita, problemi esistenziali, come li chiamano. - Fe­ce un passo verso di me. - Im­provvisamente è diventato indiffe­rente.

- Nei tuoi confronti?

- Se fosse solo questo, potrei an­che sopportarlo. Ma ha tagliato con tutto. La sua vita stessa è cambiata, in questi ultimi giorni.

- Droga?No, non - credo. Nicholas ne conosce i pericoli.

- Ma qualche volta il rischio è un'attrazione.

- Capisco quello che volete di­re.

- Te ne ha mai parlato?

- Parlato di cosa? - Sembrava confusa, ora.

- Di questo cambiamento nel­la sua vita.

- No. Il fatto è che c'è di mez­zo un'altra donna, una donna più vecchia. - Era pallida di gelosia.

- Forse non è completamente in sé - dissi, cercando di aiutarla.

- Lo so - rispose prendendo lettera le mie parole. - Sta facendo cose che non farebbe certo se fose padrone della sua volontà.

- Dimmi le cose che fa.

Mi guardò a lungo, molto a lun­go-

- Non posso. Non vi conosco nemmeno.

- Tuo padre mi conosce. Sul serio?Telefonagli, se non mi credi.

Guardò per un attimo il telefono che stava su un tavolino accanto al sofà. - Questo significa che voi la­vorate per i Mori. Sono clienti di papa. Non risposi.

- Perché i genitori di Nicholas vi hanno assunto?

- Stai perdendo tempo. Ricor­dati questo: noi due vogliamo che Nicholas ritorni se stesso. Dobbiamo aiu­tarci reciprocamente, tu ed io.

- Come posso aiutarvi?

Ebbi la sensazione che stesse per cedere.

- Hai bisogno di parlare con qualcuno - risposi. - Raccontami cosa sta combinando Nicholas.

Mi accorsi di essere ancora in piedi, come un ospite non gradito. Mi sedetti sul divano. La ragazza si avvicinò.

- Se lo faccio, voi poi non andrete a raccontarlo ai suoi genitori?

- No. Ma cos'hai contro i suoi genitori?

- Nulla. Sono gente simpatica, sono sempre stati nostri amici. Ma il signor Mori è piuttosto duro con Nicholas; sono molto diversi. Per esempio, Nicholas ha un atteggiamento molto critico nei confronti delle università private ed esclusive. Ha studiato in una università molto esclusiva e severa e questo gli ha creato una forma mentale piuttosto rigida.

- Dove ha studiato?

- Alla “Saint Patrick”. È con­vinto che Nicholas sia un ribelle. Ma non Io è. Devo ammettere che una volta era piuttosto selvaggio. Ma la cosa risale a molti anni prima che Nicholas si mettesse seriamente a studiare. Ora andava avanti così bene, fi­no alla settimana scorsa... Poi im­provvisamente tutto è franato.

Aspettavo. Si sedette accanto a me, disarmata come un passerotto. Irrigidì il viso e strinse gli occhi, nel tentativo di frenare le lacrime.

- Credo che alla base dì tutto ci sia quella donna - continuò. - Come potrei non essere gelosa? Mi ha buttato da parte come un vec­chio giocattolo e si è messo con una
donna che potrebbe essere sua ma­dre, per di più sposata.

- Come sai tutto questo?

- Nicholas me l'ha presentata come la signora Grazioli. Deve abitare fuo­ri città... il nome Grazioli non figura sull’elenco telefonico.

- Ti ha presentato a lei?

- Ve l'ho costretto io. Li avevo visti insieme da “Corsetti”. Andai ai loro tavolo e rimasi lì finché Nicholas non si decise a presen­tarmi a lei e a un altro signore, un certo Sandro Pesce, un assicuratore di Firenze.

- Te lo ha detto Nicholas, questo?

- No, l'ho scoperto io.

- Sei un'abile investigatrice !

- Infatti. In genere preferisco non impicciarmi degli affari altrui.

- Sorrise. - Ma a volte capita che sia necessario farlo. Così, appro­fittando di un attimo di distrazione del signor Pesce, presi il suo biglietto del parcheggio. L'aveva lasciato sul tavolo, vicino al piatto. Poi andai fuori, al parcheggio, e chiesi al custode di mostrarmi la macchina cui si riferiva il taglian­do. Era una vecchia berlina, una carcassa col finestrino posterio­re rotto. Presi il suo nome e indi­rizzo dal libretto di circolazione e telefonai a Firenze. E così scoprii che l'indirizzo corrispondeva a una assicurazione. Qui mi hanno riferito che il signor Pesce era in ferie, ma non ci ho creduto.

- Perché?

- Non ho finito - rispose con impazienza. - Quando incontrai Nicholas al ristorante era giovedì, a mezzogiorno. Venerdì sera vidi ancora la vecchia berlina. Era parcheggiata davanti a casa Mori. Noi abitiamo proprio di fron­te, dall'altra parte della strada, e dal mio studio vedo la loro casa. per essere certa di non sbagliarmi, andai fuori a controllare il libretto. Erano circa le nove di venerdì. La macchina era proprio quella. Qual­cuno deve avermi sentito chiudere la portiera, perché il signor Pesce uscì di corsa da casa Mori e mi chiese che cosa stessi facendo. Io a mia volta gli rivolsi la stessa doman­da, e allora lui mi diede uno schiaf­fo e cominciò a torcermi il braccio. Forse gridai, non so, comunque ar­rivò Nicholas e con un pugno mise a terra Pesce, il quale appena fu in piedi prese una rivoltella dalla sua auto e per un attimo temetti che volesse sparare a Nicholas. Aveva­no tutti e due uno sguardo strano, come se fossero entrambi sul punto di morire. E come se realmente vo­lessero uccidersi l'un l'altro, e esse­re uccisi. Mi spiego?

Conoscevo bene quell'espressione di odio. L'avevo vista durante il mio lavoro di poliziotto, e anche dopo, troppe volte!

- Ma arrivò la donna - conti­nuò la ragazza - e li fermò. Or­dinò al signor Pesce di salire in macchina. Poi salì anche lei e se ne andarono. Nicholas mi disse che era spiacente per quanto era ac­caduto, ma che non poteva spiegar­mi nulla. Tornò in casa e si chiuse dentro a chiave.

- Come sai che si chiuse a chiave?

- Cercai di entrare. I suoi geni­tori erano a Capalbio e lui mi era sembrato così sconvolto. Non chiedetemene i motivi. L'unica cosa che so di certo è che è lei che lo tampina, che non lo lascia in pace.

- Come fai a saperlo?

- È il classico tipo di donna che fa queste cose. È una falsa bionda, con la bocca rossa e umida e occhi velenosi. Ma non posso capire come mai Nicholas abbia potuto perdere la testa per lei.

- Che cosa te lo fa pensare?

- Il modo in cui lei gli parlava, come se Nicholas fosse una cosa di sua proprietà. - Parlava evitando di guardarmi.

- Hai riferito a tuo padre di questa donna? - Scosse il capo.

- No, lui sa che io sto passan­do dei guai per via di Nicholas, ma non posso raccontargli questo. Met­terebbe Nicholas troppo in cattiva luce.

- E tu vuoi sposare Nicholas.

- È tanto tempo che aspetto. - Si voltò a guardarmi. - Inten­do sposarlo, che io padre voglia o no. Certo, preferirei avere anche la sua approvazione.

- Ma lui è contrario a Nicholas? Il suo viso sembrò più magro.

- Lui sarebbe contrario a qualsiasi marito. Mia madre venne uccisa che era più giovane di me … Mio padre non si è più risposato, per il mio bene. Vorrei tanto invece che per il mio bene l'avesse fatto.

Parlava con la controllata enfasi di una giovane donna che ha già molto sofferto.

- Quanti anni hai, Elisabetta?

- Venticinque. Mi chiami Betty per favore.

- Da quanto tempo non vedi Nicholas?

- Da venerdì sera.

- E da allora lo stai aspettando qui?

- Gran parte del tempo l'ho passato qui. Papà si ammalerebbe se io non tornassi a casa a dormire. Tra parentesi, Nicholas non ha più dor­mito in questo letto da quando lo sto aspettando.

- E cioè?

- Da sabato pomeriggio. Se vuole dormire con lei, lasciamolo fare - aggiunse con tono dispe­rato.

A questo punto squillò il telefono. Betty si precipitò a rispondere. Do­po aver ascoltato per un momento, parlò piuttosto torva.

- Qui è la segreteria telefonica del signor Mori... No, non so dove sia... Il signor Mori non mi ha informato... - Ascoltò di nuovo. Da dove ero seduto, potevo sentire nel ricevitore una voce di donna piuttosto ansiosa, ma non riuscii ad afferrare le parole. Betty le ripetè a voce alta : - «II signor Mori deve stare lontano dall’Holiday Inn», Capisco. «Vostro marito vi ha seguita là.» Devo dirgli questo?... Va bene.

Depose il ricevitore molto lenta­mente, come se fosse carico di esplosivo. Il sangue le salì dal collo al viso, in un impeto dì emozione.

- Era la signora Grazioli - disse.

- Già. Mi pare di aver capito che si trova all’Holiday.

- Sì. Con suo marito.

- Andrò a fargli una visita.

- E io me ne vado a casa - sbottò all'improvviso. - Non ho intenzione dì rimanere qui in eter­no ad aspettare. È umiliante.

Insieme prendemmo l'ascensore.

- Vi ho confessato tutti i miei segreti - disse mentre scendevamo - Cosa fate voi alla gente?

- Nulla. La gente ama parlare di ciò che la fa soffrire. Qualche volta serve a soffrire un po' meno.

- Credo proprio di sì.

- Posso farti ancora una do­manda dolorosa?

- Tanto oggi è la giornata !

- Come fu uccisa tua madre?

- Investita da una macchina, proprio di fronte a casa.

- Chi guidava la macchina?

- Nessuno lo sa e meno di tutti io. Ero ancora molto piccola.

- Il solito pirata della strada?

Annuì. L'ascensore arrivò al pian­terreno. Insieme andammo al par­cheggio. Partì su una due-posti ros­sa, le gomme stridettero sull'asfalto.