giovedì 12 giugno 2008

DUE

Via Dandolo sorgeva, come un gi­rone del purgatorio, nella zona re­sidenziale, in cima a una collinetta che dominava Viale Trastevere. La dimora dei Mori, in stile spagnolo, doveva esser stata costrui­ta negli anni trenta-quaranta, ma i suoi bianchi muri brillavano immacolati nella luce mattutina. At­traversai il giardino cintato e bussai alla porta d'ingresso in ferro battu­to. Un servitore vestito di nero, con un viso che sarebbe stato bene in un monastero spagnolo, aprì la porta, prese nota del mio nome e mi la­sciò ad aspettare nell'atrio. Era un enorme stanzone a due piani che mi fece sentire piccolo e, per reazione, autosufficiente.

Il mio sguardo arrivava fin den­tro l'immenso soggiorno. Le pareti erano piene di quadri moderni. La soglia era dotata di un cancello in ferro battuto nero, alto quanto me, che conferiva al luogo un'atmosfe­ra da museo.

Dal giardino mi venne incontro una donna bruna. In mano aveva un paio di forbici da potatura e una rosa rossa. Depose le forbici su un tavolinetto nella hall, ma si tenne la rosa che aveva lo stesso colore della sua bocca.

Il suo sorriso era luminoso e incer­to.

- Chissà perché - disse - pen­savo che foste più vecchio.

- Sono più vecchio di quello che sembro.

- Ma io ho chiesto a Giovanni Orazi di mandarmi il titolare dell'agenzia!

- La mia agenzia sono io. Mi servo della collaborazione di altri in­vestigatori soltanto in caso di neces­sità. La mia non è una grossa azien­da, se è questo che volete.

- No. Voglio soltanto qualcuno di veramente capace. Avete già esperienze con... be'... - con la ma­no indicò prima se stessa e poi l'am­biente che la circondava ... - con gente come me?

- Non vi conosco abbastanza per potervi rispondere.

- Ma siete voi la persona di cui stiamo parlando.

- Suppongo che l'avvocato Orazi mi abbia raccomandato e che vi abbia detto che ho molta esperienza.

- Credo di avere il diritto di far­vi anch'io delle domande, o no?

Il suo tono era spavaldo e insicuro nello stesso tempo; era il tono di una bella donna che aveva sposa­to i quattrini e la posizione sociale ma che non dimenticava mai come fosse facile perdere tutto.

- Prego, signora Mori, fate pure le vostre domande.

Incontrò il mio sguardo e lo trat­tenne, come se volesse leggere nella mia mente. I suoi occhi neri aveva­no un'espressione intensa e ostinata.

- Ecco ciò che voglio sapere. Se voi trovate la scatola fiorentina... penso che Orazi vi abbia parla­to della scatola d'oro, vero?

- Mi ha detto che è scomparsa. Annuì.

- Supponiamo che la troviate e che troviate anche il ladro... e poi? Voglio dire, non andrete di corsa dalle autorità a raccontare tutto?

- No, a meno che non ne siano già state informate.

- No, e non Io saranno. Voglio che tutta questa storia resti segreta. Non avevo nemmeno intenzione di parlarne con Orazi, ma me l'ha strappata. Comunque, di lui mi fido. Credo.

- E di me, pensate di non fidar­vi? - domandai sorridendo.

Mi diede un colpettino sulla guan­cia con la rosa e poi la buttò sul pa­vimento di piastrelle.

- Andiamo nello studio - fu la sua risposta. - Parleremo meglio.

Mi guidò su per una breve ram­pa di scale, verso un uscio di legno di quercia finemente intarsiato. Pri­ma che l'uscio si chiudesse dietro le nostre spalle, vidi il servitore, giù nel­la hall, che raccoglieva le forbici e la rosa.

Lo studio era una sala molto au­stera; grosse travi di legno scuro so­stenevano il bianco soffitto inclinato. Una finestrella con inferriate dava alla stanza l'aspetto di una cella. Contro le pareti c'erano scaffali pie­ni di vecchi libri di giurisprudenza. Sulla parete di fronte era appeso un grande quadro a olio, che rappresentava Trastevere ai vecchi tem­pi.

La signora Mori mi fece ac­comodare su una sedia girevole di fronte a una scrivania.

- Questi mobili non vanno d'ac­cordo con il resto dell'arredamento - disse, come se la cosa fosse im­portante - ma questa era la scri­vania di mio suocero e la sedia sul­la quale siete seduto era quella che lui usava in tribunale. Era giudice.

- Me lo ha detto l'avvocato Orazi.

- Sì, Orazi lo conosceva. Io no. Morì molto tempo fa, quando Lorenzo era ancora un ragazzino. Ma mio marito ancora venera la terra su cui suo padre ha cammi­nato.

- Non vedo l'ora di conoscere vostro marito. È in casa?

- No. È andato dal medico. Questo furto lo ha sconvolto. Co­munque, non desidero che gli parliate.

- Sa che son qui?

Si appoggiò a una vecchia tavola da refettorio. Prese una sigaretta da una scatola d'argento e l'accese con un accendino. Cominciò a fumare furiosamente, e creò una cortina az­zurra di fumo tra di noi.

- Lorenzo pensava che non fosse una buona idea, quella di ser­virsi di un detective privato. Ma io ho deciso diversamente.

- Quali erano le sue obiezioni?

- Mio marito ama la sua inti­mità. E questa scatola che è stata rubata... be', era un regalo fatto a sua madre da un suo ammiratore. Io non dovrei saperlo, ma lo so. - II suo sorriso era forzato. - Per di più, sua madre conservava le lette­re in questa scatola.

- Le lettere dell'ammiratore?

- Le lettere di mio marito. Lorenzo, durante il periodo che passò in collegio, le scrisse un sacco di lettere, e lei le conservò nel­la scatola. Ora anche le lettere sono scomparse... non che siano di grande valore, eccetto per Lorenzo, s'intende.

- E la scatola è di valore?

- Credo di sì. È tutta ricoperta d'oro, incisa a mano. È un'opera del Rinascimento fiorentino. Lo sbalzo sul coperchio rappresenta due aman­ti.

- È assicurata?

Scosse il capo e accavallò le gam­be.

- Non sembrava necessario. Non l'abbiamo mai tolta dalla cassaforte. E non avremmo mai pensa­to che la cassaforte potesse venire aperta.

Chiesi di vedere questa cassaforte. La signora Mori staccò il dipin­to dalla parete. Dietro, incassata nel muro, c'era una cassaforte cilindrica. La signora girò il quadrante diverse volte e l'aprì: aveva un diametro di circa quaranta centimetri ed era completamente vuota.

- Dove tenete i gioielli, signora Mori?

- Non ne ho molti e non val­gono gran che. Quel poco che ho, lo tengo in una scatola in camera mia. Avevo portato questa scatola con me a Capalbio. Eravamo là quando è stato commesso il furto.

- Da quanto tempo manca la scatola d'oro?

- Vediamo. Oggi è martedì. L'ho vista nella cassaforte giovedì sera. La mattina seguente siamo par­titi. Deve essere stata rubata dopo la nostra partenza, quindi saranno quattro giorni o meno. Ho guarda­to nella cassaforte ieri sera appena
tornata; non c'era più.

- Perché avete guardato nella cassaforte?

- Non lo so, sinceramente non lo so - rispose, e sembrava proprio una bugia.

- Avevate forse qualche sospet­to che potesse essere stata rubata?

- No. Assolutamente.

- E che mi dite del vostro do­mestico?

- Emilie è fuori causa. Posso garantire per lui.

- Non è stato rubato altro?

Rifletté prima di rispondere.

- Non credo. Tranne le lettere, naturalmente, le famose lettere.

- Erano importanti?

- Sì, per mio marito, come vi ho detto. È per sua madre, natural­mente. Ma lei è morta da tanto tem­po. Io non l'ho mai conosciuta. - Sembrava crucciata, come se le fosse stata ne­gata una benedizione materna e si sentisse ancora defraudata.

- Che motivi poteva avere un ladro di prendere le lettere?

- Non chiedetelo a me. Forse le ha prese per il semplice fatto che si trovavano nella scatola. - Fece una smorfia. - Se le ritroverete, non datevi pena di riportarle. Le cono­sco abbastanza.

- Le conoscete?

- Mio marito le leggeva a voce alta a Nicholas.

- Dov'è vostro figlio?

- Perché?

- Vorrei parlargli.

- Non potete. - Aggrottò la fronte. Dietro la maschera della bel­lezza si nascondeva una donna sciu­pata, stanca. - Avrei preferito che l'avvocato Orazi mi avesse man­dato qualcun altro. Qualsiasi altro - aggiunse.

- In che cosa ho sbagliato?

- Fate troppe domande. State mettendo il naso nei nostri affari di famiglia, e io vi ho già detto di più di quanto dovessi.

- Potete fidarvi di me - rispo­si, ma subito mi pentii di queste pa­role.

- Posso davvero?

- Altri lo hanno fatto. - Ave­vo la sensazione di legarmi le mani. Ma desideravo rimanere con quella donna e occuparmi del suo stupido, strano caso. La signora Mori aveva quel genere di bellezza che ti fa desiderare di scoprirne la storia.

- E sono certo che l'avvocato Orazi vi consiglierebbe di non essere reticente con me - dissi an­cora. - Quando un avvocato mi assume, sono tenuto, come lui, al segreto professionale.

- Che significa esattamente?

- Significa che nessuno può for­zarmi a dire tutto quello che viene a mia conoscenza. Nemmeno un tri­bunale.

- Capisco. - Mi aveva preso alla sprovvista e io avevo venduto me stesso, e ora, in un certo senso, lei poteva comprarmi, e non necessa­riamente con denaro. - Se mi pro­mettete di tenere la bocca chiusa, anche con Orazi, vi dirò qualco­sa. Questo non può essere un furto normale.

- Sospettate che sia opera di qualcuno della casa? Sulla cassaforte non vi sono segni di effrazione.

- Anche Lorenzo l'ha notato. Per questo non voleva che voi vi occupaste del caso. Non voleva nem­meno che Io dicessi a Orazi.

- Vostro marito ha qualche pre­ciso sospetto?

- Non l’ha detto, ma temo che pensi a Nicholas

- Nicholas è già stato nei guai pre­cedentemente?

- Non questo genere di guai. - La sua voce si era fatta fievole. Sembrava che tutto il suo corpo avesse subito un tracollo, come se il pensiero del figlio fosse un peso che la opprimesse.

- Guai di che genere?

- Cosiddetti problemi emotivi. Si ribellò contro Lorenzo e me, senza nessuna ragione plausibile, e a diciannove anni scappò dì casa. Ci rivolgemmo ad una Agenzia specializzata che lo trovò dopo mesi di ricerche e tutta la storia ci costò migliaia dì euro.

- Dov'era?

- In giro. Lavorava. Il nostro psichiatra, comunque, dice che que­sta esperienza gli ha fatto bene. In­fatti ora è tranquillo, studia, si è persine fidanzato. - Parlava con una sorta di orgoglio o forse di spe­ranza, ma i suoi occhi erano cupi.

- E voi non pensate che sia sta­to lui a rubare la scatola, vero?

- No, non lo credo. - Sollevò il viso. - Voi non sareste qui se io avessi questa convinzione.

- Nicholas sa aprire la cassaforte?

- Ne dubito. Non gli abbiamo mai dato la combinazione.

- Ho notato che la sapete a me­moria. Non l'avete per caso scritta da qualche parte?

- Sì.

Aprì l'ultimo cassetto a destra del­la scrivania, lo tolse completamente e lo capovolse rovesciandone il con­tenuto. Sul fondo del cassetto, incol­lato con un nastro adesivo, c'era un foglietto di carta con dei numeri scritti a macchina. Il nastro era in­giallito dagli anni e il foglietto di carta così logoro che a stento si riu­sciva a decifrare la formula.

- Abbastanza facile da trovare - commentai. - Vostro figlio ha forse bisogno di denaro?

- Non saprei per cosa. Gli dia­mo sei o settecento euro al mese, e anche di più se gli occorrono.

- Mi avete accennato a una ra­gazza.

- Sì, è fidanzato con Elisabetta Orazi; ma non è certo una che da la caccia al denaro.

- Altre ragazze o donne, nella sua vita?

- No. - Ma la risposta fu len­ta e incerta.

- Che ne pensava della scatola?

- Nicholas? - Aggrottò la fronte come se la mia domanda l'avesse colta di sorpresa. - Effettivamente, quando era bambino gli piaceva molto. Lasciavo che lui e Betty ci giocassero. Noi... loro due fingevano che fosse il vaso di Pandora.

Rise un poco. Tutto il suo corpo stava sognando il passato. Poi l'e­spressione degli occhi cambiò di colpo. Un pensiero opprimente e pieno di sgomento venne alla superficie.

- Forse non avrei dovuto essere così assoluta nel negare... - disse con voce più sottile. - Ma ancora non posso credere che Nicholas abbia rubato la scatola. Nicholas è stato sem­pre molto onesto con noi.

- Gli avete chiesto se l'aveva presa lui?

- No. Non l'abbiamo ancora vi­sto da quando siamo tornati. Lui vi­ve nel suo appartamento vicino all'Univer­sità e ora sta dando gli ultimi esami.

- Vorrei parlargli, per lo meno per avere un sì o un no. Dal mo­mento che è sospettato...

- Per favore, non andategli a dire che suo padre sospetta di lui. Sono andati così d'accordo in que­sti ultimi due anni... non vorrei ve­dere distrutta questa armonia.

Promisi di essere prudente. Senza nessuna ulteriore richiesta, mi fornì indirizzo e numero telefonico di Nicholas. Li scrisse su un foglietto di car­ta con una grafia infantile. Poi guar­dò l'orologio.

- È più tardi di quanto pensas­si. Mio marito tornerà a casa per colazione.

Arrossì e le brillarono gli occhi, come se stesse per conclu­dere un appuntamento. In fretta mi riaccompagnò nella hall, dove il do­mestico vestito di nero stava impalato, con lo sguardo vacuo. L'uomo aprì la porta d'ingresso e la signora Mori praticamente mi spinse fuori.

Un uomo di mezza età, in un completo sportivo, stava scendendo da una Rolls-Royce nera ferma di fronte alla casa. Attraversò il cortile con una sorta di automatismo mili­tare, come se ogni suo passo, ogni suo gesto fossero guidati da ordini comunicatigli dall'alto. Gli occhi, nel viso magro, scavato, avevano una certa ingenua, azzurra lucentezza. Un paio di buffetti scuri caratteriz­zava la parte inferiore del suo vi­so.

Mi guardò distrattamente, poi il suo sguardo andò oltre.

- Che succede, Irene? - domandò.

- Nulla. Cioè... quest'uomo è un funzionario delle assicurazioni. È venuto per il furto.

- L'hai mandato a chiamare tu?

- Sì. - Mi lanciò uno sguardo pieno di vergogna. Stava mentendo apertamente e voleva che io le te­nessi bordone.

- È stata un'idea piuttosto scioc­ca - obiettò il marito. - La sca­tola fiorentina non era assicurata, per lo meno a quanto mi risulta. - Mi guardò interrogativamente.

- No, infatti - risposi impassi­bile. Ero furibondo con quella don­na. Aveva rovinato non solo il mio rapporto con lei, ma anche qualsiasi possibile rapporto con suo marito.

- Allora non voglio trattenervi oltre - mi disse Mori. - Vi chiedo scusa per questo errore di mia moglie. Mi dispiace che abbiate per­duto del tempo.

Mi sorrise, passandomi accanto e infilò la porta di casa, stando ben attento a non sfiorarmi. Dopo tutto, non ero che un plebeo e il contatto avrebbe potuto contaminarlo.

1 commento:

AnnaGi ha detto...

Ciao Spirit,
sai cos'ho fatto? Ho copiato questi primi due capitoli su un foglio di word, me lo spedisco in ufficio, domani lo stampo e così potrò leggerlo con calma.

Se non faccio così...

Buon we!!!