DUE
Via Dandolo sorgeva, come un girone del purgatorio, nella zona residenziale, in cima a una collinetta che dominava Viale Trastevere. La dimora dei Mori, in stile spagnolo, doveva esser stata costruita negli anni trenta-quaranta, ma i suoi bianchi muri brillavano immacolati nella luce mattutina. Attraversai il giardino cintato e bussai alla porta d'ingresso in ferro battuto. Un servitore vestito di nero, con un viso che sarebbe stato bene in un monastero spagnolo, aprì la porta, prese nota del mio nome e mi lasciò ad aspettare nell'atrio. Era un enorme stanzone a due piani che mi fece sentire piccolo e, per reazione, autosufficiente.
Il mio sguardo arrivava fin dentro l'immenso soggiorno. Le pareti erano piene di quadri moderni. La soglia era dotata di un cancello in ferro battuto nero, alto quanto me, che conferiva al luogo un'atmosfera da museo.
Dal giardino mi venne incontro una donna bruna. In mano aveva un paio di forbici da potatura e una rosa rossa. Depose le forbici su un tavolinetto nella hall, ma si tenne la rosa che aveva lo stesso colore della sua bocca.
Il suo sorriso era luminoso e incerto.
- Chissà perché - disse - pensavo che foste più vecchio.
- Sono più vecchio di quello che sembro.
- Ma io ho chiesto a Giovanni Orazi di mandarmi il titolare dell'agenzia!
- La mia agenzia sono io. Mi servo della collaborazione di altri investigatori soltanto in caso di necessità. La mia non è una grossa azienda, se è questo che volete.
- No. Voglio soltanto qualcuno di veramente capace. Avete già esperienze con... be'... - con la mano indicò prima se stessa e poi l'ambiente che la circondava ... - con gente come me?
- Non vi conosco abbastanza per potervi rispondere.
- Ma siete voi la persona di cui stiamo parlando.
- Suppongo che l'avvocato Orazi mi abbia raccomandato e che vi abbia detto che ho molta esperienza.
- Credo di avere il diritto di farvi anch'io delle domande, o no?
Il suo tono era spavaldo e insicuro nello stesso tempo; era il tono di una bella donna che aveva sposato i quattrini e la posizione sociale ma che non dimenticava mai come fosse facile perdere tutto.
- Prego, signora Mori, fate pure le vostre domande.
Incontrò il mio sguardo e lo trattenne, come se volesse leggere nella mia mente. I suoi occhi neri avevano un'espressione intensa e ostinata.
- Ecco ciò che voglio sapere. Se voi trovate la scatola fiorentina... penso che Orazi vi abbia parlato della scatola d'oro, vero?
- Mi ha detto che è scomparsa. Annuì.
- Supponiamo che la troviate e che troviate anche il ladro... e poi? Voglio dire, non andrete di corsa dalle autorità a raccontare tutto?
- No, a meno che non ne siano già state informate.
- No, e non Io saranno. Voglio che tutta questa storia resti segreta. Non avevo nemmeno intenzione di parlarne con Orazi, ma me l'ha strappata. Comunque, di lui mi fido. Credo.
- E di me, pensate di non fidarvi? - domandai sorridendo.
Mi diede un colpettino sulla guancia con la rosa e poi la buttò sul pavimento di piastrelle.
- Andiamo nello studio - fu la sua risposta. - Parleremo meglio.
Mi guidò su per una breve rampa di scale, verso un uscio di legno di quercia finemente intarsiato. Prima che l'uscio si chiudesse dietro le nostre spalle, vidi il servitore, giù nella hall, che raccoglieva le forbici e la rosa.
Lo studio era una sala molto austera; grosse travi di legno scuro sostenevano il bianco soffitto inclinato. Una finestrella con inferriate dava alla stanza l'aspetto di una cella. Contro le pareti c'erano scaffali pieni di vecchi libri di giurisprudenza. Sulla parete di fronte era appeso un grande quadro a olio, che rappresentava Trastevere ai vecchi tempi.
La signora Mori mi fece accomodare su una sedia girevole di fronte a una scrivania.
- Questi mobili non vanno d'accordo con il resto dell'arredamento - disse, come se la cosa fosse importante - ma questa era la scrivania di mio suocero e la sedia sulla quale siete seduto era quella che lui usava in tribunale. Era giudice.
- Me lo ha detto l'avvocato Orazi.
- Sì, Orazi lo conosceva. Io no. Morì molto tempo fa, quando Lorenzo era ancora un ragazzino. Ma mio marito ancora venera la terra su cui suo padre ha camminato.
- Non vedo l'ora di conoscere vostro marito. È in casa?
- No. È andato dal medico. Questo furto lo ha sconvolto. Comunque, non desidero che gli parliate.
- Sa che son qui?
Si appoggiò a una vecchia tavola da refettorio. Prese una sigaretta da una scatola d'argento e l'accese con un accendino. Cominciò a fumare furiosamente, e creò una cortina azzurra di fumo tra di noi.
- Lorenzo pensava che non fosse una buona idea, quella di servirsi di un detective privato. Ma io ho deciso diversamente.
- Quali erano le sue obiezioni?
- Mio marito ama la sua intimità. E questa scatola che è stata rubata... be', era un regalo fatto a sua madre da un suo ammiratore. Io non dovrei saperlo, ma lo so. - II suo sorriso era forzato. - Per di più, sua madre conservava le lettere in questa scatola.
- Le lettere dell'ammiratore?
- Le lettere di mio marito. Lorenzo, durante il periodo che passò in collegio, le scrisse un sacco di lettere, e lei le conservò nella scatola. Ora anche le lettere sono scomparse... non che siano di grande valore, eccetto per Lorenzo, s'intende.
- E la scatola è di valore?
- Credo di sì. È tutta ricoperta d'oro, incisa a mano. È un'opera del Rinascimento fiorentino. Lo sbalzo sul coperchio rappresenta due amanti.
- È assicurata?
Scosse il capo e accavallò le gambe.
- Non sembrava necessario. Non l'abbiamo mai tolta dalla cassaforte. E non avremmo mai pensato che la cassaforte potesse venire aperta.
Chiesi di vedere questa cassaforte. La signora Mori staccò il dipinto dalla parete. Dietro, incassata nel muro, c'era una cassaforte cilindrica. La signora girò il quadrante diverse volte e l'aprì: aveva un diametro di circa quaranta centimetri ed era completamente vuota.
- Dove tenete i gioielli, signora Mori?
- Non ne ho molti e non valgono gran che. Quel poco che ho, lo tengo in una scatola in camera mia. Avevo portato questa scatola con me a Capalbio. Eravamo là quando è stato commesso il furto.
- Da quanto tempo manca la scatola d'oro?
- Vediamo. Oggi è martedì. L'ho vista nella cassaforte giovedì sera. La mattina seguente siamo partiti. Deve essere stata rubata dopo la nostra partenza, quindi saranno quattro giorni o meno. Ho guardato nella cassaforte ieri sera appena
tornata; non c'era più.
- Perché avete guardato nella cassaforte?
- Non lo so, sinceramente non lo so - rispose, e sembrava proprio una bugia.
- Avevate forse qualche sospetto che potesse essere stata rubata?
- No. Assolutamente.
- E che mi dite del vostro domestico?
- Emilie è fuori causa. Posso garantire per lui.
- Non è stato rubato altro?
Rifletté prima di rispondere.
- Non credo. Tranne le lettere, naturalmente, le famose lettere.
- Erano importanti?
- Sì, per mio marito, come vi ho detto. È per sua madre, naturalmente. Ma lei è morta da tanto tempo. Io non l'ho mai conosciuta. - Sembrava crucciata, come se le fosse stata negata una benedizione materna e si sentisse ancora defraudata.
- Che motivi poteva avere un ladro di prendere le lettere?
- Non chiedetelo a me. Forse le ha prese per il semplice fatto che si trovavano nella scatola. - Fece una smorfia. - Se le ritroverete, non datevi pena di riportarle. Le conosco abbastanza.
- Le conoscete?
- Mio marito le leggeva a voce alta a Nicholas.
- Dov'è vostro figlio?
- Perché?
- Vorrei parlargli.
- Non potete. - Aggrottò la fronte. Dietro la maschera della bellezza si nascondeva una donna sciupata, stanca. - Avrei preferito che l'avvocato Orazi mi avesse mandato qualcun altro. Qualsiasi altro - aggiunse.
- In che cosa ho sbagliato?
- Fate troppe domande. State mettendo il naso nei nostri affari di famiglia, e io vi ho già detto di più di quanto dovessi.
- Potete fidarvi di me - risposi, ma subito mi pentii di queste parole.
- Posso davvero?
- Altri lo hanno fatto. - Avevo la sensazione di legarmi le mani. Ma desideravo rimanere con quella donna e occuparmi del suo stupido, strano caso. La signora Mori aveva quel genere di bellezza che ti fa desiderare di scoprirne la storia.
- E sono certo che l'avvocato Orazi vi consiglierebbe di non essere reticente con me - dissi ancora. - Quando un avvocato mi assume, sono tenuto, come lui, al segreto professionale.
- Che significa esattamente?
- Significa che nessuno può forzarmi a dire tutto quello che viene a mia conoscenza. Nemmeno un tribunale.
- Capisco. - Mi aveva preso alla sprovvista e io avevo venduto me stesso, e ora, in un certo senso, lei poteva comprarmi, e non necessariamente con denaro. - Se mi promettete di tenere la bocca chiusa, anche con Orazi, vi dirò qualcosa. Questo non può essere un furto normale.
- Sospettate che sia opera di qualcuno della casa? Sulla cassaforte non vi sono segni di effrazione.
- Anche Lorenzo l'ha notato. Per questo non voleva che voi vi occupaste del caso. Non voleva nemmeno che Io dicessi a Orazi.
- Vostro marito ha qualche preciso sospetto?
- Non l’ha detto, ma temo che pensi a Nicholas
- Nicholas è già stato nei guai precedentemente?
- Non questo genere di guai. - La sua voce si era fatta fievole. Sembrava che tutto il suo corpo avesse subito un tracollo, come se il pensiero del figlio fosse un peso che la opprimesse.
- Guai di che genere?
- Cosiddetti problemi emotivi. Si ribellò contro Lorenzo e me, senza nessuna ragione plausibile, e a diciannove anni scappò dì casa. Ci rivolgemmo ad una Agenzia specializzata che lo trovò dopo mesi di ricerche e tutta la storia ci costò migliaia dì euro.
- Dov'era?
- In giro. Lavorava. Il nostro psichiatra, comunque, dice che questa esperienza gli ha fatto bene. Infatti ora è tranquillo, studia, si è persine fidanzato. - Parlava con una sorta di orgoglio o forse di speranza, ma i suoi occhi erano cupi.
- E voi non pensate che sia stato lui a rubare la scatola, vero?
- No, non lo credo. - Sollevò il viso. - Voi non sareste qui se io avessi questa convinzione.
- Nicholas sa aprire la cassaforte?
- Ne dubito. Non gli abbiamo mai dato la combinazione.
- Ho notato che la sapete a memoria. Non l'avete per caso scritta da qualche parte?
- Sì.
Aprì l'ultimo cassetto a destra della scrivania, lo tolse completamente e lo capovolse rovesciandone il contenuto. Sul fondo del cassetto, incollato con un nastro adesivo, c'era un foglietto di carta con dei numeri scritti a macchina. Il nastro era ingiallito dagli anni e il foglietto di carta così logoro che a stento si riusciva a decifrare la formula.
- Abbastanza facile da trovare - commentai. - Vostro figlio ha forse bisogno di denaro?
- Non saprei per cosa. Gli diamo sei o settecento euro al mese, e anche di più se gli occorrono.
- Mi avete accennato a una ragazza.
- Sì, è fidanzato con Elisabetta Orazi; ma non è certo una che da la caccia al denaro.
- Altre ragazze o donne, nella sua vita?
- No. - Ma la risposta fu lenta e incerta.
- Che ne pensava della scatola?
- Nicholas? - Aggrottò la fronte come se la mia domanda l'avesse colta di sorpresa. - Effettivamente, quando era bambino gli piaceva molto. Lasciavo che lui e Betty ci giocassero. Noi... loro due fingevano che fosse il vaso di Pandora.
Rise un poco. Tutto il suo corpo stava sognando il passato. Poi l'espressione degli occhi cambiò di colpo. Un pensiero opprimente e pieno di sgomento venne alla superficie.
- Forse non avrei dovuto essere così assoluta nel negare... - disse con voce più sottile. - Ma ancora non posso credere che Nicholas abbia rubato la scatola. Nicholas è stato sempre molto onesto con noi.
- Gli avete chiesto se l'aveva presa lui?
- No. Non l'abbiamo ancora visto da quando siamo tornati. Lui vive nel suo appartamento vicino all'Università e ora sta dando gli ultimi esami.
- Vorrei parlargli, per lo meno per avere un sì o un no. Dal momento che è sospettato...
- Per favore, non andategli a dire che suo padre sospetta di lui. Sono andati così d'accordo in questi ultimi due anni... non vorrei vedere distrutta questa armonia.
Promisi di essere prudente. Senza nessuna ulteriore richiesta, mi fornì indirizzo e numero telefonico di Nicholas. Li scrisse su un foglietto di carta con una grafia infantile. Poi guardò l'orologio.
- È più tardi di quanto pensassi. Mio marito tornerà a casa per colazione.
Arrossì e le brillarono gli occhi, come se stesse per concludere un appuntamento. In fretta mi riaccompagnò nella hall, dove il domestico vestito di nero stava impalato, con lo sguardo vacuo. L'uomo aprì la porta d'ingresso e la signora Mori praticamente mi spinse fuori.
Un uomo di mezza età, in un completo sportivo, stava scendendo da una Rolls-Royce nera ferma di fronte alla casa. Attraversò il cortile con una sorta di automatismo militare, come se ogni suo passo, ogni suo gesto fossero guidati da ordini comunicatigli dall'alto. Gli occhi, nel viso magro, scavato, avevano una certa ingenua, azzurra lucentezza. Un paio di buffetti scuri caratterizzava la parte inferiore del suo viso.
Mi guardò distrattamente, poi il suo sguardo andò oltre.
- Che succede, Irene? - domandò.
- Nulla. Cioè... quest'uomo è un funzionario delle assicurazioni. È venuto per il furto.
- L'hai mandato a chiamare tu?
- Sì. - Mi lanciò uno sguardo pieno di vergogna. Stava mentendo apertamente e voleva che io le tenessi bordone.
- È stata un'idea piuttosto sciocca - obiettò il marito. - La scatola fiorentina non era assicurata, per lo meno a quanto mi risulta. - Mi guardò interrogativamente.
- No, infatti - risposi impassibile. Ero furibondo con quella donna. Aveva rovinato non solo il mio rapporto con lei, ma anche qualsiasi possibile rapporto con suo marito.
- Allora non voglio trattenervi oltre - mi disse Mori. - Vi chiedo scusa per questo errore di mia moglie. Mi dispiace che abbiate perduto del tempo.
1 commento:
Ciao Spirit,
sai cos'ho fatto? Ho copiato questi primi due capitoli su un foglio di word, me lo spedisco in ufficio, domani lo stampo e così potrò leggerlo con calma.
Se non faccio così...
Buon we!!!
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