DODICI
- Che c'è?
- Ho appena parlato con vostro padre - spiegai - riguardo a una Colt che lui comprò nel 1951.
- Non so niente dì questa rivoltella.
- Ma voi non siete la signora Luisa Mieli?
- Sono Luisa Raffi Mieli - mi corresse. - È qualcosa che riguarda mio marito?
- Può darsi. Se mi fate entrare possiamo parlarne. Sono un detective privato.
Le mostrai la mia licenza. La guardò attentamente, ma la cosa non sortì nessun effetto.
- Per chi lavorate, signor Alfonsi?
- Per l'avvocato Giovanni Orazi. Sto indagando su due reati che hanno un nesso tra di loro... un furto e un omicidio. - Ma non aggiunsi che sua figlia era coinvolta forse in tutt'e due.
Mi fece entrare. La stanza era piccola e squallida. Anche qui, come in casa Raffi, l'atmosfera era piena di ricordi di un tempo migliore.
Un piccolo tappeto orientale era appeso alla parete, dietro un divano. Il pavimento era ricoperto di stuoia ormai logora. Di fronte al divano c'era l'apparecchio televisivo e accanto al televisore un tavolinetto col telefono.
La signora Raffi non mi invitò a sedere. Rimase in piedi di fronte a me, una donna massiccia come la figlia, con Io stesso genere di bellezza un po' volgare.
- Chi è stato ucciso?
- Ci arriveremo, signora Raffi. Ma prima voglio chiedervi se sapete qualcosa di una certa scatola che è stata rubata. Una scatola d'oro stile fiorentino, incisa.
- Mia madre ne aveva una. La usava per metterci i gioielli. Non ho mai saputo dove sia andata a finire, dopo la sua morte. - I suoi occhi sì erano fatti più attenti. - Che cos'è tutta questa faccenda? C'entra per caso Enrico?
- Non lo so.
- Prima avete detto può darsi.
- Non volevo escludere nessuna possibilità. Ma io sono venuto qui soprattutto per chiedervi della rivoltella che vostro padre vi regalò allora. Sono comunque disposto a parlare di qualsiasi cosa vi faccia piacere.
- Non c'è nulla di cui io voglia discutere, - Ma dopo un attimo aggiunse - Che cosa vi ha detto mio padre?
- Semplicemente di avervi dato la Colt per difesa personale, dopo che eravate rimasta sola, nel 1955.
- Tutto vero. Vi ha anche parlato delle circostanze in cui Enrico scappò?
- La signora Franchi non glielo avrebbe permesso - risposi.
La cosa la scosse.
- La signora Franchi era presente alla conversazione?
- Andava e veniva dalla sala da pranzo.
- Che altro ha detto mio padre di fronte a lei?
- Non ricordo se lei c'era o no, comunque mi ha detto che nel 1964 avvenne un furto in casa vostra e che la Colt in quell'occasione sparì.
- Capisco.
- È vero tutto questo?
Annuì.
- Furono arrestati, gli autori del furto?
- Non lo so. Non credo.
- Denunziaste il fatto alla polizia:
- Non ricordo. - Non sapeva mentire bene. Torse la bocca in una smorfia di auto-disapprovazione. - Perché, è importante?
- Sto cercando di arrivare all’attuale proprietario della rivoltella. Se voi avete qualche idea, qualche sospetto di chi possa essere stato l'autore del furto, signora Raffi... - Lasciai la frase in sospeso e guardai l'orologio. Erano le otto e mezzo. - Circa venti ore fa, quella rivoltella probabilmente è stata usata per uccidere un uomo. Un uomo che si chiamava Sandro Pesce.
Conosceva il nome. Tutta la sua espressione cambiò.
- Claudia non me l'ha detto. Ora capisco perché era tanto spaventata. - La signora sì torse le mani e si allontanò da me. - Pensate che sia stato Enrico a uccidere Pesce?
- Può darsi.
- Fu vostro marito a prendere quella rivoltella nel 1964?
- Sì - rispose lei, a testa bassa. - Io non volevo dire a mio padre
che Enrico era tornato e che lo avevo visto. Perciò inventai la storia del
furto.
- Come mai dovevate raccontare tutto a vostro padre?
- Perché proprio la mattina dopo mi chiese della rivoltella. Credo che avesse saputo che Enrico era in città e forse voleva ucciderlo, proprio con quell'arma. Ma Enrico se l'era già presa. Ironia del destino, vero?
Ne convenni, anche se non ero proprio d'accordo.
- Enrico, come venne in possesso della rivoltella? Gliela deste voi?
- No, non l'avrei fatto. La tenevo nel cassetto del tavolino dei telefono. - Mi indicò il mobile. - La presi quando Enrico bussò alla porta. Avevo sospettato che fosse lui, il suo modo di bussare era inconfondibile. Due colpi secchi, veloci. Sarebbe stato capace di tornarsene tranquillo a casa, dopo aver passato nove anni nel Spagna con un'altra donna. A parte tutte le altre cose orribili che aveva fatto a me e alla mia famiglia. Capace dì arrivare sorridente come se non fosse successo nulla. - Guardò la porta. - Allora non avevo la catena... l'ho fatta mettere dopo. La porta non era chiusa a chiave e Enrico entrò sorridente e mi salutò. Io volevo ucciderlo ma non ebbi la forza di premere il grilletto. E allora lui si avvicinò rapidamente e mi tolse l'arma di mano.
La signora Raffi si sedette come se improvvisamente le fossero mancate le forze. Sedetti vicino a lei.
- E poi, che accadde?
- Enrico negò ogni cosa. Tutto previsto, del resto. Negò di aver preso il denaro e di essere andato In Spagna con la ragazza,. Era scappato solamente perché era stato accusato falsamente ed era sempre vissuto in grande castità. Aveva persino la pretesa che la mia famiglia gli dovesse qualcosa, perché mio padre lo aveva pubblicamente denunziato come malversatore, rovinandone così la reputazione.
- Di che cosa era falsamente accusato vostro marito?
- Non falsamente... Era il cassiere della banca dì mio padre e si appropriò di mezzo milione di dollari. È strano che papà non ve l'abbia detto.
- Non me l'ha detto. Quando accadde il fatto?
- Il primo di luglio del 1955, il giorno più brutto della mia vita. Enrico rovinò la banca di mio padre e mi vendette come schiava.
- Non capisco, signora Raffi.
- Davvero? - Si batté una manata sul ginocchio.- Nel 1955 io vivevo in una grande casa a Viterbo. Prima della fine dell'estate dovetti traslocare qui. Claudia e io avremmo potuto andare a stare con papà Viterbo, ma io non me la sentivo di vivere sotto lo stesso tetto della signora Franchi. Per di più, dovetti anche cercarmi un lavoro. L'unica cosa che sapevo farbene era cucire. E per più dì vent'anni non ho fatto altro che andare in giro a dimostrare come funzionano le macchine per cucire. Ecco cosa intendo per schiavitù. Enrico mi privò di tutte le cose buone della vita e poi ebbe anche la spudoratezza di negarmelo in faccia.
- Mi dispiace.
- Anche a me. Soprattutto di non averlo ucciso. Se avessi avuto un'altra occasione... - Tirò un profondo sospiro.
- Non vi avrebbe portato nulla di buono, signora Raffi. E ci sono posti peggiori di questo. Per esempio, la prigione femminile di Rebibbia.
- Lo so, facevo così per dire. - Si piegò verso di me. - Ditemi, Enrico per caso è stato visto a Roma?
- Non lo so.
- Ve Io chiedo, perché Claudia afferma di aver trovato le sue tracce. Per questo aveva assunto quel Pesce.
- Lo conoscevate?
- Claudia lo portò qui la settimana scorsa. A me non piacque molto, ma Claudia è sempre molto impulsiva nei suoi giudizi sugli uomini. Ora voi mi dite che è morto.
- Proprio così,
- Ucciso con la rivoltella presami da Enrico - aggiunse in tono piuttosto drammatico. - Enrico è capace di uccidere. Ucciderebbe qualsiasi persona tentasse di trascinarlo qui e di metterlo in galera. - Credo che Claudia avesse questa intenzione. Lo so. Stolta com'è, si era creata il mito del suo ricordo. Ma Sandro Pesce avrebbe potuto pensarla diversamente. Pesce aveva l'aria del farabutto. E non dimentichiamoci che Enrico ha un sacco di soldi... .
- Ammesso che l'abbia ancora.
- Non conoscete Enrico. - Sorrise fiera.- Non butterebbe mai via il denaro, è l'unica cosa che vuole dalla vita. Se lo procura metodicamente e freddamente. I periti della banca dissero che questo furto era stato preparato per anni. E quando andò in Spagna, probabilmente investì questi soldi.
L'ascoltavo senza crederle del tutto. Secondo quanto mi aveva detto, non vedeva il marito dal 1964. Quindi queste sue affermazioni potevano essere il frutto di un suo lavoro di fantasia. Una donna può fare tanti sogni, di ogni genere, in vent'anni passati a dimostrare il funzionamento delle macchine per cucire.
- Siete ancora sposata con lui, signora Raffi?
- Sì. Avremmo dovuto ottenere il divorzio. Lui vive ancora in peccato con quella Franchi. Che è ciò che voglio.
- Parlate della figlia della signora Franchi?
- Sì. Tale la madre, tale la figlia. Rita Franchi frequentava la mia casa e io la trattavo come mia figlia. E mi ha rubato il marito.
- Quale furto avvenne per primo?
Aggrottò la fronte perplessa.
- Capisco quello che volete dire. Sì, Enrico aveva una relazione con Rita prima ancora di rubare il denaro. Li avevo scoperti quasi subito. Fu durante un ricevimento in piscina, nella nostra casa... avevamo una piscina molto grande quando vivevamo a Viterbo. - La voce le si affievolì. - II solo pensare a certe cose mi fa male.
La donna aveva sofferto molto durante quell'ora e io ne ero in parte responsabile. Mi alzai per congedarmi e la ringraziai. Ma non volle lasciarmi andare subito. Si alzò lentamente.
- I detectives lavorano solo se pagati in anticipo?
- Che cosa avete in testa?
- Non ho soldi per pagarvi, ma se io potessi riavere parte del denaro che Enrico rubò... - La sua frase rimase sospesa nell'aria, piena di una speranza senza speranza. - Saremmo di nuovo ricchi - concluse in un sussurro - e naturalmente vi potrei pagare molto bene.
- Ne sono certo - risposi, mentre mi incamminavo verso l'uscita. - Terrò gli occhi ben aperti per cercare vostro marito.
- Non lo conoscete?
- No.
- Aspettate. Vi darò una sua fotografia, ammesso che mia figlia me ne abbia lasciata qualcuna.
Entrò in una camera sul retro della casa, e quando tornò aveva in mano una polverosa fotografia e un baffo di sudiciume sulla guancia.
- Claudia si è presa tutte le fotografie di famiglia - si lamentò - tutto l'album. Stava ore e ore seduta a guardarle. Mi ha detto Giorgio... Giorgio è suo marito, che anche ora a casa sua continua a guardare i filmini di quel periodo.
Presi la fotografia: un uomo sui trentacinque anni, biondo, con gli occhi spavaldi. Sembrava Io stesso di quella fotografia che l’Ispettore La Torre aveva trovato addosso a Sandro Pesce. Ma questa non era abbastanza chiara per esserne assolutamente certi.