giovedì 31 luglio 2008

DODICI

Bussai invece alla porta d'ingresso della casa. Poco dopo la luce si riaccese nel portico, poi la porta fu socchiusa, ma solo di pochi centimetri. Senza togliere la catena, una donna coi capelli biondi e sbiaditi sbirciò attraverso la fessura. Il suo viso era atteggiato a severità, come se si fosse aspettata di vedere ancora la figlia. L'atmosfera attorno a lei era ancora tesa.

- Che c'è?

- Ho appena parlato con vostro padre - spiegai - riguardo a una Colt che lui comprò nel 1951.

- Non so niente dì questa rivol­tella.

- Ma voi non siete la signora Luisa Mieli?

- Sono Luisa Raffi Mieli - mi corresse. - È qualcosa che riguarda mio marito?

- Può darsi. Se mi fate entrare possiamo parlarne. Sono un detecti­ve privato.

Le mostrai la mia licenza. La guardò attentamente, ma la cosa non sortì nessun effetto.

- Per chi lavorate, signor Alfonsi?

- Per l'avvocato Giovanni Orazi. Sto indagando su due reati che hanno un nesso tra di loro... un furto e un omicidio. - Ma non aggiunsi che sua figlia era coinvolta forse in tutt'e due.

Mi fece entrare. La stanza era piccola e squallida. Anche qui, co­me in casa Raffi, l'atmosfera era piena di ricordi di un tempo mi­gliore.

Un piccolo tappeto orientale era appeso alla parete, dietro un diva­no. Il pavimento era ricoperto di stuoia ormai logora. Di fronte al di­vano c'era l'apparecchio televisivo e accanto al televisore un tavolinetto col telefono.

La signora Raffi non mi invitò a sedere. Rimase in piedi di fronte a me, una donna massiccia come la fi­glia, con Io stesso genere di bellez­za un po' volgare.

- Chi è stato ucciso?

- Ci arriveremo, signora Raffi. Ma prima voglio chiedervi se sape­te qualcosa di una certa scatola che è stata rubata. Una scatola d'oro stile fiorentino, incisa.

- Mia madre ne aveva una. La usava per metterci i gioielli. Non ho mai saputo dove sia andata a fi­nire, dopo la sua morte. - I suoi occhi sì erano fatti più attenti. - Che cos'è tutta questa faccenda? C'entra per caso Enrico?

- Non lo so.

- Prima avete detto può darsi.

- Non volevo escludere nessuna possibilità. Ma io sono venuto qui soprattutto per chiedervi della rivol­tella che vostro padre vi regalò allo­ra. Sono comunque disposto a par­lare di qualsiasi cosa vi faccia pia­cere.

- Non c'è nulla di cui io voglia discutere, - Ma dopo un attimo aggiunse - Che cosa vi ha detto mio padre?

- Semplicemente di avervi da­to la Colt per difesa personale, dopo che eravate rimasta sola, nel 1955.

- Tutto vero. Vi ha anche par­lato delle circostanze in cui Enrico scappò?

- La signora Franchi non glie­lo avrebbe permesso - risposi.

La cosa la scosse.

- La signora Franchi era pre­sente alla conversazione?

- Andava e veniva dalla sala da pranzo.

- Che altro ha detto mio padre di fronte a lei?

- Non ricordo se lei c'era o no, comunque mi ha detto che nel 1964 avvenne un furto in casa vostra e che la Colt in quell'occasione sparì.

- Capisco.

- È vero tutto questo?

Annuì.

- Furono arrestati, gli autori del furto?

- Non lo so. Non credo.

- Denunziaste il fatto alla polizia:

- Non ricordo. - Non sapeva mentire bene. Torse la bocca in una smorfia di auto-disapprovazione. - Perché, è importante?

- Sto cercando di arrivare all’attuale proprietario della rivoltella. Se voi avete qualche idea, qualche sospetto di chi possa essere stato l'au­tore del furto, signora Raffi... - Lasciai la frase in sospeso e guardai l'orologio. Erano le otto e mezzo. - Circa venti ore fa, quella rivoltella probabilmente è stata usata per uc­cidere un uomo. Un uomo che si chiamava Sandro Pesce.

Conosceva il nome. Tutta la sua espressione cambiò.

- Claudia non me l'ha detto. Ora capisco perché era tanto spaventata. - La signora sì torse le mani e si allontanò da me. - Pensate che sia stato Enrico a uccidere Pesce?

- Può darsi.

- Fu vostro marito a prendere quella rivoltella nel 1964?

- Sì - rispose lei, a testa bassa. - Io non volevo dire a mio padre
che Enrico era tornato e che lo ave­vo visto. Perciò inventai la storia del
furto.

- Come mai dovevate racconta­re tutto a vostro padre?

- Perché proprio la mattina do­po mi chiese della rivoltella. Credo che avesse saputo che Enrico era in città e forse voleva ucciderlo, pro­prio con quell'arma. Ma Enrico se l'era già presa. Ironia del destino, vero?

Ne convenni, anche se non ero proprio d'accordo.

- Enrico, come venne in possesso della rivoltella? Gliela deste voi?

- No, non l'avrei fatto. La tene­vo nel cassetto del tavolino dei te­lefono. - Mi indicò il mobile. - La presi quando Enrico bussò alla porta. Avevo sospettato che fosse lui, il suo modo di bussare era inconfon­dibile. Due colpi secchi, veloci. Sa­rebbe stato capace di tornarsene tranquillo a casa, dopo aver passato nove anni nel Spagna con un'altra donna. A parte tutte le altre cose orribili che aveva fatto a me e alla mia famiglia. Capace dì arrivare sor­ridente come se non fosse successo nulla. - Guardò la porta. - Allora non avevo la catena... l'ho fatta met­tere dopo. La porta non era chiusa a chiave e Enrico entrò sorridente e mi salutò. Io volevo ucciderlo ma non ebbi la forza di premere il gril­letto. E allora lui si avvicinò rapida­mente e mi tolse l'arma di mano.

La signora Raffi si sedette come se improvvisamente le fossero man­cate le forze. Sedetti vicino a lei.

- E poi, che accadde?

- Enrico negò ogni cosa. Tutto previsto, del resto. Negò di aver pre­so il denaro e di essere andato In Spagna con la ragazza,. Era scappa­to solamente perché era stato accu­sato falsamente ed era sempre vis­suto in grande castità. Aveva persino la pretesa che la mia famiglia gli dovesse qualcosa, perché mio padre lo aveva pubblicamente denunziato come malversatore, rovinandone co­sì la reputazione.

- Di che cosa era falsamente ac­cusato vostro marito?

- Non falsamente... Era il cas­siere della banca dì mio padre e si appropriò di mezzo milione di dol­lari. È strano che papà non ve l'ab­bia detto.

- Non me l'ha detto. Quando accadde il fatto?

- Il primo di luglio del 1955, il giorno più brutto della mia vita. Enrico rovinò la banca di mio padre e mi vendette come schiava.

- Non capisco, signora Raffi.

- Davvero? - Si batté una ma­nata sul ginocchio.- Nel 1955 io vivevo in una grande casa a Viterbo. Prima della fine dell'estate dovetti traslocare qui. Claudia e io avremmo potuto andare a stare con papà Viterbo, ma io non me la sentivo di vivere sotto lo stesso tetto della signora Franchi. Per di più, dovetti anche cercarmi un la­voro. L'unica cosa che sapevo farbene era cucire. E per più dì vent'anni non ho fatto altro che anda­re in giro a dimostrare come funzio­nano le macchine per cucire. Ecco cosa intendo per schiavitù. Enrico mi privò di tutte le cose buone della vi­ta e poi ebbe anche la spudoratez­za di negarmelo in faccia.

- Mi dispiace.

- Anche a me. Soprattutto di non averlo ucciso. Se avessi avuto un'altra occasione... - Tirò un pro­fondo sospiro.

- Non vi avrebbe portato nulla di buono, signora Raffi. E ci sono posti peggiori di questo. Per esem­pio, la prigione femminile di Rebibbia.

- Lo so, facevo così per dire. - Si piegò verso di me. - Ditemi, Enrico per caso è stato visto a Roma?

- Non lo so.

- Ve Io chiedo, perché Claudia af­ferma di aver trovato le sue tracce. Per questo aveva assunto quel Pesce.

- Lo conoscevate?

- Claudia lo portò qui la settima­na scorsa. A me non piacque mol­to, ma Claudia è sempre molto impul­siva nei suoi giudizi sugli uomini. Ora voi mi dite che è morto.

- Proprio così,

- Ucciso con la rivoltella presa­mi da Enrico - aggiunse in tono piuttosto drammatico. - Enrico è capace di uccidere. Ucciderebbe qualsiasi persona tentasse di trasci­narlo qui e di metterlo in galera. - Credo che Claudia avesse questa intenzione. Lo so. Stolta com'è, si era creata il mito del suo ricordo. Ma Sandro Pesce avrebbe potuto pen­sarla diversamente. Pesce aveva l'aria del farabutto. E non dimentichiamoci che Enrico ha un sacco di soldi... .

- Ammesso che l'abbia ancora.

- Non conoscete Enrico. - Sor­rise fiera.- Non butterebbe mai via il denaro, è l'unica cosa che vuo­le dalla vita. Se lo procura metodi­camente e freddamente. I periti del­la banca dissero che questo furto era stato preparato per anni. E quando andò in Spagna, probabilmente in­vestì questi soldi.

L'ascoltavo senza crederle del tut­to. Secondo quanto mi aveva detto, non vedeva il marito dal 1964. Quindi queste sue affermazioni po­tevano essere il frutto di un suo lavoro di fantasia. Una donna può fa­re tanti sogni, di ogni genere, in vent'anni passati a dimostrare il funzio­namento delle macchine per cucire.

- Siete ancora sposata con lui, signora Raffi?

- Sì. Avremmo dovuto ottenere il divorzio. Lui vive ancora in peccato con quella Franchi. Che è ciò che vo­glio.

- Parlate della figlia della signo­ra Franchi?

- Sì. Tale la madre, tale la fi­glia. Rita Franchi frequentava la mia casa e io la trattavo come mia figlia. E mi ha rubato il marito.

- Quale furto avvenne per pri­mo?

Aggrottò la fronte perplessa.

- Capisco quello che volete di­re. Sì, Enrico aveva una relazione con Rita prima ancora di rubare il denaro. Li avevo scoperti quasi su­bito. Fu durante un ricevimento in piscina, nella nostra casa... avevamo una piscina molto grande quando vivevamo a Viterbo. - La vo­ce le si affievolì. - II solo pensare a certe cose mi fa male.

La donna aveva sofferto molto durante quell'ora e io ne ero in par­te responsabile. Mi alzai per con­gedarmi e la ringraziai. Ma non vol­le lasciarmi andare subito. Si alzò lentamente.

- I detectives lavorano solo se pagati in anticipo?

- Che cosa avete in testa?

- Non ho soldi per pagarvi, ma se io potessi riavere parte del de­naro che Enrico rubò... - La sua frase rimase sospesa nell'aria, piena di una speranza senza speranza. - Saremmo di nuovo ricchi - concluse in un sussurro - e naturalmente vi potrei pagare molto bene.

- Ne sono certo - risposi, men­tre mi incamminavo verso l'uscita. - Terrò gli occhi ben aperti per cercare vostro marito.

- Non lo conoscete?

- No.

- Aspettate. Vi darò una sua fo­tografia, ammesso che mia figlia me ne abbia lasciata qualcuna.

Entrò in una camera sul retro del­la casa, e quando tornò aveva in mano una polverosa fotografia e un baffo di sudiciume sulla guancia.

- Claudia si è presa tutte le foto­grafie di famiglia - si lamentò - tutto l'album. Stava ore e ore seduta a guardarle. Mi ha detto Giorgio... Giorgio è suo mari­to, che anche ora a casa sua continua a guardare i filmini di quel periodo.

Presi la fotografia: un uomo sui trentacinque anni, biondo, con gli occhi spavaldi. Sembrava Io stesso di quella fotografia che l’Ispettore La Torre aveva trovato addosso a Sandro Pesce. Ma questa non era abbastanza chiara per esserne assolutamente certi.

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