CINQUE
Il «Riviera Motel» era uno dei più vecchi edifici di Fiumicino. Situato fronte mare, era un palazzo solido, di mattoni rossi, a due piani. Nel porticciolo, al di là del viale, le barche a vela ondeggiavano nelle loro calate come uccelli con le ali piegate.
Parcheggiai di fronte al motel ed entrai nell'ufficio. Una donna dai capelli grigi era seduta dietro una scrivania. Mi valutò con uno sguardo carico di esperienza; sguardo che prendeva in considerazione la mia età, il mio peso, il mio eventuale reddito, la mia posizione sociale e persine il mio stato civile.
Si chiamava Delon, signora Delon. Ma quando le chiesi di Sandro Pesce, dalla sua espressione capii che il mio credito era precipitato.
- Il signor Pesce ci ha lasciati.
- Quando?
- Ieri nel corso della notte.
- Senza pagare il conto?
Il suo sguardo si fece più acuto.
- Conoscete il signor Pesce?
- Solo di fama.
- Sapete dove potrei trovarlo?
- Ci ha lasciato un indirizzo di Firenze, di un ufficio, ma là mi hanno detto che non ha un lavoro fisso con loro e che comunque non se la sentivano di assumersi la responsabilità di darmi il suo indirizzo di casa... ammesso che ne abbia una. Se sapessi dove abita, ci manderei la polizia.
- Forse sono in grado di aiutarvi.
- Come? - domandò piuttosto sospettosa.
- Sono un detective privato e anch'io sto cercando Pesce. Sono già state fatte le pulizie nella sua camera?
- Non ancora. Aveva lasciato fuori dalla porta il cartello «Non disturbare», come al solito. Soltanto poco fa mi sono accorta che non c'era più la sua macchina, e allora sono salita e ho aperto con le mie chiavi. Volete perquisire la camera?
- Potrebbe essere una buona idea.
- Per cosa cercate Pesce?
- Ancora non lo so.
- Siete veramente un detective?
Le mostrai la licenza e fu soddisfatta. Comunque, prese nota del mio nome e indirizzo e infine mi porse la chiave della camera di Pesce.
- Numero 21, secondo piano, sul retro.
Uscii e mi avviai verso la parte posteriore del motel. Salii al secondo piano. Aprii la porta. Alle finestre della camera erano appesi pesanti tendaggi. La stanza era triste e impregnata di puzzo di tabacco. Aprii le tende e lasciai entrare la luce. Il letto era intatto. Soltanto la sovraccoperta era sgualcita e diversi cuscini erano ammassati contro la testata. Sul tavolino, accanto al letto, c'era una bottiglia di whisky mezzo piena e questo fatto mi meravigliò molto. Ma la bottiglia non era l'unica cosa che Pesce aveva lasciato. Nel bagno trovai spazzolino da denti e dentifricio, rasoio, un barattolo di gel e uno spruzzatore di profumo. Sembrava che Pesce avesse intenzione di ritornare, oppure era dovuto partire di gran fretta.
Quando, in un angolo del guardaroba, trovai una scarpa spaiata, mi sembrò senz'altro più probabile la seconda ipotesi. Si trattava di una scarpa sinistra, modello italiano a punta lunga: roba da cento euro al paio. Comunque, non mi riuscì di trovare la scarpa destra.
Ma, nel corso delle mie ricerche, su uno scaffale del ripostiglio, trovai una busta scura che conteneva una piccola fotografia. Il giovanotto sorridente della fotografia somigliava a Irene Mori e ciò mi fece pensare che potesse trattarsi di suo figlio Nicholas.
La mia supposizione fu confermata quando, sul retro della fotografia, vidi scritto a matita l'indirizzo dei Mori, Via Dandolo 56. Infilai busta e fotografia nella mia tasca interna.
Dopo aver fatto un breve resoconto della situazione alla signora Delon, attraversai la strada e mi avviai verso il porto. Le imbarcazioni sbattevano contro gli ormeggi e pensai che sarebbe stato bello prenderne una e andarmene a veleggiare nel mezzo dell'oceano.
Il mio breve tuffo nella vita di Sandro Pesce mi aveva lasciato una strana tensione nervosa; forse perché troppo intensamente mi aveva ricordato la mia stessa vita. Ero minacciato da una violenta crisi depressiva, ma il vento del mare la portò lontano. Passeggiai verso la spiaggia, lungo la banchina e attraversai l'asfaltato deserto, dei parcheggi. Le onde si abbattevano fragorose sulla sabbia e io mi sentivo come un uomo che tenti invano dì fuggire dalla sua propria vita.
Alla fine della mia breve passeggiata mi aspettava una vecchia berlina marrone, con il finestrino posteriore rotto. Era parcheggiata su un breve lembo di sabbia, sul bordo dell'asfalto. Dal finestrino guardai dentro. L'uomo era raggomitolato sul sedile posteriore. Una macchia di sangue nerastro gli nascondeva il viso.
Sentii puzza di alcool e di profumo a buon mercato. Le portiere della macchina erano aperte e le chiavi nell'accensione. Fui tentato dì usarle per aprire il baule, ma mi comportai più saggiamente, per ragioni prudenziali. Ero fuori dal comune di Roma e la polizia locale aveva un alto senso della giurisdizione. Trovai un telefono in un negozio di attrezzature nautiche e chiamai la polizia. Poi tornai alla macchina ad aspettare che arrivassero.
II vento sbatteva la sabbia sul mio viso e il mare aveva un aspetto minaccioso. I gabbiani volavano bassi; una macchina della polizia attraversò il parcheggio e si fermò accanto a me.
Scesero due agenti in uniforme. Guardarono me, guardarono il morto sulla macchina e poi ancora me. Erano giovani, e come unica differenza, uno era bruno e l'altro biondo. Avevano entrambi mascelle e spalle quadrate, occhi impassibili, grosse rivoltelle nelle fondine e mani pronte.
- Chi è ? - chiese quello con gli occhi azzurri.
- Non lo so.
- E voi chi siete?
Dissi il mio nome e consegnai la mia licenza.
- Detective privato?
- Esatto.
- E non sapete chi è quell'uomo sulla macchina?
Esitai. Se avessi detto che era Sandro Pesce, come dubitavo, avrei dovuto spiegare come mai lo sapevo e tutto il resto.
- No - risposi.
- Come mai l'avete trovato?
- Passavo per caso.
- Passavate per caso dove?
- Lungo la spiaggia. Stavo facendo una passeggiata.
- È strano fare una passeggiata in un luogo simile e in una simile giornata - notò il biondo.
Ero d'accordo. Il luogo era cambiato. Il cadavere sulla macchina aveva tolto vita e calore al paesaggio. Gli uomini in uniforme ne avevano cambiato il significato. Era soltanto un dannato luogo frustato da un vento gelido.
- Di dove siete? - mi domandò il bruno.
- Roma. Il mio indirizzo è sulla licenza che vorrei indietro, se non vi dispiace.
- La riavrete quando avremo finito. Siete arrivato qui con la vostra macchina o con un mezzo pubblico?
- In macchina.
- Dov'è?
Lo shock di aver trovato Pesce morto - ammesso che fosse lui - mi aveva fatto completamente dimenticare che la mia macchina era ancora parcheggiata davanti al «Riviera Motel». Avrei dovuto pensarci prima di telefonare alla polizia. Anche se non l'avessi detto, loro l'avrebbero scoperta lo stesso. E parlando con la signora Delon avrebbero anche saputo che io ero sulle piste di Sandro Pesce.
E infatti così accadde. Dissi loro dov'era la mia macchina e poco dopo mi trovai in una stanza del Distretto di polizia, sotto il fuoco delle domande di due ispettori. Chiesi ripetutamente di un legale, e in modo specifico dell'avvocato Giovanni Orazi.
Quelli si alzarono e mi lasciarono solo. Ero in una stanzetta senz'aria, con le pareti sporche e scarabocchiate. Passai il tempo a decifrare quegli scarabocchi.
I due ispettori ritornarono e si dissero spiacenti di non essere riusciti a mettersi in contatto con Orazi, ma non mi permisero di telefonare personalmente. In un certo senso questa violazione dei miei diritti mi incoraggiò: significava che non ero seriamente sospettato. Forse speravano che io avessi già fatto il lavoro per loro. Ma io me ne stavo seduto e lasciai che invece fossero loro a farne un poco del mio. Il morto era Sandro Pesce, senza ombra di dubbio; il volto era identico alla foto sulla carta di identità. Gli avevano sparato alla testa, una volta sola e era morto da almeno dodici ore, cioè non più tardi della scorsa mezzanotte, ora in cui io me ne stavo tranquillo nella mia casa di Roma.
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