martedì 1 luglio 2008

CINQUE

Il «Riviera Motel» era uno dei più vecchi edifici di Fiumicino. Si­tuato fronte mare, era un pa­lazzo solido, di mattoni rossi, a due piani. Nel porticciolo, al di là del viale, le barche a vela ondeg­giavano nelle loro calate come uc­celli con le ali piegate.

Parcheggiai di fronte al motel ed entrai nell'ufficio. Una donna dai capelli grigi era seduta dietro una scrivania. Mi valutò con uno sguar­do carico di esperienza; sguardo che prendeva in considerazione la mia età, il mio peso, il mio eventuale reddito, la mia posizione sociale e persine il mio stato civile.

Si chiamava Delon, signora Delon. Ma quando le chiesi di Sandro Pesce, dalla sua espressione capii che il mio credito era precipitato.

- Il signor Pesce ci ha la­sciati.

- Quando?

- Ieri nel corso della notte.

- Senza pagare il conto?

Il suo sguardo si fece più acuto.

- Conoscete il signor Pesce?

- Solo di fama.

- Sapete dove potrei trovarlo?

- Ci ha lasciato un indirizzo di Firenze, di un ufficio, ma là mi han­no detto che non ha un lavoro fis­so con loro e che comunque non se la sentivano di assumersi la re­sponsabilità di darmi il suo indiriz­zo di casa... ammesso che ne abbia una. Se sapessi dove abita, ci man­derei la polizia.

- Forse sono in grado di aiutar­vi.

- Come? - domandò piuttosto sospettosa.

- Sono un detective privato e anch'io sto cercando Pesce. Sono già state fatte le pulizie nella sua camera?

- Non ancora. Aveva lasciato fuori dalla porta il cartello «Non disturbare», come al solito. Soltan­to poco fa mi sono accorta che non c'era più la sua macchina, e allora sono salita e ho aperto con le mie chiavi. Volete perquisire la camera?

- Potrebbe essere una buona idea.

- Per cosa cerca­te Pesce?

- Ancora non lo so.

- Siete veramente un detective?

Le mostrai la licenza e fu soddi­sfatta. Comunque, prese nota del mio nome e indirizzo e infine mi porse la chiave della camera di Pesce.

- Numero 21, secondo piano, sul retro.

Uscii e mi avviai verso la parte posteriore del motel. Salii al secon­do piano. Aprii la porta. Alle fine­stre della camera erano appesi pe­santi tendaggi. La stanza era triste e impregnata di puzzo di tabacco. Aprii le tende e lasciai entrare la luce. Il letto era intatto. Soltanto la sovraccoperta era sgualcita e diversi cu­scini erano ammassati contro la te­stata. Sul tavolino, accanto al letto, c'era una bottiglia di whisky mezzo piena e questo fatto mi meravigliò molto. Ma la bottiglia non era l'unica cosa che Pesce aveva lasciato. Nel bagno trovai spazzolino da den­ti e dentifricio, rasoio, un barattolo di gel e uno spruzzatore di profumo. Sembrava che Pesce avesse intenzione di ritornare, oppure era dovuto partire di gran fretta.

Quando, in un angolo del guar­daroba, trovai una scarpa spaiata, mi sembrò senz'altro più probabile la seconda ipotesi. Si trattava di una scarpa sinistra, modello italiano a punta lunga: roba da cento euro al paio. Comunque, non mi riuscì di trovare la scarpa destra.

Ma, nel corso delle mie ricerche, su uno scaffale del ripostiglio, tro­vai una busta scura che conteneva una piccola fotografia. Il giovanot­to sorridente della fotografia somi­gliava a Irene Mori e ciò mi fe­ce pensare che potesse trattarsi di suo figlio Nicholas.

La mia supposizione fu conferma­ta quando, sul retro della fotografia, vidi scritto a matita l'indirizzo dei Mori, Via Dandolo 56. Infi­lai busta e fotografia nella mia ta­sca interna.

Dopo aver fatto un breve reso­conto della situazione alla signora Delon, attraversai la strada e mi avviai verso il porto. Le imbarca­zioni sbattevano contro gli ormeg­gi e pensai che sarebbe stato bello prenderne una e andarmene a veleggiare nel mezzo dell'oceano.

Il mio breve tuffo nella vita di Sandro Pesce mi aveva lasciato una strana tensione nervosa; forse perché troppo intensamente mi ave­va ricordato la mia stessa vita. Ero minacciato da una violenta crisi de­pressiva, ma il vento del mare la portò lontano. Passeggiai verso la spiaggia, lungo la banchina e attra­versai l'asfaltato deserto, dei par­cheggi. Le onde si abbattevano fra­gorose sulla sabbia e io mi sentivo come un uomo che tenti invano dì fuggire dalla sua propria vita.

Alla fine della mia breve passeg­giata mi aspettava una vecchia berlina marrone, con il finestrino posteriore rotto. Era parcheggiata su un breve lembo di sabbia, sul bordo dell'asfalto. Dal finestrino guardai dentro. L'uomo era raggo­mitolato sul sedile posteriore. Una macchia di sangue nerastro gli na­scondeva il viso.

Sentii puzza di alcool e di pro­fumo a buon mercato. Le portiere della macchina erano aperte e le chiavi nell'accensione. Fui tentato dì usarle per aprire il baule, ma mi comportai più saggiamente, per ra­gioni prudenziali. Ero fuori dal comune di Roma e la polizia locale aveva un alto senso della giu­risdizione. Trovai un telefono in un negozio di attrezzature nautiche e chiamai la polizia. Poi tornai alla macchina ad aspet­tare che arrivassero.

II vento sbatteva la sabbia sul mio viso e il mare aveva un aspetto mi­naccioso. I gabbiani volavano bassi; una macchina della polizia attraver­sò il parcheggio e si fermò accanto a me.

Scesero due agenti in uniforme. Guardarono me, guardarono il mor­to sulla macchina e poi ancora me. Erano giovani, e come unica diffe­renza, uno era bruno e l'altro bion­do. Avevano entrambi mascelle e spalle quadrate, occhi impassibili, grosse rivoltelle nelle fondine e ma­ni pronte.

- Chi è ? - chiese quello con gli occhi azzurri.

- Non lo so.

- E voi chi siete?

Dissi il mio nome e consegnai la mia licenza.

- Detective privato?

- Esatto.

- E non sapete chi è quell'uomo sulla macchina?

Esitai. Se avessi detto che era Sandro Pesce, come dubitavo, avrei dovuto spiegare come mai lo sa­pevo e tutto il resto.

- No - risposi.

- Come mai l'avete trovato?

- Passavo per caso.

- Passavate per caso dove?

- Lungo la spiaggia. Stavo fa­cendo una passeggiata.

- È strano fare una passeggiata in un luogo simile e in una simile giornata - notò il biondo.

Ero d'accordo. Il luogo era cam­biato. Il cadavere sulla macchina aveva tolto vita e calore al paesaggio. Gli uomini in uniforme ne ave­vano cambiato il significato. Era soltanto un dannato luogo frustato da un vento gelido.

- Di dove siete? - mi doman­dò il bruno.

- Roma. Il mio indirizzo è sulla licenza che vorrei indietro, se non vi dispiace.

- La riavrete quando avremo fi­nito. Siete arrivato qui con la vo­stra macchina o con un mezzo pub­blico?

- In macchina.

- Dov'è?

Lo shock di aver trovato Pesce morto - ammesso che fosse lui - mi aveva fatto completamente dimenti­care che la mia macchina era anco­ra parcheggiata davanti al «Riviera Motel». Avrei dovuto pensarci pri­ma di telefonare alla polizia. Anche se non l'avessi detto, loro l'avrebbe­ro scoperta lo stesso. E parlando con la signora Delon avrebbero anche saputo che io ero sulle piste di Sandro Pesce.

E infatti così accadde. Dissi loro dov'era la mia macchina e poco do­po mi trovai in una stanza del Distretto di polizia, sotto il fuoco delle domande di due ispettori. Chie­si ripetutamente di un legale, e in modo specifico dell'avvocato Giovanni Orazi.

Quelli si alzarono e mi lasciarono solo. Ero in una stanzetta senz'aria, con le pareti sporche e scarabocchia­te. Passai il tempo a decifrare quegli scarabocchi.

I due ispettori ritornarono e si dissero spiacenti di non essere riusciti a met­tersi in contatto con Orazi, ma non mi permisero di telefonare per­sonalmente. In un certo senso que­sta violazione dei miei diritti mi incoraggiò: significava che non ero seriamente sospettato. Forse sperava­no che io avessi già fatto il lavoro per loro. Ma io me ne stavo seduto e lasciai che invece fossero loro a farne un poco del mio. Il morto era Sandro Pesce, senza ombra di dubbio; il volto era identico alla foto sulla carta di identità. Gli aveva­no sparato alla testa, una volta so­la e era morto da almeno dodici ore, cioè non più tardi della scorsa mez­zanotte, ora in cui io me ne stavo tranquillo nella mia casa di Roma.

Lo dissi ai due ispettori, ma la cosa non li interessò. Volevano sapere cosa ero venuto a fare Fiumicino e perché mi interessavo a Sandro Pesce. Mi pregarono, mi adularono, mi circuirono, mi minac­ciarono, cercarono di farmi cadere. Ma tutto questo mi diede solo la strana sensazione (e naturalmente mi guardai bene dal rivelarlo), che io avessi in effetti ereditato la vita di Sandro Pesce.

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