SETTE
Ero già stato altre volte al Tennis Club, ma la donna dietro il banco di accoglienza mi era del tutto nuova. Ma conosceva Elisabetta Orazi e la salutò affettuosamente.
- Non vi ho più vista, signorina Orazi
- Ho avuto molto da fare. Nicholas è stato qui oggi?
- Effettivamente è stato qui - rispose la donna con una certa riluttanza. - Circa un'ora fa. È andato al bar e quando è uscito aveva un aspetto che mi piaceva poco.
- Volete dire che era ubriaco?
- Temo proprio di sì, signorina Orazi. E la donna che era con lui, la bionda, era anche lei sbronza. Dopo che se ne sono andati, ho dato una girata a Marco e gliele ho cantate chiare. Ma lui mi ha detto di aver servito soltanto due Martini, e che la donna era già su di giri quando era arrivata, e che il signor Mori non regge l'alcool.
- Infatti - convenne Betty. - Chi era la donna?
- Non mi ricordo come si chiama... l'aveva già portata qui una volta. - Consultò il registro degli ospiti. - Ecco, Claudia Mieli.
- Non Claudia Grazioli? - chiesi io.
- A me pare Mieli.
Mi mostrò il registro e mi indicò dove Nicholas aveva di suo pugno scritto il nome della donna e il proprio. Era proprio Mieli L'indirizzo era Firenze.
- È una bionda, ben fatta, sulla quarantina? - domandai.
- Sì - ammise - ben fatta, a chi piace il genere formoso. - Lei era molto magra.
Attraversammo il porticato che bordeggiava la piscina e andammo al bar. I bambini giocavano nell'acqua e, alcune persone stavano mollemente sdraiate sulle sdraio, a godersi il pallido sole invernale.
Il bar era vuoto. Il barista e io ci scambiammo un cenno di saluto. Marco era un uomo basso, scuro di capelli e indossava un panciotto rosso. Ammise di malumore che Nicholas era stato lì.
- Devo dire - aggiunse poi - che gli ho chiesto di andarsene.
- Aveva bevuto troppo?
- No, non qui. Io gli ho servito soltanto due bicchieri di Martini. Non sarà uno scandalo, per questo. Che è successo, ha sfasciato la macchina?
- Spero di no. Sto solo tentando di prenderlo prima che sfasci tutto.
- Sapete dove fosse diretto?
- No, ma era di umore infernale. Quando mi sono rifiutato di dargli il terzo Martini, per poco non succedeva una rissa. Ho dovuto fargli vedere la mia stecca da biliardo. Marco si chinò sotto il banco del bar e la mostrò anche a noi: l'estremità tagliata di una stecca pesante, lunga circa sessanta centimetri.
- Non mi va di fare queste cose con un socio, ma lui aveva Ia rivoltella e allora gli ho detto di andarsene e in fretta, altrimenti avrei chiamato la polizia.
- Aveva una rivoltella? - esclamò Betty con la voce stridula,
- Già, nella tasca della giacca. La teneva nascosta, ma non si può non notare una rivoltella grossa come quella. - Si allungò, sul bancone del bar e guardò Betty diritto negli occhi. - Che gli sta succedendo, signorina Orazi? Non si è mai comportato così.
- Ha un sacco di guai.
- E quella bionda, fa parte dei suoi guai? Beve come una spugna, ma non dovrebbe far bere Nick.
- Conoscete quella donna, Marco?
- No, ma per me è sinonimo di guai. Non so cosa creda di ricavarci, Nick.
Betty si avviò verso l'uscita, poi ai voltò ancora, verso Marco.
- Perché non gli avete portato via la rivoltella?
- Non mi piace giocare con quegli arnesi, signorina. Non è il mio compilo.
Uscimmo e raggiungemmo la due posti di Betty al parcheggio. Il Club era situato sul litorale di Fiumicino e mi arrivò una zaffata di odore salmastro: era un odore aspro e triste che mi ricordò il luogo dove avavo trovato Sandro Pesce
In silenzio ci dirigemmo verso l’Holiday Inn. Il giovanotto dell’ufficio si ricordò di me.
- Siete appena in tempo, se volete vedere la signora Grazioli. Sta giusto partendo.
- Vi ha detto il motivo?
- Credo che abbia avuto cattive notizie e deve trattarsi di una cosa seria, perché non ha nemmeno fiatato quando le ho detto che avrei dovuto addebitarle una giornata extra. Di solito trova sempre da dire su tutto.
Ripercorsi il corridoio e bussai alla suite.
Claudia Grazioli chiamò dalla camera da letto.
- I miei bagagli sono pronti, se li volete portar fuori.
Attraversai il salotto e andai in camera da letto. La donna era seduta al tavolino da toeletta e si stava mettendo il rossetto alle labbra con gesti piuttosto bruschi.
I nostri sguardi si incontrarono nello specchio. Finì l'operazione rossetto, si alzò e cominciò a riordinare i suoi attrezzi.
- Hanno mandato voi per i bagagli?
- No, ma sarò ben lieto di favorirvi. - Sollevai la parure di valigie blu. Erano abbastanza leggere.
- Mettetele giù - disse. - Si può sapere chi siete?
Era piena di paura per tutti e per tutto, ma così piena che riuscì a comunicarne un po' anche a me. La sua enorme bocca rossa mi spaventò.
- Ho chiesto di voi in ufficio e mi hanno detto che non hanno mai avuto un poliziotto. E allora cosa fate qui?
- Per il momento sto cercando Nicholas Mori ed è inutile girare attorno all'ostacolo. Sapete meglio di me che si trova in un terribile stato emotivo.
- Certo che lo è - rispose, come se fosse felice di avere qualcuno con cui sfogarsi. - Parlava di suicidio. Credevo che un paio di bicchierini gli avrebbero fatto bene. Invece non hanno fatto altro che peggiorare la situazione.
- Dov'è ora?
- Gli ho fatto promettere di andare a casa a dormire.
- A casa sua o nel suo appartamento?
- Credo nel suo appartamento.
- Siete piuttosto vaga, signora Grazioli.
- Cerco di esserlo. Procura meno fastidi - rispose con una smorfia.
- Come mai vi interessate tanto a Nicholas?
- Sono affari miei. Non ammetto queste interferenze.
La sua voce si alzò, colma di ira; ma c'era anche una nota di paura.
- Perché siete così spaventata, signora Grazioli?
- Ieri notte hanno fatto fuori Sandro Pesce. Dovreste saperlo.
- E voi, come mai lo sapete?
- Me lo ha detto Nick. Vorrei non aver mai tirato in ballo queste cose.
- Ha ucciso lui Sandro?
- Non credo che se ne renda conto... questo dimostra quanto sia fuori di sé. E io non voglio stare qui ad aspettare che diventi consapevole...
- Dove state andando? - Non volle dirmelo.
Tornai da Betty e le riferii parte di quello che avevo appreso. Decidemmo di andare all'Università, ciascuno con la propria macchina. La mia era dove doveva essere, di fronte al «Riviera Motel». Cercai di star dietro a Betty, ma andava troppo veloce per me. Quando arrivai al parcheggio, Betty mi stava aspettando.
Corse verso di me.
- È qui. Per lo meno, c'è la sua macchina.
Mi indicò una macchina sportiva blu accanto alla sua. Toccai il cofano: il motore era ancora caldo. La chiave era nell'accensione.
- Tu aspetta qui - dissi a Betty.
- No. Se lui farà qualche guaio... voglio dire che se ci sarò anche io non lo farà.
- Giusto.
Salimmo. Betty bussò alla porta e chiamò Nick.
- Sono Betty.
Vi fu un lungo silenzio. Betty bussò di nuovo. Di colpo la porta si spalancò. Betty fece involontariamente un passo verso l'interno e andò a sbattere il viso contro il petto di Nick. Con una mano Nick la trattenne e con l'altra puntò verso di me, verso il mio stomaco, una pesante rivoltella.
Non vedevo i suoi occhi, nascosti da un paio di occhiali da sole. Il suo viso, comunque, era molto pallido, i capelli spettinati. La camicia bianca che indossava era molto sporca. Il mio cervello registrò queste cose come se fossero la mia ultima visione del mondo; ma provai più risentimento che paura. Non volevo morire così stupidamente e per mano di un nevrotico ragazzo che nemmeno conoscevo.
- Molla la rivoltella - dissi automaticamente.
- Non ricevo ordini da voi !
- Andiamo, Nick - intervenne Betty, e gli si fece più vicino, cercando di distrarlo.
Il braccio destro della ragazza scivolò attorno alla vita di Nick. Il braccio sinistro si alzò come se volesse avvolgersi attorno al suo collo; invece, di colpo, si chinò e piegò la mano che impugnava la pistola. Ora la rivoltella era puntata sul pavimento. Gliela strappai di mano.
- Maledetta! - gridò Nick. - Maledetti tutti e due!
Una coppia di ragazzi uscì sul pianerottolo dall'appartamento accanto.
- Che succede? - chiesero.
Nick si liberò di Betty e cercò di colpirmi in viso. Mi scansai e il suo pugno colpì il vuoto. Abbassai la testa ed entrai di forza nell'appartamento. Betty chiuse la porta e vi si appoggiò contro. Era rossa in viso e respirava a fatica.
Nick venne di nuovo verso di me. Schivai ancora i suoi pugni e lo colpii forte al plesso solare. Crollò a terra. Feci girare il tamburo della sua rivoltella. Mancava un colpo. Era una Colt 45. Sul mio taccuino ne annotai il numero.
Betty si mise tra noi due.
- Non dovevate fargli male! - mi rimproverò.
- Dovevo, ma si riprenderà presto.
Si inginocchiò accanto a lui e gli carezzò il viso. Lui rotolò lontano da lei. Il suo respiro stava tornando normale. Finalmente si mise a sedere, con la schiena appoggiata al divano.
Mi inginocchiai accanto a lui e gli mostrai la rivoltella.
- Dove l'hai presa, Nick?
- Non sono obbligato a rispondere. Non potete indurmi a incriminarmi da solo.
La sua voce aveva un tono strano, inumano, come se fosse registrata. Gli occhi erano sempre nascosti dagli occhiali.
- Non sono un poliziotto, Nick, se è questo che pensi.
- Me ne frego di chi siete.
- Sono un detective privato - tentai di nuovo - e sono dalla tua parte. Ma ancora però non so bene quale sia la tua parte. Vuoi parlarmene?
Scosse il capo come un bambino che fa i capricci, muovendolo rapidamente da una parte e dall'altra.
- Per favore, Nick non fare così. Ti spaccherai l'osso del collo - piagnucolò Betty.
Gli accarezzò i capelli e lui rimase perfettamente immobile.
- Lascia che ti guardi - disse ancora Betty. Gli tolse gli occhiali. Lui cercò di riafferrarli, ma non ci riuscì. Gli occhi del ragazzo erano vuoti e febbricitanti, con una espressione in cui si alternavano ansietà e aggressività. Se li coprì con le mani e sbirciò attraverso le dita.
- Nick, non fare così! - Betty era di nuovo inginocchiata accanto a lui. - Che cosa è successo? Nick, per carità, dimmi cosa è successo?
- No. Tu non devi amarmi più.
- Nulla può impedirmi di amarti.
- Anche se io avessi ucciso qualcuno?
- Hai ucciso qualcuno? - intervenni io.
Annuì lentamente e nascose la faccia.
- Con questa rivoltella?
Annuì ancora.
- Non è in condizione di parlare - disse Betty. - Non dovete forzarlo,
- Credo che voglia togliersi il peso dallo stomaco. Perché, secondo te, ti ha telefonato dal Club?
- Per dirmi addio.
- È meglio parlare un po' che dire addio. Vero, Nick?
- Non so. Non so fino a quando potrò sopportarlo.
Mi rivolsi ancora a Nick.
- Dove hai preso la rivoltella?
- Era nella sua macchina.
- La macchina di Sandro Pesce?
- Sì. - Si tolse finalmente le mani dal viso. I suoi occhi erano pieni di paura.
- Gli hai sparato quando era sulla macchina?
Il suo viso era quello di un bambino che sta per scoppiare in pianto.
- Non ricordo. - Si colpì più volte la fronte con il pugno.
- Lo state tormentando - intervenne ancora Betty. - Non vedete che sta male?
- Piantala di fare la mamma. Ne ha già una.
Nick sollevò bruscamente il viso.
- Non dovete dir niente a mia madre e a mio padre. Papà mi ucciderebbe.
Non feci promesse. I suoi genitori dovevano pur esserne informati.
- Nick, raccontami come è avvenuto.
- Sì, ora ricordo. Siamo andati sul lungomare di Fiumicino dalla parte del faro. Qualcuno aveva lasciato acceso una brace sulla spiaggia e noi ci siamo seduti. Lui voleva che io facessi una brutta cosa. - La sua voce ora era molto infantile. - Allora ho preso la sua rivoltella e gli ho sparato.
Cominciò a singhiozzare e a piagnucolare ma senza lacrime. Era uno spettacolo penoso.
Betty lo abbracciò.
- Ha già avuto dei collassi nervosi, vero?
- Sì, ma mai così.
- Era stato ricoverato o curato in casa?
- In casa. - Si rivolse a Nick. - Vuoi venire a casa con me?
Nick rispose qualcosa che avrebbe potuto essere un sì. Chiamai casa Mori e rispose Emilie. Chiesi della signora Mori.
- Sono Alfonsi - dissi alla signora - e mi trovo con vostro figlio nel suo appartamento. Non sta molto bene e ora lo accompagno a casa.
- È ferito?
- È depresso e parla di suicidio.
- Chiamo subito il suo psichiatra, il dottor Sandri.
- C'è vostro marito?
- È in giardino. Volete parlargli?
- Non è necessario, ma sarà meglio che lo prepariate.
- Siete in grado di controllare Nick?
- Credo di sì. C'è anche Betty Orazi con me.
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