martedì 1 luglio 2008

SEI

Un uomo in abiti borghesi entrò si­lenziosamente nella stanza. I due ispettori si alzarono in piedi e lui lì con­gedò. Aveva capelli grigi tagliati corti, occhi duri e calmi e il naso pieno di cicatrici. La bocca era sottile e chiusa in una smorfia profes­sionale di dubbio e di sospetto. Se­dette di fronte a me, dall'altra parte del tavolo.

- Sono il commissario La Torre. Ho saputo che date del filo da tor­cere ai miei ragazzi.

- Pensavo che fosse il contra­rio.

- I suoi occhi esaminarono il mio viso.

- Non ne portate i segni.

- Ho diritto all'assistenza di un avvocato.

- E noi abbiamo diritto alla vo­stra collaborazione. Provate a ostacolarci e vi troverete a gambe all'a­ria senza licenza.

- A proposito, ridatemela.

Per tutta risposta, si tolse di ta­sca una busta e l'aprì. Tra le altre cose conteneva un'istantanea, o un pezzo di un'istantanea, che La Torre mi porse.

Era la fotografia di un uomo sui quarant'anni. Aveva i capelli biondi, occhi impudenti e la bocca stor­ta. Sembrava un poeta che avendo perduto la propria vocazione fosse stato costretto ad adattarsi a più umili mestieri.

Questa fotografia era stata rita­gliata da una fotografia più grande, che rappresentava un gruppo di per­sone. Lateralmente era visibile un lembo di abito femminile. La fotografia era stata ingrandita per lo meno vent'anni prima.

- Lo conoscete? - chiese La Torre

- No.

Si chinò verso di me. Il suo vi­so sfregiato era il minaccioso sim­bolo di come avrebbe potuto diven­tare il mio.

- Ne siete proprio sicuro?

- Sicurissimo.

Non valeva la pena che io dices­si come, secondo me, quella era la fotografia che Claudia Grazioli aveva da­to ad Pesce e che l'uomo in essa raffigurato era probabilmente il pa­dre di Claudia.

- Avanti, Alfonsi. Aiutateci. Perché Sandro Pesce si portava appresso questa foto?

- Non lo so.

- Dovete pur avere qualche idea in proposito. Perché vi interes­savate di Harrow?

- Devo parlare con l'avvocato Orazi. Dopo, forse, potrò dirvi qualcosa di più.

La Torre si alzò e uscì dalla stan­za. Tornò dieci minuti dopo accom­pagnato da Orazi. L'avvocato mi guardò preoccupato.

- So che siete qui già da un po', Alfonsi. Avreste dovuto mettervi in contatto con me prima. — Si voltò verso La Torre. - - Vorrei parlare da solo col signor Alfonsi. L'ho as­sunto in veste del tutto privata.

- La Torre si ritirò. Orazi si se­dette.

- Prima di tutto, perché vi stan­no trattenendo?

- Un presunto assicuratore di Firenze, di nome Sandro Pesce, è stato ucciso ieri notte. La Torre sa che io stavo seguendo Pesce. Pe­rò non sa che Pesce è una delle molte persone implicate nel furto della scatola d'oro.

Orazi era sbalordito.

- Avete già scoperto tutto questo?

- Non è stato difficile. Questo è il furto più cretino della storia. La donna che ora è in possesso della scatola la tiene in piena vista.

- Chi è?

- Il suo nome da sposata è Claudia Grazioli. Chi sia realmente, è un al­tro problema. Pare che sia stato Nicholas a rubare la scatola e a consegnarla a Claudia. Ecco perché non posso parlare li­beramente né con La Torre né con nessun altro.

- Certo che non potete. Siete si­curo di tutto questo?

- Be', le delusioni sono sempre possibili. - Mi alzai. - Non po­tremmo continuare a parlare fuori di qui?

- Certo. Aspettate un attimo.

Orazi uscì e chiuse l'uscio die­tro dì sé. Tornò poco dopo sorriden­do e mi porse la mia licenza.

- Siete libero. In fondo, La Torre è un uomo ragionevole.

Lungo lo stretto corridoio che portava al parcheggio, raccolsi gli sguardi di sfida di La Torre e dei suoi ispettori. Mi salutarono con cen­ni del capo, con troppa insistenza perché potessi essere del tutto tran­quillo.

Mentre tornavamo in città sulla sua Alfa raccontai a Orazi tutto quello che era successo. Voltò verso Via Dandolo.

- Dove mi portate? - chiesi.

- A casa mia. Avete fatto colpo su Betty e ora vuole chiedervi un consiglio.

- A che proposito?

- Qualcosa che riguarda Nicholas, senz'altro. È il suo unico pensiero. - Tacque un attimo. - Betty cre­de che io sia prevenuto verso di lui. Non è così. Vorrei soltanto che lei non facesse degli errori inutili. È la mia unica figlia.

- Ha venticinque anni.

- Ma non è ancora matura, per la sua età. È ancora molto giova­ne, molto vulnerabile.

- Apparentemente, credo. A me è parsa una giovane piena di risor­se.

Orazi mi guardò piacevol­mente sorpreso.

- Mi fa piacere che la pensia­te così. L'ho cresciuta io e non è stato un problema da poco. Mia moglie morì quando Betty aveva pochi mesi.

- Betty mi ha detto che sua ma­dre fu uccisa da un pirata della strada.

- È vero. - La voce di Orazi era debolissima.

- Non è mai stato trovato il re­sponsabile ?

- No. La polizia stradale trovò, la macchina vicino a Firenze, ma era una macchina rubata. Lo stra­no è che questi individui avevano, anche tentato una rapina in casa Mori. Mia moglie probabilmente vide qualcosa, forse lì vide entra­re in casa, loro se ne accorsero e, spaventati, la investirono mentre tentavano di scappare.

Mi lanciò uno sguardo che bloc­cava qualsiasi altra domanda. Gui­dò in silenzio per il resto del tragit­to fino a casa sua, che come ho det­to era proprio di fronte a quella dei Mori. Accostò al marciapiede, mi fece scendere, disse che aveva un cliente che l'aspettava e se ne andò.

L'architettura di Via Dandolo era tradizionale ma eclettica. La vil­la di Orazi era di stile coloniale, con le persiane e le porte verdi. Suonai all'ingresso. Mi aprì una donna in una cupa uniforme da governante e il suo sorriso si ammorbidì quando le dissi chi ero.

- La signorina Orazi vi sta aspettando. - Mi condusse su per una scala a chiocciola e aprì un uscio. - C'è il signor Alfonsi.

- Grazie, signora Gui.

- Devo portarti qualcosa, cara?

- No, grazie.

Betty non comparve finché la si­gnora Gui non se ne fu andata e quando la vidi capii perché. Era pallidissima, con gli occhi gonfi. Sembrava un animale ferito che aspettasse da un momento all'altro dì essere ferito ancora.

Mi fece entrare e chiuse l'uscio. Mi trovai nel tipico studio di una ragazza, con tanti libri, stampe e tende a fiori. Restò in piedi, dando le spalle alla finestra e mi guardò.

- Ho avuto notizie di Nicholas - disse, indicando il telefono. - Non direte nulla a mio padre, ve­ro?

- Lui sospetta già, Betty.

- Ma mi promettete di non dir­gli più niente?

- Non ti fidi di tuo padre?

- Per tutto il resto, sì. Ma non dovete riferirgli quello che ora vi dirò.

- Farò del mio meglio, non pos­so promettere di più. Nicholas è nei guai?

- Sì. - Sollevò la testa. - Temo che intenda uccidersi. E se lui fa questo, anch'io non voglio più vivere.

- Ti ha detto perché?

- Perché ha fatto qualcosa di terribile.

- Come uccidere un uomo?

Mi guardò con lo sguardo acce­so e pieno di antipatia.

- Come potete dire una cosa del genere?

- Sandro Pesce è stato ucciso sulla spiaggia, ieri notte. Nicholas lo ha per caso nominato?

- No.

- E che cosa ti ha detto?

Non rispose subito. Cercava di ri­cordare. Poi cominciò a recitare len­tamente.

- Che lui non meritava di vi­vere. Che doveva abbandonarmi, abbandonare i suoi genitori perché non avrebbe più potuto guardarli in faccia. Poi mi ha detto addio... un addio veramente definitivo... - Un singhiozzo le spezzò la voce.

- Quando ha telefonato?

Guardò l'orologio.

- Circa un'ora fa, e già mi sem­bra che sia passato un secolo.

Da una mensola appesa alla pa­rete prese una fotografia incornicia­ta. Le andai vicino e guardai al di sopra delle sue spalle. Era una copia ingrandita della fotografia che ave­vo in tasca, da me trovata nel ripo­stiglio della camera d'albergo di Pesce. Solo ora, però, notai che nonostante il sorriso, gli occhi del giovanotto erano molto tristi.

- È Nicholas, vero?

- Sì.

Rimise la fotografia sulla men­sola, con un gesto lento, come se stesse compiendo un rito, e andò al­la finestra. La seguii. Stava guar­dando la casa dei Mori.

- Non so cosa fare - disse.

- Dobbiamo trovarlo. Ti ha detto da dove chiamava?

- No.

- Non ricordi niente altro?

- No.

- Ti ha detto come intendeva uccidersi?

- Questa volta - mormorò - non l'ha detto.

- Vuoi dire che ha già fatto questa scena altre volte?

- No, non è così. Non dovete parlare in questo modo. Nicholas è un ragazzo serio.

- Anch'io lo sono. — Ero furi­bondo con Nicholas per quello che ave­va fatto e che stava facendo a Bet­ty.

- Quando è depresso parla spes­so di suicidio. Non che avesse mai minacciato di farlo, parlava dei va­ri modi e mezzi. Non mi ha mai na­scosto nulla.

- Forse comincia adesso.

- Parlate come papà. Siete en­trambi prevenuti contro di lui.

- II suicidio è un'arma molto crudele, Betty.

- Ma se si è innamorati della persona... Un uomo depresso non può fare a meno di provare certi sentimenti.

- Non volevo discutere oltre.

- Stavi dicendomi come Nicholas pensava di suicidarsi.

- Non ha mai avuto un piano preciso. Semplicemente ne parlava. Diceva che la rivoltella è troppo sporca, le pillole non sono sicure. Il modo più pulito sarebbe stato quello di affogare in alto mare. Ma il pensiero che veramente lo domina­va, mi ha detto, era la corda,

- Impiccagione?

- Sì, mi ha confessato che pen­sava di impiccarsi fin da quando era un ragazzino.

- E dov'è andato a prendere una simile idea?

- Non lo so. Suo nonno era giudice del Tribunale Speciale durante in ventennio e era un po' considerato come il «giudice impiccatore»... che amava mandare la gente in galera a tutti i costi. E molti di questi, accusati ingiustamente, si erano impiccati. Forse in questo ha influenzato Nicholas in senso negativo. Abbiamo letto cose anche più strane nella storia.

- Nicholas ti ha mai parlato di que­sto nonno?

Annuì,

- E di suicidio?

- Molte volte.

- Un bel modo di fare la corte a una ragazza!

- Io non mi lamento. Amo Nicholas e devo aiutarlo.

Cominciavo a capire quella ragazza e più la capivo più mi pia­ceva. Aveva una disponibilità nei confronti del prossimo che avevo già notato altre volte nelle figlie di ve­dovi.

- Prova a ripensare a questa te­lefonata. Proprio non ti ha dato il minimo indizio di dove potesse es­sere?

- Non ricordo.

- Ripensaci. Vai a sederti ac­canto al telefono.

Obbedì e si sedette su una sedia accanto al tavolino del telefono.

- Sentivo dei rumori - disse dopo un po’.

- Che tipo di rumori?

Un momento... voci di bambi­ni. Tonfi. Come rumori di una pi­scina. Ecco, forse telefonava dalla cabina del Tennis Club.

Nessun commento: