QUATTRO
- Non è così strano, Claudia - stava dicendo l'uomo. - Tu puoi rovinare la tua vita e anche la mia, anche la mia. E infine arriverai a un punto dal quale non potrai più tornare indietro... Avresti dovuto imparare qualcosa da ciò che è successo a tuo padre.
- Lascia fuori mio padre da questa storia.
- E come posso? Ieri sera ho telefonato a tua madre a Firenze, e mi ha detto che tu lo stai ancora cercando. È una impresa vana, Claudia. Probabilmente tuo padre è morto da anni.
- No! Papà è vivo. E questa volta lo troverò.
- Per dargli la possibilità di piantarti in asso un'altra volta?
- Non mi ha mai piantato in asso.
- Tua madre non è di questo parere. Vi ha mollate tutte e due e ha preso il volo dietro a una sottana.
- Non è vero. - Alzò la voce - Non devi dire queste cose sul conto di mio padre.
- Le posso dire se sono vere.
- Non voglio sentirle! - gridò. - Vattene via ! Lasciami sola !
- No. Tu tornerai a casa a Firenze con me e salverai le apparenze. Me lo devi, dopo vent'anni.
Per un attimo vi fu silenzio. Dai cespugli circostanti mi arrivò il cicaleccio degli uccellini. La donna parlò di nuovo, ma questa volta con un tono più pacato e più serio.
- Mi dispiace, Giorgio, sinceramente, ma anche tu dovrai arrenderti. Ho sentito troppe volte le cose che dici, e ormai non mi fanno più effetto.
- Ma tu sei sempre tornata - disse lui, con una nota di speranza nella voce.
- Questa volta no.
- Devi farlo, Claudia. - La nota di speranza si era tramutata in una sorta di minaccia.
- Non osare toccarmi - disse lei.
- Ho dei diritti su te. Sei mia moglie.
Sembrava che l'uomo dicesse e facesse solo le cose sbagliate. Lo sapevo per esperienza, perché anch'io le avevo dette e fatte molte volte. La donna lanciò un piccolo grido che ne faceva presagire uno più forte.
Al di là del cespuglio, il sentiero pavimentato conduceva al gazebo. L'uomo aveva immobilizzato la donna fra le sue braccia e la stava baciando sui capelli. Lei aveva il viso rivolto nella mia direzione; i suoi occhi erano freddi, come se i baci del marito la congelassero.
- Lasciami andare, Giorgio. Abbiamo ospiti.
- Lui la lasciò e si fece da parte, col viso congestionato e gli occhi umidi. Era un uomo di mezza età che si moveva goffamente, come se l'intruso fosse lui e non io.
- Questa è mia moglie - disse più come giustificazione che come presentazione.
- Perché gridava?
- Niente di particolare - intervenne la donna. - Non mi stava facendo del male. Ma è meglio che tu vada, ora, Giorgio, prima che succeda qualcosa.
- Ti devo ancora parlare - rispose il marito, sollevando una mano verso di lei.
- Non faresti che agitarti di nuovo.
- Ma ho il diritto di perorare la mia causa! Non puoi liquidarmi senza neanche darmi l'opportunità di parlare. Io non sono un criminale come tuo padre. Eppure anche i criminali hanno il diritto di parlare alla Corte. Devi concedermi questo.
Era molto agitato e questo genere di eccitazione avrebbe potuto facilmente trasformarsi in violenza.
- È meglio che ve ne andiate, signor Grazioli.
Mi fissò con uno sguardo da fanatico. Gli mostrai un vecchio distintivo da agente speciale che portavo con me. Lo esaminò da vicino come se fosse una rarità.
- Va bene, andrò. - Fece dietro-front e si mosse verso l’albergo. - Ma non tanto lontano - gridò.
La donna sospirò, e cercò di riordinarsi i capelli scompigliati. Aveva un'acconciatura vaporosa, da bambola, che non andava d'accordo con i suoi quarantanni o giù di lì; ma, contrariamente a quel che mi aveva detto Betty, non era per niente brutta: aveva un corpo flessuoso e un viso simpatico e triste. Una cosa mi infastidì: un certo suo modo di guardare diffidente e opaco.
- Siete arrivato al momento giusto - mi disse. - Non si riesce mai a immaginare fin dove Giorgio si possa spingere.
- Questo vale per tutti.
- Siete il poliziotto addetto all’albergo?
- Lo sto sostituendo.
Mi squadrò dall'alto in basso.
- Vi devo un drink. Va bene se ve lo offro nella mia suite?
- Con ghiaccio, per favore.
- A proposito, mi chiamo Claudia Grazioli. – disse avviandosi verso l’albergo.
Le dissi il mio nome. Restammo in silenzio fino alla sua suite. Una volta entrati mi fece accomodare in salotto e se ne andò in un’altra stanza. Appesa alle pareti c'era una serie dì stampe inglesi con scene di caccia alla volpe. Mentre fingevo ostentatamente di ammirare le stampe, mi avvicinai a un uscio aperto che dava sulla camera da letto e guardai dentro. Sul letto più vicino all'uscio c'era una valigia aperta, e dentro la valigia la scatola d'oro.
Per un attimo fui tentato di entrare e prenderla, ma l'avvocato Orazi non avrebbe approvato. E poi, anche senza tener conto di lui, probabilmente non l'avrei fatto. Cominciavo ad avere la sensazione che il furto della scatola non fosse che un fatto secondario. E forse il suo valore non stava solo nell'oro e negli sbalzi rinascimentali.
Comunque, entrai nella camera da letto e sollevai il coperchio della scatola. Era vuota. Udii arrivare dalla cucina la signora Grazioli e retrocedetti nella sua direzione. La donna chiuse l'uscio della camera.
- Questa camera non verrà usata.
- Che peccato!
Mi lanciò uno sguardo sorpreso, come se non si fosse resa conto della sua rozza ingenuità, e mi porse il bicchiere.
- Ecco - disse.
Andò di nuovo nell’altra stanza e tornò con una bevanda scura per sé. Dopo due o tre sorsate i suoi occhi cominciarono a farsi più acquosi e lucenti, e il pallore diminuì. Era una bevitrice, pensai, e io mi trovavo lì soltanto perché non voleva bere da sola.
Scolò il bicchiere in un batter d'occhio e lo riempì di nuovo. Poi sprofondò in una poltrona di fronte a me. Mi sentivo bene. Il salotto era spazioso e tranquillo e dalla porta aperta giungevano i rumori del giardino. Dovevo infrangere quell'atmosfera.
- Stavo ammirando la vostra scatola d'oro - dissi. - È fiorentina?
- Credo di sì - rispose senza indugio.
- Non ne siete certa? Sembra di molto valore.
- Veramente? Ve ne intendete?
- No. Stavo solo pensando in termini di sicurezza. Io non la lascerei così a portata di mano.
- Grazie per il consiglio - rispose brusca. Tacque e continuò a bere. - Non volevo essere sgarbata - aggiunse poi - ma ho tante di quelle cose per la testa. - Si chinò in avanti. - Da quanto tempo fate questo mestiere?
- Vent'anni, contando il servizio nella polizia.
- Eravate nella polizia? Forse potete aiutarmi. Mi trovo coinvolta in una situazione piuttosto complicata. Ora non me la sento di spiegarvi tutto, ma ho assunto un certo Sandro Pesce perché venisse qui con me. Si era fatto passare per un detective, ma poi ho scoperto che era un assicuratore. È molto abile nel maneggiare la leva di traino. Ed è anche pericoloso. - Vuotò il bicchiere e rabbrividì.
- Come fate a sapere che è pericoloso?
- Per poco non uccideva il mio boy-friend. È molto rapido anche nel maneggiare la pistola.
- Avete un boy-friend?
- Lo chiamo io così - rispose con un mezzo sorriso - ma in realtà siamo come fratello e sorella, o padre e figlia... volevo dire madre e figlio. - II sorriso si tramutò in una smorfia.
- Come si chiama?
- Questo non ha nulla a che vedere con quello che sto per dirvi. Dicevo, l'altra sera questo Sandro Pesce per poco non lo uccideva.
- Dove è successo?
- Proprio di fronte alla casa del mio boy-friend. Solo allora mi sono resa conto che Pesce era un violento e quindi non mi serve più. Ha in mano una fotografia e tutto il materiale, ma non sta concludendo nulla. Però non ho il coraggio di andare a chiedergli di ridarmeli.
- E vorreste che ci andassi io?
- Forse. Non voglio ancora compromettermi. - Parlava con la insulsa prudenza di una donna che non nutre alcun vero sentimento nei confronti degli uomini e che quindi prende sempre le decisioni sbagliate nei loro riguardi.
- Che cosa dovrebbe fare Sandro con quella fotografia e tutto il materiale?
- Scoprire certi fatti - rispose cauta. - Per questo l'ho assunto. Ma ho commesso l'errore di dargli del denaro in anticipo e lui non ha fatto altro che stare nella sua stanza d'albergo a bere. Sono due giorni che non sì fa vivo.
- Quale albergo?
- Il «Riviera Motel», a Fiumicino.
- Com'è che siete in relazione con Sandro Pesce?
- Non sono in relazione con lui. Un tale che conosco lo condusse a casa mia la settimana scorsa. Aveva un'aria così attenta, così attiva, che credetti di aver trovato in lui l'uomo di cui avevo bisogno. - Sollevò il bicchiere e lo prosciugò delle ultime gocce - Mi aveva fatto ricordare mio padre, quando era giovane. Per un attimo si perse nei ricordi, ma le sue emozioni erano molto variabili. La breve felicità che le avevo letto negli occhi non durò che un attimo.
Si alzò e si avviò verso la cucina, poi si fermò di colpo, come se avesse urtato contro un'invisibile parete di vetro.
- Sto bevendo troppo - sentenziò. - E sto parlando troppo. Posò il bicchiere, tornò sui suoi passi, si piantò davanti a me e mi studiò sospettosa, come se io fossi la fonte della sua infelicità.
- Volete farmi una cortesia? - disse. - Andatevene e dimenticate tutto quello che vi ho detto.
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