lunedì 8 settembre 2008

VENTUNO

Quando tornammo alla macchina, la strada principale era tranquilla. Le stelle già brillavano e sembravano tanto vicine. Entrai nel ristorante per telefonare a Giorgio Grazioli.
- Qui è casa Grazioli - rispose subito una voce stanca.
Dissi che ero un detective e che avrei avuto piacere di parlargli di sua moglie.
- Mia moglie è morta.
- Mi dispiace. Posso venire lo stesso?
- Va bene. - Sembrava un uomo che non sapesse cosa fare.
Moira mi aspettava sulla macchina.
- Vuoi che ti lasci all'ospedale? Ho un impegno.
- Portami con te.
- Non è un impegno molto piacevole.
- Non mi importa.
- Se ti mettessi con me, ti importerebbe. Passo la maggior parte delle mie notti a fare cose di questo genere.
Appoggiò la mano sulle mie ginocchia.
- So che potrei soffrirne. Sono molto vulnerabile. Ma sono stanca fino alla nausea di fare sempre determinate cose per ragioni di prudenza.
La portai con me da Giorgio Grazioli. La polizia se ne era andata. Nel vialetto d'entrata c'era sempre la Volkswagen nera col paraurti ammaccato. Mi ricordai ora dove l'avevo vista: sotto la tettoia arrugginita della signora Mieli.
Giorgio Grazioli venne ad aprire e ci fece entrare. Indossava un abito scuro e aveva la cravatta nera. Gli occhi erano arrossati e non mi riconobbe.
- Questa è la signora Sandri, signor Grazioli. È una assistente sociale psichiatrica.
- Siete stata gentile a venire - le disse - ma non ho bisogno di questo genere di aiuto. Tutto è sotto controllo. Volete accomodarvi in soggiorno? Vi offrirei volentieri un caffè, ma non mi è permesso di entrare in cucina. E poi la caffettiera è bruciata sul fuoco, questa mattina, quando mia moglie è stata assassinata.
Seguimmo Giorgio Grazioli nel salotto e ci sedemmo una accanto all’altro, di fronte a lui. Le tende erano tirate e vidi le luci della città tremolare sull'acqua. La bellezza del paesaggio e la donna seduta accanto a me mi resero ancora più sensibile al dolore di quell’uomo.
- In ditta sono stati molto comprensivi - disse Grazioli in tono conversativo. - Mi hanno dato un permesso pagato. Così avrò la possibilità di mettere a posto tutto.
- Avete un'idea di chi può aver ucciso vostra moglie?
- Abbiamo un forte sospetto... un uomo con precedenti criminali, che conosceva molto bene Claudia. La polizia mi ha pregato di non fare il suo nome.
Doveva trattarsi di Roberto Franchi.
- Lo hanno già preso? - domandai.
- Pensano di mettergli le mani sopra questa notte. Spero che riescano, e poi spero tanto che lo mettano in galera e buttino la chiave. Io so e lo sapete anche voi perché i delitti sono così frequenti. I tribunali non vogliono condannare e, anche quando lo fanno, non arrivano mai al massimo della pena, e per quelli che ci arrivano c'è sempre la possibilità di gabbare la legge. Non meravigliamoci quindi se non c'è più nessun rispetto per la legge e per l'ordine. - Mentre parlava, i suoi occhi si erano fatti più grandi. Aveva Io sguardo fisso di uno che stesse assistendo a una visione apocalittica.
Moira si alzò e gli mise una mano sulla spalla,
- Signor Grazioli, vi fa male parlare tanto.
- Lo so, è tutto il giorno che parlo.
Si coprì il viso con le mani. La sua voce uscì smorzata.
- Quel lurido individuo deve finire in galera. Anche se non l'ha uccisa lui, è lui il vero responsabile della sua morte. Le aveva messo addosso la smania di cercare suo padre. La settimana scorsa era venuto qui con tutte le sue frottole, le aveva detto che lui sapeva dov'era suo padre e che lei avrebbe potuto tornare a stare con lui. Ed ecco il risultato. Suo padre è morto seppellito e Claudia ora è con lui.
Grazioli cominciò a piangere. Moira cercò di calmarlo.
Mi accorsi soltanto allora che Luisa Mieli era sulla soglia: sembrava il fantasma di sua figlia. Mi alzai e mi avvicinai a lei.
- Come state, signora Mieli?
- Non molto bene. - Si passò una mano sulla fronte. - Povera Claudia! Non siamo mai riuscite ad andare d'accordo, noi due... era figlia di suo padre, ma ci volevamo bene. Ora non ho più nessuno... Claudia avrebbe dovuto ascoltarmi. Stava pescando nel torbido e io ho cercato invano di fermarla.
- Che genere di torbido, signora Mieli?
- Ogni genere. Non era giusto che cercasse di far rivivere il passato, immaginando che suo padre fosse vivo. E non era nemmeno prudente. Enrico era un delinquente faceva lega solo con i delinquenti. E uno di questi probabilmente ha ucciso Claudia, perché lei aveva scoperto troppe cose.
- Ne siete sicura, signora Mieli?
- Lo sento, e poi ricordatevi che ci sono in gioco un sacco di denaro. E’ una cifra per cui si può essere indotti a uccidere. - Socchiuse gli occhi, come se le desse fastidio la luce. - È una cifra per cui si potrebbe uccidere anche la propria figlia.
La condussi nell'atrio, perché Grazioli e Moira non potessero sentire.
- Vostro marito potrebbe esser vivo, secondo voi?
- Sì, Claudia ne era convinta. Ci deve essere una ragione che giustifichi tutto quello che è accaduto. Ho sentito di tizi che hanno cambiato la propria fisionomia con interventi di plastica e ora possono andare e venire come vogliono.
E altri, pensai io, erano scomparsi e avevano lasciato al loro posto dei cadaveri che assomigliavano a loro stessi.
- Circa quindici anni fa - dissi alla donna - proprio quando vostro marito tornò, un uomo venne ucciso a Civitavecchia. Fu identificato come vostro marito, ma non fu un'identificazione certa al cento per cento, perché basata su fotografie non perfettamente riuscite. Una di queste fotografie è quella che voi stessa mi avete dato ieri sera.
Mi guardò disorientata.
- Era soltanto ieri sera?
- Sì e capisco quello che provate. Ieri sera tra l'altro mi avete detto che vostra figlia si era presa tutte le migliori fotografie dì famiglia e anche alcuni filmini. Potrebbero esserci molto utili in queste indagini.
- Capisco.
- Sono in questa casa?
- Alcune sì. Mi ero già messa a cercarle, - Mi mostrò le mani. - Per questo le mie mani sono così sporche dì polvere.
- Potrei vederle, signora Mieli?
- Dipende,
- Da cosa?
- Denaro. Perché dovrei darvi qualcosa gratis?
- Potrebbe essere una prova utile per le indagini sulla morte di vostra figlia.
- Non me ne importa niente! - esclamò. - Queste fotografie sono l'unica cosa che mi è rimasta… l'unica cosa che ancora mi appartiene della mia vita. Chiunque le vuole, le dovrà pagare. Anch'io ho sempre dovuto pagare per avere qualcosa. E questo potete anche riferirlo all'avvocato Orazi.
- Cosa c'entra Orazi?
- Lavorate per lui, no? Ho parlato con mio padre e mi ha detto che Orazil può benissimo sobbarcarsi a questa spesa.
- Quanto chiedete?
- Lasciamo che sia lui a fare un'offerta. Tra parentesi, ho trovato la scatola che stavate cercando... la scatola d'oro di mia madre.
- Dov'era?
- Questo non vi riguarda. Ora è nelle mie mani ed anche quella è in vendita.
- Era veramente di vostra madre?
- Certo. Ho scoperto cosa accadde dopo che mia madre morì. Mio padre la diede a un'altra donna. Non voleva ammetterlo, quando gliel'ho chiesto ieri sera, ma poi sono riuscita a tirargli fuori la verità.
- L'altra donna era Estelle, la madre di Lorenzo ?
- Sapete anche di questa relazione, eh? Credo che lo sappiano tutti, del resto. Fu un gesto imprudente, quella scatola toccava a Claudia.
- Ma perché questa scatola è così importante, signora Mieli?
- Credo che sia il simbolo di tutto quello che è successo alla mia famiglia. Tutta la nostra vita andò a rotoli. Altra gente si prese i nostri soldi, i nostri mobili, persino i nostri piccoli oggetti di valore. - Fece una pausa e poi continuò: - Ricordo che, quando Claudia era una bambina, mia madre la lasciava giocare con quella scatola. Le raccontava la storia del vaso di Pandora... la conoscete?... e Claudia e i suoi amici fingevano di crederci. Quando il vaso di Pandora si apre, si liberano tutti i mali del mondo... - Sembrò spaventata da questa idea e tacque.
- Posso vedere la scatola e le fotografie? — insistetti.
- No! Questa è l'ultima occasione che ho di farmi un gruzzolo. Senza soldi non sei nessuno, non esisti. E voi non potete togliermi quest’ultima possibilità.
Sembrava piena d'ira, ma probabilmente stava soltanto soffrendo. Si era inoltrata in un luogo malfido, era caduta e sapeva che era destinata a esser povera per sempre. Quello che stava difendendo non era il sogno di un futuro, era un sogno che apparteneva al suo passato, quando viveva a Viterbo con un marito brillante, in una villa con piscina.
Le disse che ne avrei parlato a Orazi e le raccomandai di aver cura della scatola e delle fotografie. Poi Moira e io salutammo Giorgio Grazioli e risalimmo in macchina.
- Povera gente! - disse Moira.
- Tu mi sei stata un valido aiuto.
- Vorrei tanto che fosse vero. So che certe domande non sono concesse, ma voglio fartene una e tu puoi anche non rispondermi.
- Sentiamo.
- Quando hai trovato Nìck, oggi, era da queste parti?
Esitai, ma non a lungo. Era sposata a un altro uomo che esercitava una professione con regole diverse dalla mia. Le risposi di no.
- Perché me lo chiedi? - aggiunsi.
- Il signor Grazioli mi ha detto che sua moglie frequentava Nick. Non sapeva il nome, ma la descrizione che me ne ha fatto era perfetta. Pare che li abbia visti insieme.
- Infatti, si frequentavano ogni tanto - ammisi.
- Erano amanti?
- Non ho nessun motivo per pensarlo. I Grazioli e Nick formavano un triangolo molto insolito e improbabile.
- Ne ho visti anche di più insoliti.
- Stai tentando di dirmi che Nick potrebbe aver ucciso la donna?
- No, assolutamente. Se avessi un'idea simile non ne parlerei. Da quindici anni stiamo curando Nick.
- Dal 1964?
- Sì.
- Cosa è successo nel 1964?
- Nick si ammalò e io non posso dirti di che genere di malattia. Ho già detto troppo.
Eravamo al punto di partenza. Ma qualcosa di diverso c'era: il suo corpo contro il mio, mentre guidavo verso l'ospedale.

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