DICIOTTO
Quando ci arrivai capii quello che voleva dire. Era un luogo completamente in rovina. Le cabine erano piccoli cubi di stucco, rovinati dalle intemperie. L'edificio più grande portava l'insegna di un bar e di una sala da ballo.
L’unica cosa piacevole era un grosso pino marittimo che spandeva una piacevole ombra. Mi fermai sotto questo albero, nella speranza che qualcuno notasse la mia presenza.
Da una delle cabine uscì una donna corpulenta. Portava un abito senza maniche e in testa un fazzoletto rosso.
- Carmen? - chiesi.
- Sono la signora Laura Pera. Carmen è morta da trent'anni. Abbiamo conservato il suo nome quando abbiamo comprato lo stabilimento. - Si guardò attorno come se non vedesse quel luogo da molto tempo. - Voi non ci crederete, ma questo luogo, negl’anni sessanta, era una fonte inesauribile di guadagno.
- Ora c'è più concorrenza.
- Non ditelo a me. - Venne anche lei all'ombra della pianta. - Che cosa posso fare per voi? Se siete venuto per vendermi qualcosa, non è nemmeno il caso che apriate la bocca. Ho appena perduto il mio penultimo inquilino.
- Roberto Franchi?
Si allontanò da me e mi scrutò dall'alto in basso.
- Lo state cercando, eh? L'avevo immaginato dal modo con cui ha tagliato la corda. Ha lasciato un sacco di cose. Il guaio è che non valgono nulla. Non c'è nemmeno un decimo dei soldi che mi deve.
- Quanto vi deve, signora Pera?
- Un mucchio di soldi. Quando morì mio marito, Franchi mi persuase a investire dei soldi nella sua caccia al tesoro. Parlo del 1970, quando uscì dalla galera.
- Caccia al tesoro?
- Soldi nascosti sotto terra. Roberto si era comprata tutta una attrezzatura speciale e ha scavato quasi tutta questa zona. Da allora è cambiato tutto, me compresa. È stato come se fosse passato un ciclone.
- Mi piacerebbe partecipare a questa caccia al tesoro.
- Vi do la mia parte, per i soldi che mi deve Roberto.
- Con l'aggiunta di Roberto Franchi?
- Non lo so. - L'argomento denaro le aveva ravvivato gli occhi. - Non vorrei che questo denaro si macchiasse di sangue.
- Non ho intenzione di ucciderlo.
- Allora perché era così spaventato? Non l'ho mai visto così pieno di paura. Come faccio a essere sicura che non l'ucciderete?
Le dissi chi ero e le mostrai la mia licenza.
- Dove è andato, signora Pera?
- Fatemi vedere i soldi.
Dal portafoglio presi due banconote e gliene diedi una.
- Vi darò la seconda dopo, che avrò parlato con Roberto. Dove lo posso trovare?
Indicò la strada.
- Verso il porto. È a piedi, lo raggiungerete facilmente. È partito soltanto da venti minuti attraverso i campi, lontano dalla strada.
- E della macchina, che ne ha fatto?
- L'ha abbandonata lungo la strada, dopo aver tolto le targhe. E questo mi fa pensare che voglia lasciare l’Italia.
Mi incamminai verso la mia macchina. Mi seguì con insospettata agilità.
- Non ditegli che sono stata io a parlare. Sarebbe capace di tornare, di notte, e vendicarsi.
- Non glielo dirò.
Seguendo le strade interne, guidai attraverso i campi di pomodori, che erano già stati raccolti. Non ne erano rimasti che pochissimi, rossi e avvizziti, appesi sulle viti.
Dopo circa un paio di chilometri, la strada faceva una curva e si affiancava alla recinzione del porto. Vidi Franchi. Camminava veloce, con uno zaino sulle spalle e un cappello in testa.
Franchi si voltò e vide la mia macchina. Cominciò a correre. Lasciò la strada e scomparve in un cespuglio, per poi riapparire affianco della recinzione del porto. Aveva perso il cappello. Scesi dalla macchina e lo seguii. Una vipera bloccò la mia corsa e la mia attenzione. Quando guardai di nuovo, Franchi era sparito. Cercando di non far rumore, tenendo la testa chinata mi mossi, attraverso i cespugli, verso la strada sterrata che correva parallela alla recinzione. Se Franchi aveva deciso di scavalcare la recinzione del porto, doveva per forza attraversare quella strada sterrata. Mi sedetti nel fossato con gli occhi ben aperti in tutte le direzioni. Aspettai per quasi un'ora. Il sole lentamente compiva il suo arco nel ciclo. Muovevo il capo ora da un lato ora dall'altro della strada, come uno spettatore di una interminabile partita di tennis.
Franchi fece un movimento: uscì da un cespuglio a circa duecento metri da me, attraversò di corsa la strada col suo fardello sulle spalle e si diresse verso il recinto di filo spinato.
Lo spazio di terra che correva tra a strada e il recinto non era impervio. L'attraversai di corsa e raggiunsi franchi prima che iniziasse a scavalcare il fili spinato. Si voltò verso di me.
- State lontano - disse col fiato mozzo - se non volete che vi tagli la gola.
In mano aveva un coltello a serramanico. Al di là del recinto apparve un gruppo di extracomunitari, che sicuramente viveva nei container abbandonati lungo il recinto. Sembrava che fossero scaturiti dal nulla.
- Butta via il coltello - feci io, piuttosto stancamente. - Stiamo attirando l'attenzione.
Indicai il gruppo di persone. Franchi fu tentato di guardare e girò un poco la testa. Gli bloccai il polso con una presa talmente forte che il coltello cadde per terra. Lo raccolsi, lo chiusi e lo buttai al di là del recinto. Uno di quei uomini si precipitò di corsa per cercarlo.
Franchi era sul punto di piangere.
- Non mi lascerò accollare delle colpe che non ho. Se mi rimettete in galera io creperò.
- Io non penso che voi abbiate ucciso Claudia Grazioli.
Mi guardò stranito.
- Lo dite tanto per dire.
- No. Andiamo via di qui, Roberto. Non vorrete farvi pescare dalla polizia portuale. Andiamo da qualche parte dove possiamo parlare.
- Parlare di cosa?
- Sono pronto a fare un affare con voi.
- Io no.
Cominciavo a spazientirmi.
- Andiamo, amico.
Lo presi per un braccio e lo condussi verso la strada.
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