venerdì 5 settembre 2008

DICIOTTO

Salii in macchina e mi diressi sul litorale. Mi fermai in una stazione di servizio e il gestore mi indicò il modo di arrivare allo Stabilimento Carmen. - Ma non vi piacerà star­ci - aggiunse.

Quando ci arrivai capii quello che voleva dire. Era un luogo com­pletamente in rovina. Le ca­bine erano piccoli cubi di stucco, ro­vinati dalle intemperie. L'edificio più grande portava l'insegna di un bar e di una sala da ballo.

L’unica cosa piacevole era un grosso pino marittimo che spandeva una pia­cevole ombra. Mi fermai sotto que­sto albero, nella speranza che qual­cuno notasse la mia presenza.

Da una delle cabine uscì una don­na corpulenta. Portava un abito sen­za maniche e in testa un fazzoletto rosso.

- Carmen? - chiesi.

- Sono la signora Laura Pera. Carmen è morta da trent'anni. Abbiamo conservato il suo nome quando abbiamo comprato lo stabilimento. - Si guardò attorno come se non vedesse quel luogo da molto tempo. - Voi non ci crede­rete, ma questo luogo, negl’anni sessanta, era una fonte inesauribile di guadagno.

- Ora c'è più concorrenza.

- Non ditelo a me. - Venne anche lei all'ombra della pianta. - Che cosa posso fare per voi? Se sie­te venuto per vendermi qualcosa, non è nemmeno il caso che apriate la bocca. Ho appena perduto il mio penultimo inquilino.

- Roberto Franchi?

Si allontanò da me e mi scrutò dall'alto in basso.

- Lo state cercando, eh? L'ave­vo immaginato dal modo con cui ha tagliato la corda. Ha lasciato un sacco di cose. Il guaio è che non val­gono nulla. Non c'è nemmeno un decimo dei soldi che mi deve.

- Quanto vi deve, signora Pera?

- Un mucchio di soldi. Quando morì mio marito, Franchi mi per­suase a investire dei soldi nella sua caccia al tesoro. Parlo del 1970, quando uscì dalla galera.

- Caccia al tesoro?

- Soldi nascosti sotto terra. Roberto si era comprata tutta una attrez­zatura speciale e ha scavato quasi tutta questa zona. Da allora è cambiato tutto, me com­presa. È stato come se fosse passato un ciclone.

- Mi piacerebbe partecipare a questa caccia al tesoro.

- Vi do la mia parte, per i soldi che mi deve Roberto.

- Con l'aggiunta di Roberto Franchi?

- Non lo so. - L'argomento de­naro le aveva ravvivato gli occhi. - Non vorrei che questo denaro si mac­chiasse di sangue.

- Non ho intenzione di uccider­lo.

- Allora perché era così spaven­tato? Non l'ho mai visto così pieno di paura. Come faccio a essere si­cura che non l'ucciderete?

Le dissi chi ero e le mostrai la mia licenza.

- Dove è andato, signora Pera?

- Fatemi vedere i soldi.

Dal portafoglio presi due banconote e gliene diedi una.

- Vi darò la seconda dopo, che avrò parlato con Roberto. Dove lo posso trovare?

Indicò la strada.

- Verso il porto. È a piedi, lo raggiungerete facilmente. È partito soltanto da venti minuti attraverso i campi, lontano dalla strada.

- E della macchina, che ne ha fatto?

- L'ha abbandonata lungo la strada, dopo aver tolto le targhe. E questo mi fa pensare che voglia lasciare l’Italia.

Mi incamminai verso la mia mac­china. Mi seguì con insospettata agi­lità.

- Non ditegli che sono stata io a parlare. Sarebbe capace di torna­re, di notte, e vendicarsi.

- Non glielo dirò.

Seguendo le strade interne, guidai attraverso i campi di pomodori, che erano già stati raccolti. Non ne erano rimasti che pochissimi, rossi e avvizziti, ap­pesi sulle viti.

Dopo circa un paio di chilometri, la strada faceva una curva e si affiancava alla recinzione del porto. Vidi Franchi. Camminava veloce, con uno zaino sulle spalle e un cappello in testa.

Franchi si voltò e vide la mia macchina. Cominciò a correre. La­sciò la strada e scomparve in un ce­spuglio, per poi riapparire affianco della recinzione del porto. Aveva perso il cappello. Scesi dalla macchina e lo seguii. Una vipera bloccò la mia corsa e la mia attenzione. Quando guardai di nuo­vo, Franchi era sparito. Cercando di non far rumore, tenendo la testa chinata mi mossi, attraverso i cespu­gli, verso la strada sterrata che correva pa­rallela alla recinzione. Se Franchi aveva deciso di scavalcare la recinzione del porto, dove­va per forza attraversare quella stra­da sterrata. Mi sedetti nel fossato con gli oc­chi ben aperti in tutte le direzioni. Aspettai per quasi un'ora. Il sole lentamente compiva il suo arco nel ciclo. Muovevo il capo ora da un lato ora dall'altro della strada, co­me uno spettatore di una interminabile partita di tennis.

Franchi fece un movimento: u­scì da un cespuglio a circa duecento metri da me, attraversò di corsa la strada col suo fardello sulle spalle e si diresse verso il recinto di filo spinato.

Lo spazio di terra che correva tra a strada e il recinto non era impervio. L'attraversai di corsa e raggiun­si franchi prima che iniziasse a scavalcare il fili spinato. Si voltò verso di me.

- State lontano - disse col fia­to mozzo - se non volete che vi ta­gli la gola.

In mano aveva un coltello a ser­ramanico. Al di là del recinto apparve un gruppo di extracomunitari, che sicuramente viveva nei container abbandonati lungo il recinto. Sembrava che fossero scaturiti dal nulla.

- Butta via il coltello - feci io, piuttosto stancamente. - Stiamo at­tirando l'attenzione.

Indicai il gruppo di persone. Franchi fu tentato di guar­dare e girò un poco la testa. Gli bloc­cai il polso con una presa talmente forte che il coltello cadde per terra. Lo raccolsi, lo chiusi e lo buttai al di là del recinto. Uno di quei uomini si precipitò di corsa per cercarlo.

Franchi era sul punto di pian­gere.

- Non mi lascerò accollare del­le colpe che non ho. Se mi rimette­te in galera io creperò.

- Io non penso che voi abbiate ucciso Claudia Grazioli.

Mi guardò stranito.

- Lo dite tanto per dire.

- No. Andiamo via di qui, Roberto. Non vorrete farvi pescare dalla polizia portuale. Andiamo da qual­che parte dove possiamo parlare.

- Parlare di cosa?

- Sono pronto a fare un affare con voi.

- Io no.

Cominciavo a spazientirmi.

- Andiamo, amico.

Lo presi per un braccio e lo con­dussi verso la strada.

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