VENTOTTO
Quando arrivai a Civitavecchia il sole era allo zenit. Nella strada di fronte alla casa della signora Mieli alcuni bambini stavano curiosando attorno alla macchina di Orazi, che era parcheggiata al marciapiede.
Orazi mi aspettava seduto in macchina. Mi guardò con impazienza.
- Ce ne avete messo del tempo per arrivare.
- Ho avuto un intoppo. E poi non potrei tener testa alla sua macchina
- E io non posso perdere del tempo ad aspettare la gente. La donna mi aveva detto che sarebbe stata qui a mezzogiorno.
Erano le dodici e mezzo.
- Veniva da Roma?
- Penso di sì. Le avevo dato tutto il tempo sufficiente.
- Forse ha avuto un guasto alla macchina. Speriamo che non sia successo niente a lei, piuttosto.
- Sono sicuro di no.
- Vorrei esserlo altrettanto. Il primo indiziato nell'assassinio di sua figlia stava dirigendosi da queste parti su una macchina rubata.
- Ma di chi state parlando?
- Roberto Franchi. È quell’ ex- galeotto che lavorava per la signora Mieli e suo marito.
Orazi non mostrò molto interesse. Irritato dalle sue maniere, andai a prendere la busta che conteneva le famose lettere dal baule della mia macchina.
- Vi ho detto che ho ritrovato le lettere? - chiesi con aria indifferente.
- Le lettere di Mori? Sapete benissimo di non avermene parlato. Dove le avete trovate?
- Nell'appartamento di Nick.
- Non mi sorprende. Fatemi vedere.
Salii in macchina accanto a lui e gli porsi la busta. L'aprì e cominciò ad esaminarne il contenuto.
- Santo Dio, tutto questo fa rivivere il passato! Estelle Mori viveva per queste lettere. Le prime non erano gran che, ma poi lo stile epistolare dì Lorenzo migliorò notevolmente.
- Le avevate lette?
- Qualcuna. Estelle non mi dava scelta, era cosi orgogliosa di suo figlio! - II suo tono era vagamente ironico. - Verso la fine, quando la sua vista se ne andò completamente, ci chiedeva... a mia moglie e a me... di leggergliele a voce alta ogni volta che arrivavano. Noi insistevamo perché assumesse un'infermiera, ma non volle saperne. Estelle aveva un altissimo senso della intimità che divenne sempre più forte col passare degli anni. E così mia moglie dovette sobbarcarsi al peso di prendersi cura di lei... e io non avrei dovuto permetterglielo, era troppo giovane.
- Che cosa aveva alla vista, la signora Mori?
- Credo un glaucoma.
- Ma non è morta per questo.
- No, credo che sia morta di dolore... per mia moglie. Non mangiò più, non si interessò più di nulla, dopo l'incidente. Chiamai un medico, contro la sua volontà. Stava a letto, col viso contro il muro e non volle nemmeno che il dottore la visitasse. Mi impedì anche di cercare di far tornare a casa Lorenzo.
- Come mai?
- Pretendeva dì star benissimo. Voleva morire da sola, credo. Estelle era stata una bellissima donna e questa bellezza le era rimasta quasi fino alla fine. Ma invecchiando, era diventata un po' avara. È sorprendente come questo fenomeno accada a molte donne vecchie. L'idea di un medico, di una infermiera, le sembrava una dispendiosa eccentricità. Il suo continuo parlare di miseria mi aveva quasi convinto, ma in sostanza soldi ne aveva sempre avuti. Non dimenticherò mai il giorno che seguì il suo funerale. Lorenzo era sulla strada del ritorno, infatti arrivò due giorni dopo. Ma il notaio non volle aspettare il suo arrivo per inventariare la casa e tutto quello che conteneva. Il notaio conosceva Estelle da sempre e credo che sapesse o intuisse che la donna teneva tutto il suo denaro in casa, come del resto il giudice Mori aveva già fatto prima di lei. Era ovvio che ci fosse un tentativo di rapina. Se io fossi stato nel pieno possesso delle mie facoltà, avrei dovuto ispezionare la cassaforte il mattino dopo il furto, ma avevo anch'io i miei guai a cui pensare.
- La morte di vostra moglie?
- La perdita di mia moglie fu certo la disgrazia più grossa. Ero rimasto solo con una bambina da allevare... una responsabilità che non ho assolto molto bene.
- Ora il problema è superato Betty è cresciuta e deve fare da sola le proprie scelte.
- Ma io non posso permette che sposi Nicholas Mori!
- Lo farà, se continuerete a dirlo.
Orazi rimase in silenzio. Sembrava che pensasse a come ricuperare il tempo perduto.
- Avete una minima idea di chi possa aver ucciso vostra moglie?
Scosse il capo.
- La polizia non ha mai avuto il minimo indizio o sospetto.
- Qual è la data della sua morte?
- 3 luglio 1955.
- Cosa accadde esattamente?
- Non l'ho mai saputo con precisione. Estelle Mori fu la sola testimone ma era cieca e non vide nulla. Pare che mia moglie avesse avuto la sensazione che qualcosa non andava in casa Mori... e andò a vedere. I ladri la inseguirono lungo la strada e la investirono con la loro auto... che poi risultò essere rubata. La polizia trovò la macchina non lontano dal luogo dell’incidente. C'erano... sul paraurti delle prove... materiali che quella macchina era stata usata per uccidere mia moglie. Probabilmente gli assassini riuscirono a fuggire.
La fronte di Orazi era imperlata di sudore. Si asciugò con un fazzoletto.
- Temo proprio di non potervi dire di più sui fatti di quella sera. Io ero a Napoli per affari. Tornai a casa la notte stessa e trovai mia moglie all'obitorio e la mia bambina affidata alle cure di una donna poliziotto!
La sua voce si spezzò e per la prima volta mi resi conto del dolore di quell'uomo; dolore entro il quale viveva e che consumava tutte le sue energie.
- Mi dispiace, avvocato, ma non potevo fare a meno di chiedervi queste cose.
- Non ne vedo l'importanza.
- Nemmeno io, per il momento. Mi stavate parlando dell'inventario della casa, fatto dal notaio
- Sì. Come rappresentante della famiglia Mori, gli aprii la casa, gli aprii anche la cassaforte. Estelle mi aveva detto la combinazione, poco tempo prima. Era piena zeppa di denaro.
- Quanto?
- Non ricordo la cifra esatta. Il notaio impiegò una intera giornata a contarli.
- Da dove veniva tutto questo denaro, lo sapete?
- Probabilmente l'aveva ereditato dal marito. Ma Estelle rimase vedova giovane e non è un segreto che nella sua vita ci furono altri uomini. Uno o due di questi erano uomini danarosi e probabilmente le fecero dei regali consistenti o per lo meno le insegnarono ad accrescere il suo capitale.
- E come riuscì a evitare le tasse?
Orazi si mosse a disagio sulla sedia.
- Mi sembra inutile sollevare ora questo problema. Sono passati tanti anni ormai...
- A me sembra tutto così attuale!
- Se proprio volete saperlo - rispose spazientito - il problema delle tasse fu superato. Riuscii a ottenere un compromesso col fisco, dal momento che non ebbero modo di chiarire la fonte di quel denaro.
- È proprio questa fonte che mi interessa. Ho saputo che il banchiere Raffi di Viterbo fu uno degli uomini di Estelle Mori.
- Sì, per molti anni, ma molto tempo prima della sua morte.
- Non molto, direi. In una di queste lettere, scritte nell'autunno del 1953, Lorenzo manda i suoi saluti a Raffi. Il che significa che sua madre lo frequentava ancora.
- Veramente? Che sentimenti aveva Lorenzo nei confronti di Raffi?
- Non ne fa cenno.
Avrei potuto dare a Orazi una risposta più ampia, ma avevo deciso di non riferirgli il mio colloquio con Mori, almeno per il momento. Sapevo che Orazi non mi avrebbe approvato.
- A cosa mirate, Alfonsi? Non state per caso pensando che Raffi fosse la fonte di tutto il denaro della signora Mori?
Come se avessi schiacciato un invisibile bottone per chiudere un circuito, il telefono cominciò a suonare in casa della signora Mieli. Suonò dieci volte.
- L'idea era vostra - risposi.
- Ma io ho parlato in senso generale degli uomini di Estelle Mori. Non ho scelto dal gruppo Samuele Raffi, il quale, oltretutto andò in rovina per i motivi che sapete.
- Andò in rovina la sua banca...
Orazi mi guardò sorpreso
- Volete dire che fu lui stesso ad appropriarsi del denaro?
- È stata fatta anche questa ipotesi.
- Sul serio?
- Non lo so. L'informazione l'ho avuta da Roberto Franchi e l'idea parte da Enrico Mieli stesso. Il che non aiuta molto a sapere se sia vera o no.
- Sarei per il no. Noi sappiamo! che Mieli fuggì col denaro.
- Noi sappiamo che fuggì. Ma la verità non è sempre così ovvia, anzi è sempre tanto complessa quanto la rende la gente. Consideriamo la possibilità che Mieli si sia preso parte del denaro della banca di Raffi. Raffi lo acciuffa e se ne tiene una grossa parte anche i lui. Poi si serve della cassaforte della signora Mori per nascondere i soldi, ma lei muore prima che possa ricuperarli.
Orazi mi guardò con sbigottito interesse.
- Avete una immaginazione tortuosa, Alfonsi. Quando avvenne il furto alla banca? - domandò poi
Consultai i miei appunti.
- Il primo luglio 1955.
- Quindi un paio di settimane prima che Estelle morisse. Il che elimina i vostri sospetti.
- Davvero? Raffi non poteva sapere che la donna sarebbe morta. Forse avevano già fatto progetti su come usare il denaro, avrebbero potuto andare da qualche parte e vivere insieme.
- Un uomo vecchio e una donna cieca? Ma è ridicolo!
- Ma è possibile ! Ho visto gente fare cose molto più ridicole. E poi, Raffi nel 1955 non era tanto decrepito! Aveva più o meno la vostra età.
Orazi arrossì.
- Sarà meglio che non raccontiate a nessun altro questa vostra idea pazzesca. Vi procurerebbe una bella etichetta di diffamatore. - Mi guardò in modo strano. - Non avete una grande stima dei banchieri, a quanto pare.
- Non sono diversi da tutti gli altri. Ma non si può far a meno di notare che la maggior parte dei malversatori è costituita, da banchieri.
- Perché ne hanno più facilmente l'opportunità.
- Indiscutibile.
Il telefono in casa della signora Mieli ricominciò a suonare. Questa volta contai quattordici squilli. La mia sensibilità era al massimo della tensione, ed ebbi la sensazione che la casa stesse tentando di comunicarmi qualcosa. Era l'una. Orazi scese dalla macchina e cominciò a passeggiare lungo il marciapiede. Riportai la busta delle lettere nel baule dell'auto e la chiusi dentro la valigetta di metallo.
Nello stesso istante comparve la vecchia Volkswagen della signora Moeli. Alcuni bambini alzarono le manine per salutarla.
- Mi dispiace molto di avervi fatto aspettare - disse. - Un poliziotto è arrivato a casa di mio genero proprio mentre stavo per venir via. Mi ha interrogata per quasi un'ora.
- Su che cosa? - le domandai.
- Diverse cose. Ha voluto tutta la storia di Roberto Franchi, dal tempo in cui era nostro giardiniere a Viterbo. Forse teme che Roberto venga prima o poi da me, ma io non ho paura di lui e non credo neppure che abbia ucciso Claudia.
- Chi sospettate allora?
- Mio marito, ammesso che sia vivo.
- È accertato che è morto, signora Mieli.
- Se è morto, che fine ha fatto il denaro?
- Nessuno lo sa.
Mi prese per un braccio.
- Dobbiamo trovare quei soldi. Ve ne darò la metà, se mi aiutate a trovarli.
Qualcosa stridette nella mia testa. Forse stavo per avere una reazione violenta contro la povera signora Mieli. Poi mi resi conto che lo stridore non era in me. Era il suono di una sirena lontana, che crebbe in intensità e poi si spense.
Nello stesso tempo mi arrivò il rumore di gomme di automobile che stridevano contro l'asfalto. Una berlina nera entrò nella strada, affrontando la curva a tutta velocità.
L'uomo al volante era senza barba e aveva una chioma palesemente artificiale di capelli rossi. Nonostante il camuffamento, riconobbi in lui Roberto Franchi. E anche lui mi riconobbe. Ci superò, sempre a gran velocità, e scomparve dalla vista alla fine dell'isolato.
Balzai in macchina e lo seguii, ma sapevo che era una caccia senza speranza. Conosceva bene i luoghi e poi la sua berlina era più veloce della mia. Ebbi una fugace visione della sua macchina che traversava un ponte e dei suoi capelli rossi che brillavano come un fuoco artificiale.
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