lunedì 29 settembre 2008

TRENTA

Rinvenni in una camera dell'ospedale. Un chirurgo mi aveva tolto la pallottola e braccio e spalla sarebbero stati immobilizzati per un po' di tempo.
Per fortuna era il braccio sinistro. Nel pomeriggio ricevetti la visita della polizia, che si scusò per l'accaduto, dicendo che in fondo ero stato io ad andare incontro alla pallottola e non la pallottola a venire addosso a me. Mi dissero che avrebbero fatto per me tutto quello che potevano e io li pregai di portare la mia macchina al parcheggio dell'ospedale.
Ma la loro visita non fece che adirarmi e preoccuparmi. Avevo la sensazione che il caso, il mio caso, mi fosse sfuggito dalle mani. Sul tavolino accanto al letto c'era un telefono. Chiamai Orazi. Rispose la governante: in casa non c'era nessuno. Chiamai allora in ufficio e lasciai il mio nome e il numero del telefono.
Verso sera mi alzai e aprii il guardaroba. Mi sentivo la testa completamente vuota. Ero molto preoccupato per il mio taccuino, ma la mia giacca era appesa nel guardaroba, assieme al resto degli abiti, e il taccuino era al suo posto, assieme alla fotografia di Nick.
Mentre tornavo a letto, ebbi uni violento capogiro. Per un attimo tutto fu buio e quando riaprii gli occhi mi trovai seduto per terra, con la schiena appoggiata alle gambe del letto.
L'infermiera della notte fece capolino nella camera. Si chiamava Carla, era giovane e graziosa.
- Cosa diavolo state facendo?
- Sto seduto sul pavimento.
- Ma non potete! - Mi aiutai ad alzarmi e a infilarmi nel letto.
- Spero che non ritenterete di uscire di qui!
- No, ma sarebbe una buona idea. Quando pensate che potrò andarmene?
- Deve decidere il medico. Ve lo dirà domattina. Ve la sentite dì ricevere una visita?
- Dipende da chi è...
- È una donna anziana, si chiama Franchi. È la moglie dello stesso Franchi...? - Lasciò la domanda in sospeso.
- Sì, è lei. - MÌ sentivo molto debole ma dissi all'infermiera di farla entrare.
- Non avete paura che possa farvi qualcosa?
- No, non è il tipo.
La signorina Carla uscì. Poco dopo arrivò la signora Franchi. Era pallidissima, con gli occhi dilatati.
- Mi dispiace che siate ferito, signor Alfonsi.
- Sopravvivrò. Mi dispiace per Roberto.
- Roberto non è una perdita per nessuno. L'ho detto anche alla polizia e ora lo ripeto a voi. È stato un pessimo marito e un pessimo padre, e ha fatto una pessima fine.
- Quante cose pessime!
- So quello che dico. - II suo tono era solenne. - Che sia stato lui, o no, a uccidere Claudia Grazioli, resta sempre quello che ha fatto alla sua stessa figlia. Ha rovinato la sua vita e l'ha portata alla morte.
- Rita è morta?
Mi guardò stupita.
- Come fate a sapere il nome di mia figlia?
- Qualcuno me l'ha detto. La signora Mieli, mi pare.
- La signora Mieli non era amica di Rita. La riteneva responsabile di tutto quello che è successo. Ma non era vero. Rita era minorenne quando Mieli cominciò a interessarsi di lei. E suo padre ha fatto da mezzano col signor Mieli e ha preso dei soldi da lui.
Le parole ora le uscivano facilmente, come se la morte di Franchi avesse aperto una crepa vulcanica nella sua vita.
- Rita andò in Spagna con Mieli? - domandai.
- Sì.
- E morì là?
- Sì.
- Come lo sapete, signora Franchi?
- Me lo ha detto Mieli stesso. Quando tornò dalla Spagna, Franchi lo portò da me. Mi disse che era morta e che era sepolta a Barcellona.
- Ha lasciato dei figli?
- No, non ho nipoti, assolutamente - rispose fissandomi.
- Chi è il ragazzo della fotografia?
- Della fotografia? - ripetè, fingendo perplessità.
- Se volete rinfrescarvi la memoria, è nella tasca della mia giacca.
Guardò il guardaroba.
- Si tratta della stessa fotografia - spiegai pazientemente - rubatavi da Roberto.
La sua perplessità questa volta divenne reale.
- Ma come fate a sapere queste cose? Perché andate a frugare così nei miei affari di famiglia?
- Lo sapete perché, signora Franchi. Voglio risolvere un caso che cominciò quasi un quarto di secolo fa. Esattamente il primo luglio del 1955.
Sbatté gli occhi, e a parte questo impercettibile movimento il suo viso rimase completamente immobile.
- Lo stesso giorno in cui Mieli rubò alla banca di Raffi - commentò.
- La cose andarono proprio così? - domandai.
- Quale altra storia avete sentito?
- Ho scoperto qualche piccolo indizio che farebbe vedere diversamente tutta la faccenda. E mi chiedo se Enrico Mieli abbia mai avuto quel denaro.
- E chi altro potrebbe averlo preso?
- Vostra figlia Rita, per esempio.
Reagì con rabbia, ma non tanto quanto avrebbe dovuto.
- Nel 1955 Rita aveva sedici anni! I ragazzi non sanno organizzare le rapine in banca. Io so che è stato qualcuno che viveva nella banca.
- Il signor Raffi?
- Questa è una sciocchezza, e lo sapete anche voi.
- Pensavo di mettervi alla prova.
- E allora dovete andare ben oltre. E non capisco come mai stiate combattendo una battaglia così accanita per salvare l'innocenza di Mieli. So che quel denaro l'ha preso lui e non il signor Raffi. Diamine, il poveretto ha perso tutto! Da allora è vissuto alla giornata.
- Con quali mezzi?
- Ha una piccola pensione e io ho qualche risparmio. Ho lavorato per molto tempo come infermiera e l'ho sempre aiutato.
Sembrava sincera. Comunque non potevo fare a meno di crederle.
La signora Franchi ora mi guardava meno ostilmente come se avesse sentito un certo cambiamento nei nostri rapporti. Mi posò una mano sul braccio fasciato.
- Avete bisogno di riposare, non dovete tormentarvi con tutte queste domande. Non siete ancora stanco?
Ero stanco e glielo dissi.
- E allora perché non cercate di dormire? - La sua voce era soporifera. Mi appoggiò una mano sulla fronte. - Resterò qui a vegliarvi, se non vi dispiace. Mi piace l'odore degli ospedali.
Si sedette sulla poltrona, tra guardaroba e la finestra. Chiusi gli occhi, ma non avevo nessuna intenzione di dormire. La signora Franchi era completamente immobile. Nella stanza si udivano soltanto i tumori provenienti dalla strada, rumori del traffico, il cinguettio di qualche uccello notturno. Poi udii uno scricchiolio proveniente dalla poltrona sulla quale era seduta la signora Franchi. Poi ancora un impercettibile rumore di passi, il cigolio di una porta che si apriva e si chiudeva.
Aprii gli ocelli. La signora Franchi non era visibile, si era chiusa nel guardaroba. Poi vidi la porta del guardaroba aprirsi lentamente. La donna uscì: aveva in mano la fotografia di Nick. Il suo sguardo era pieno di amore.
Mi guardò e vide che ero sveglio. Mise la fotografia in tasca, e lasciò la camera tranquillamente, senza dire una parola.
Anch'io non dissi nulla. Non mi mossi. Dopotutto, la fotografia le apparteneva.
Spensi la luce. Sognai di essere Nick e che la signora Franchi era mia nonna che viveva in un giardino incantato.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ciao,
bello come al solito....