venerdì 12 settembre 2008

VENTIQUATTRO

Moira sembrava scomparsa. La cercai e infine la trovai, seduta al volante della macchina di suo marito.
- Mi sono stancata di aspettare - disse. - Pensavo di sperimentare le tue qualità di investigatore.
- Non è proprio il momento per giocare a nascondersi.
Ero stato piuttosto rude e lei strinse un attimo gli occhi. Poi scese dalla macchina.
- Stavo scherzando, ma non del tutto. Volevo solo vedere se mi avresti cercato.
- Ti ho cercato: va bene?
Mi prese per un braccio.
- Sei ancora adirato?
- Non con te, col tuo dannato marito.
- Che cosa ha fatto ancora Raffaele?
- Si da un sacco di arie, mi ha definito un poliziotto dilettante e poi si rifiuta di farmi parlare con Nìck, per sempre. Se invece potessi parlargli solo cinque minuti, chiarirei un sacco di cose.
- Spero che non mi chiederai di interpormi...
- No.
- Non voglio trovarmi in mezzo a voi due.
- Se non Io vuoi, sarà meglio che tu te ne vada a cercare un posto migliore per nasconderti.
Mi guardò di sbieco. In fondo era una donna indifesa, timida e molto vulnerabile.
- Vuoi proprio che non mi faccia più vedere?
- La strinsi a me, le risposi cosi, senza parlare. Dopo un poco si allontanò.
- Sono pronta a tornare a casa; e tu?
Le dissi dì sì, ma non lo ero. La mia ira contro Sandri si era trasformata in sospetto e in questo sentimento coinvolgevo anche sua moglie. Pensieri poco piacevoli mi si affollarono alla mente, come bambini fastidiosi dai quali non riesci a liberarti. Avrei potuto servirmi di lei per arrivare a suo marito,
Moira notò la mia preoccupazione.
- Se sei stanco, posso guidare io.
- Non sono stanco fisicamente. Ho parecchi problemi da risolvere. E il mio computer - aggiunsi, toccandomi la testa - è di vecchio modello. Non dice né sì né no, dice soltanto forse.
- Per quanto riguarda me?
- Per quanto riguarda ogni cosa.
Nessuno di noi due parlò per un lungo tratto. Superammo il porto di Civitavecchia e le grandi gru si delinearono nell'oscurità come fenicotteri in riposo. Sopra, brillava la luna.
- Il tuo computer è programmato per le domande?
- Non per tutte. Di fronte a certe domande va completamente fuori fase.
- D'accordo. - La sua voce si era fatta più morbida. - Credo di sapere cos'hai in testa. L'hai rivelato quando hai detto che cinque minuti con Nick sarebbero bastati per chiarirti tutto.
- Non tutto, ma molte cose.
- Tu credi che Nick sia responsabile di tutti e tre i delitti, vero? Pesce, la povera signora Grazioli e l’uomo della spiaggia.
- Può darsi.
- Dimmi sinceramente quello che pensi.
- Ciò che penso è «può darsi». Sono certo, e con ragione, che Nick ha ucciso l'uomo della spiaggia, ma non sono altrettanto sicuro sugli altri due, e più vado avanti meno sono sicuro. Proprio ora stavo pensando che Nick sia stato tirato volutamente nel gioco, che serva come capro espiatorio e che forse lui sappia chi gli sta giocando questo tiro. Il che significa pure che Nick potrebbe essere la prossima vittima.
- Per questo non volevi venire con me?
- Non ho mai detto una cosa simile !
- Ma io l'avevo capito. Senti, se tu ritieni di dover tornare all’ospedale, capirò. Potrei sempre lasciare il mio corpo alla scienza - aggiunse.
Scoppiai a ridere.
- Non è poi un'idea tanto ridicola. Accadono tante di quelle cose, il mondo gira così vorticosamente, che per una donna è difficile competere.
- Comunque, non c'è nessun motivo perché io debba tornare, Nick è sotto sorveglianza. Non può scappare e nessuno può entrare.
- Il che ti mette tranquillo con tutti i tuoi «può darsi», vero?
Ancora un lungo silenzio. Avrei voluto farle tante domande su Nick e su suo marito; ma se avessi cominciato a servirmi di quella donna e di quella occasione, sarebbe stato come servirmi di una parte di me stesso e della mia vita privata che avevo sempre tentato di lasciar fuori dal mio lavoro: proprio quella parte che mi rendeva diverso da un computer o da un robot.
L'affollarsi delle domande non formulate dopo un poco si placò, e la sensazione di vivere nel caso che stavo trattando, sensazione che spesso avevo usato come droga per avere la forza di andare avanti, mi lasciò.
La donna accanto a me aveva antenne molte sensibili. Si fece più vicina, come se io avessi abbassato un invisibile scudo di protezione.
Abitava vicino alla spiaggia dì Santa Marinella, in una casa fatta di acciaio, vetri e soldi.
- Metti la macchina sotto la tettoia, se vuoi. Si entra a bere qualcosa?
- Volentieri.
Non riuscì ad aprire la porta d'ingresso.
- Stai usando la chiave della macchina - le feci notare.
- Mi guardò. - Chissà cosa vuoi dire?
- Che hai bisogno di un paio di occhiali.
- Li uso già per leggere.
Entrammo in casa. Moira accese la luce nell'ingresso, scese qualche gradino e mi fece accomodare in una stanza ottagonale tutta finestre. Vedevo la luna tanto vicina da poterla toccare e più lontano le tormentate bianche linee dei marosi.
- Che bello qui!
- Ti piace? - Sembrò sorpresa. - Dio sa quanto questo luogo era bello prima che ci costruissero sopra ! Ma la casa non è mai riuscita a impadronirsi del paesaggio. Costruire una casa è quasi come mettere un uccello in gabbia. E tu diventi l'uccello, penso.
- Ti dicono queste cose in clinica?
- Forse sto parlando troppo. - Sorrise.
- Mi avevi promesso un drink.
Si piegò verso dì me, il bel viso illuminato dalla luce argento della luna, gli occhi cupi.
- Che cosa vuoi?
- Scotch.
I suoi occhi si mossero e io afferrai ancora una volta quello strano bagliore, simile a una luce profondamente nascosta.
- Posso cambiare genere? - mormorai.
Mi avvicinai a lei. Non aspettava che questo. Cominciai lentamente a spogliarla. A un certo punto mi disse che ero un amante molto tenero.
- C'è qualche vantaggio nel diventare vecchi.
- Non è questo! Tu mi ricordi Daniele e lui aveva solo vent'anni. Mi fai risentire come Eva nel paradiso terrestre.
- Che idea fantastica!
- Ti da fastidio se nomino Daniele?
- No, anche se è strano.
- Infatti, deve essere così. Non era che un povero ragazzo indifeso. Ma siamo stati felici insieme. Non era mai stato con nessun'altra donna prima, e io avevo avuto solo Raffaele.
La sua voce cambiò quando nominò il marito e anche i miei sentimenti cambiarono.
- Raffaele è sempre stato così terribilmente preciso e sicuro di sé, anche in queste cose. Ma Daniele no, lui era diverso. Era gentile e un po' pazzo. L'amore era per lui come un gioco, una favola che vivevamo insieme. A volte fingeva di essere Raffaele. A volte io fingevo di essere sua madre. Ti sembra che sia normale?
- Chiedilo a Raffaele.
- Ti sto annoiando, vero?
- Al contrario. Quanto durò questa faccenda?
- Quasi due anni.
- Poi Raffaele tornò a casa.
- Infatti, ma con Daniele avevo già rotto. Non riuscivamo più a controllare le nostre fantasie e poi... non avrei potuto passare dal letto di Daniele a quello di Raffaele, cosi, da un momento all'altro. Il senso di colpa per poco non mi fece morire.
Guardai il suo bel corpo nudo.
- Non mi sembri il tipo che si torce dai rimorsi.
- Hai ragione, non era rimorso. Era dolore. Sofferenza per aver dovuto rinunciare al mio unico vero amore. Per cosa? Per una casa che vale un mucchio di soldi, per una clinica che ne vale di più? Non vorrei morire in nessuno di questi due luoghi, se potessi. Preferirei tornare in una semplice stanzetta dell'«Hotel Giglio».
- Non c’è più - dissi. - Non stai per caso mitizzando il passato?
- Sì, forse sto esagerando. Le donne amano inventare le favole nelle quali credono di aver vissuto.
- Meno male che gli uomini non lo fanno mai.
- Scommetto che Eva ha inventato la storia della mela.
- E Adamo quella del giardino.
- Sei uno sciocco - disse tenendomi stretto - e questa è la mia diagnosi. Sono contenta di averti detto tutto. E tu?
- Lo posso sopportare. Perché lo hai fatto?
- Per vari motivi. E per di più tu hai il vantaggio di non essere mio marito.
- È la cosa più bella che una donna mi abbia mai detto.
- Non volevo scherzare. Se avessi confidato a Raffaele quello che ho confidato a te, sarei una persona finita: nient'altro che uno dei suoi famosi trofei di caccia psichiatrica. Probabilmente mi avrebbe imbalsamato e appeso alle pareti del suo studio insieme a tutti gli altri diplomi... e in un certo senso è già quello che ha fatto. Ancora fui sul punto di rivolgerle alcune domande sul marito, ma il momento e il luogo non erano adatti, e poi ero ancora fermamente deciso a non approfittare delle situazioni.
- Dimentichiamo Raffaele - dissi. - Che fine ha fatto Daniele?
- Ha trovato un'altra ragazza e si è sposato.
- E tu sei gelosa?
- No, sono sola. Non ho nessuno.
Ancora una volta unimmo le nostre solitudini in qualcosa che era meno dell'amore ma più del proprio egoismo. E quella notte io non tornai affatto a casa.

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