TRENTACINQUE
Irene Mori congedò Emilio e partì alla guida della sua automobile, con me e con Orazi. Quando uscì dalla macchina, nel parcheggio davanti alla clinica, sembrava una drogata. Truttwell le diede il braccio e la guidò verso l'ingresso.
Moira Sandri era dietro il banco di accettazione. Il suo viso aveva un aspetto stanco, sembrava che fosse invecchiata di colpo.
Guardò Orazi e poi me.
- Non mi avete dato molto tempo - mi disse.
- Non abbiamo più molto tempo.
- È molto importante che noi parliamo con Nick Mori - disse Orazi. - Sua madre è d'accordo.
- Dovete chiederlo al dottor Sandri.
Moira andò a chiamare il marito.
- Non vi arrendete facilmente, voi - disse il dottore, rivolto a Orazi.
- Io non mi arrendo mai, amico. Siamo qui per vedere Nick e temo proprio che non potrete impedircelo.
Sandri si rivolse alla signora Mori.
- Voi cosa ne dite? - chiese.
- È meglio che ci lasciate entrare, dottore - rispose la donna senza alzare gli occhi.
- Avete riassunto Orazi come legale?
- Sì.
- E il signor Chalmers è d'accordo?
- Lo sarà.
- Quali pressioni state subendo, signora?
- Perdete tempo, dottore - intervenne Orazi. - Noi siamo qui per parlare col vostro paziente, non con voi.
Smitheran ingoiò la sua rabbia.
- Va bene - sibilò.
Ci condusse lungo un corridoio, verso una porta che dovette essere aperta e poi chiusa dì nuovo col lucchetto. Al di là dì questa porta c'era il reparto isolamento della clinica, che contava sette o otto camere.
Nick era in una elegante camera da letto. Era seduto in poltrona e in mano aveva un libro di testo. Quando vide la madre si alzò. Era molto pallido e i suoi occhi sembravano ancora più neri e più grandi.
- Ciao mamma. Avvocato... - Ci passò tutti in rassegna. - Dov'è papa? Dov'è Betty?
- Siamo venuti per farti alcune domande, Nick - rispose Orazi. - Non è una semplice visita, questa, anche se ci fa tanto piacere vederti.
- Fate più in fretta che potete - raccomandò Sandri. - Siediti, Nick.
Moira sì mise accanto al marito sulla soglia. Irene sedette su una sedia e Orazi e io sul letto.
- Entro subito in argomento - cominciò Orazi. - Circa quindici anni fa, quando eri un bambino, tu, Nick, hai ucciso un uomo.
Nick guardò il dottor Sandri.
- Glielo avete detto voi - disse con un certo disappunto.
- No - smentì Sandri.
Truttwell si rivalse al medico.
- Vi siete preso una bella responsabilità a tenere nascosto questo fatto.
- Lo so, ma ho agito negli interessi di un ragazzo di otto anni che era minacciato da autismo. Gli affari umani non sono regolati soltanto dalla legge e, anche se così fosse, l'omicidio era giustificabile o per lo meno accidentale.
- Non sono venuto qui per discutere di legge o di etica con voi, dottore - ribattè secco Orazi.
- E allora non giudicate le mie motivazioni.
- Che sono candide come la neve, naturalmente.
Il dottore fece per muoversi in direzione di Orazi. Ma Moira lo trattenne.
Orazi si rivolse ancora a Nick.
- Raccontami l'episodio. Fu accidentale?
- Non lo so.
- Dimmi soltanto come accadde. Intanto, come arrivasti sulla spiaggia?
- Stavo tornando a casa da scuola - rispose esitante Nick - quando l'uomo mi fece salire sulla sua macchina. So che non avrei dovuto andarci, ma sembrava molto serio. Io provai pietà per lui. Era vecchio e malato. Mi fece un sacco di domande su mia madre, mio padre, quando e dove ero nato. Poi mi disse che era mio padre. Io no gli credetti ma ormai ero già abbastanza incuriosito per seguirlo fino alla spiaggia. Qualcuno aveva lasciato un fuoco acceso e noi aggiungemmo un po' di legna e ci sedemmo. Lui prese una bottiglia di whisky, ne bevve un sorso e poi me lo fece a saggiare. Io mi sentii bruciare la bocca, ma lui Io ingollò quasi tutto come se fosse acqua. Cominciò a cantare vecchie canzoni, e poi divenne sentimentale. Disse che ero il suo bambino e che quando fosse entrato in possesso dei suoi diritti avrebbe assunto la sua vera posizione e si sarebbe preso cura di me. Poi cominciò ad accarezzarmi e a baciarmi e fu allora che gli sparai Aveva una rivoltella infilata nella cintura dei pantaloni, la presi e g sparai, e lui morì.
Il viso di Nick era senza espressione, ma il suo respiro si era fatto un po' affannoso.
- Che cosa ne facesti della rivoltella? - domandai.
- Proprio nulla. La lasciai là e tornai a casa. Raccontai ai miei genitori quello che avevo fatto. Dapprima non mi credettero, poi, il giorno dopo, quando i giornali riferirono la notizia, si resero conto che avevo detto la verità. Mi portarono dal dottor Sandri e da allora - aggiunse con molta amarezza - sono sempre stato sotto le sue cure. Vorrei tanto essere andato subito alla polizia... - II suo sguardo era fisso sulla madre.
- Questa decisione non spettava a te - dissi. - Ora veniamo all’uccisione di Sandro Pesce.
- Buon Dio, non crederete che l'abbia ucciso io?
- Tu ne eri convinto, ricordi?
- Ero molto confuso. Mi sentivo veramente come se l'avessi ucciso. Quella sera andai al motel, in camera sua, per avere una spiegazione con lui. Claudia mi aveva detto dove abitava. Non c'era, ma lo trovai sulla macchina, vicino alla spiaggia.
- Vivo o morto?
- Morto. La rivoltella che l'aveva ucciso era per terra, accanto alla macchina. La raccolsi, la guardai e qualcosa scattò nella mia mente. La terra mi mancò sotto i piedi. Pensai che fosse il terremoto, ma poi mi accorsi che il terremoto era in me. Rimasi a lungo in questo stato poi cominciai a pensare al suicidio. Sembrava che la rivoltella mi chiedesse di far qualcosa.
- Tu avevi già fatto qualcosa con quella rivoltella - dissi - perché era la stessa che avevi lasciato sulla spiaggia.
- Com'è possibile?!
- Non lo so, ma era la stessa. La polizia ha fatto delle perizie balistiche. Sei certo dì averla lasciata accanto al corpo?
Nick era di nuovo confuso. Ci guardò disperato, poi si infilò gli occhiali scuri.
- Il corpo di Pesce? - domandò.
- Il corpo di Enrico Mieli, l'uomo della spiaggia che diceva di essere tuo padre. Lasciasti là l'arma, Nick?
- Sì. So di non averla portata a casa con me.
- Allora qualcun altro la raccolse, l'ha tenuta nascosta per quindici anni e l'ha usata contro Pesce. Chi potrebbe essere?
- Non lo so.
Smitheran fece un passo avanti.
- Nìck è stanco. E voi non avete saputo nulla di nuovo. - II suo sguardo era pieno di ansietà, ma non potrei affermare che fosse tutta per Nick.
- Ho saputo molto, dottore. E anche Nick.
Il ragazzo sollevò lo sguardo.
- L'uomo della spiaggia era veramente mio padre? - domandò con ansia.
- Devi chiederlo a tua madre.
- Mamma?
Irene Mori si guardò intorno. Un'altra trappola era scattata per lei. Il nostro silenzio la costrinse a parlare.
- Non sono obbligata a rispondere e non ho intenzione di farlo.
- Il che significa che era mio padre...
Irene tacque ed evitò di guardare il figlio. Era immobile, con la testa china. Orazi si alzò e le posò una mano sulla spalla. La donna inclinò il capo e appoggiò la guancia contro quella mano.
- Io sapevo che Lorenzo Mori non poteva essere mio padre - insistette Nick.
- Come lo sapevi? - domandai.
- Le lettere che aveva scritto dal collegio... ora non ricordo le date esatte, ma i tempi non quadravano.
- Per questo hai preso le lettere dalla cassaforte?
- No. Ci ho inciampato per caso. Sandro Pesce e Claudia Grazioli erano venuti a raccontarmi una storia pazzesca: che mio padre... che Lorenzo Mori aveva commesso un grave reato. Io presi le lettere per dimostrare che si sbagliavano.
Lui era in collegio quando accadde il furto.
- Quale furto?
- Jean mi disse che lui aveva rubato del denaro alla sua famiglia... a suo padre, una somma enorme di denaro. Ma le lettere dimostrano che Claudia e Pesce erano in errore. Nel giorno del presunto furto, credo che sia il primo luglio 1955, mio pa... il signor Mori era lontano. Purtroppo, per provare questo, sono venuto a sapere che non è mio padre. Io sono nato il 14 dicembre del 1955 e nove mesi prima, quando sono stato... - Guardò Irene e non finì la frase.
- Concepito? - dissi io.
- Esatto, quando sono stato concepito, Mori era lontano. Hai sentito quello che ho detto, mamma?
- Ho sentito.
- Non hai nulla da dire?
- Non devi rivoltarti contro di me. Io sono tua madre. Che importanza ha chi è tuo padre?
- A me importa molto!
- Dimenticalo. Perché non lo vuoi dimenticare?
- Ho alcune lettere con me - intervenni io, prendendo il portafoglio. Mostrai le tre lettere a Nick. - Queste tre sono quelle che ci interessano particolarmente.
- Si. Dove le avete prese?
- Nel tuo appartamento.
- Posso averle per un momento. porsi e lui cominciò a leggerle.
- Questa è quella del 15 marzo 1955 : «Carissima mamma, è un periodo che non ci permettono di uscire dal collegio, quindi la mia lettera non partirà subito.». Il che prova in maniera inconfutabile che, chiunque sia mio padre, non è di certo Lorenzo Mori. - Guardò ancora la madre: - Mamma, era mio padre l'uomo che ho ucciso?
- Non voglio rispondere.
- Allora la risposta è sì. Come hai detto che si chiamava? Come si chiamava mio padre?
Irene non rispose.
- Enrico Mieli - risposi io per lei. - II padre di Claudia Grazioli.
- Mi aveva detto che eravamo fratelli! È proprio vero?
- Non ho ancora pronta la risposta, e tu sei quello che può rispondere. - Feci una pausa e poi continuai: - C'è una domanda molto importante che devo farti ora. Chi ti ha portato a casa di Claudia Grazioli?
Scosse il capo.
- Non riesco a ricordarlo, è tutto annebbiato. Non mi ricordo nemmeno di essere andato a Civitavecchia.
Di nuovo il dottor Sandri fece un passo avanti.
- Ora devo proprio dire basta. Non voglio che voi annulliate così il lavoro che ho fatto su Nick.
- Lasciateci finire - esclamò Orazi. - Dopo tutto, anche noi stiamo lavorando per la vita di Nick.
- Voglio finire - disse Nick - se ce la faccio.
- E anch'io. - Era la voce di Moira che usciva da un lungo silenzio.
Il dottore la guardò freddamente.
- Non mi ricordo di aver chiesto la tua opinione.
- Comunque, ora la sai e lasciaci andare avanti.
I due si guardarono sfidandosi, come se fossero soli nella stanza.
- Quando hai cominciato a ricordarti di Civitavecchia? - chiesi ancora a Nick.
- Quando mi sono svegliato in ospedale quella notte. Mi mancava però tutta la giornata.
- E qual è l'ultima cosa che ricordi?
- Quando mi alzai al mattino. Avevo dormito poco e male, quella notte, e mi sentivo terribilmente depresso. Quella orribile scena alla spiaggia era tornata alla mia memoria. Potevo sentire l'odore del fuoco e del whisky. Decisi di assopire la mia mente con un paio di pillole tranquillanti e andai in bagno, dove c'è l’armadietto dei medicinali. Quando vidi tutte quelle capsule nei flaconcini, cambiai idea. Decisi di prenderle tutte e di addormentarmi per sempre.
- Fu allora che scrivesti quel biglietto?
- Sì, lo scrissi proprio prima di prendere le pillole.
- Quante ne prendesti?
- Non le contai. Un paio di manciate, credo, abbastanza per uccidermi. Ma non avrei potuto star seduto in bagno ad aspettare. Temevo che mi trovassero e che potessero salvarmi. Mi arrampicai sulla finestra del bagno e mi lasciai cadere in giardino. Probabilmente caddi male e sbattei la testa contro qualcosa. Poi c'è un vuoto e mi ricordo solo l'ospedale di Civitavecchia. Il dottor Sandri è già al corrente dì questo.
Guardai Smitheran. Non stava ascoltando. Parlava a voce bassissima con sua moglie.
- Dottore?
Si mosse dì scatto e afferrò le lettere che Nìck teneva in grembo.
- Diamo un'occhiata a queste!
Sandri cominciò a leggerle a voce alta a sua moglie:
- «C'è qualcosa negli studenti dell’ultimo anno che ricorda i cavalli da corsa ... si prodigano fino all'estremo limite. Spero di non avere anch'io questo aspetto. Il mio supervisore, il professor De Angeli, li sprona a dare sempre di più. Insegna in questo collegio da molto tempo e nella sua rigiditezza quasi militare sembra sempre lo stesso gentiluomo del primo giorno. Tuttavia ho la sensazione che si sia fermato dal punto di vista dello sviluppo umano. Ha dato il meglio di se stesso alla scuola e non potrà mai più diventare l'uomo che lui crede di essere…».
- Leggete molto bene, dottore - interruppe Orazi - ma questo non è il momento adatto alle letture.
Sandri sembrò non sentire. Si rivolse alla moglie.
- Qual era il nome del mio comandante?
- De Angeli - rispose Moira, con un filo di voce.
- Ti ricordi che anch'io feci questo del genere, in una lettera del marzo 1955?
- Vagamente, ma se lo dici tu.
Sandri non era ancora soddisfatto. Furiosamente faceva passare le pagine delle lettere.
- Ascolta qui, Moira: «… il caldo è insopportabile, ma con questo non intendo lamentarmi. Se domani continuerà questo caldo con i miei compagni abbiamo deciso di scendere al lago di fare una nuotata. Una delle cose più belle della mia giornata è la doccia che faccio ogni sera prima dì coricarmi. L'acqua non è fredda, per via dell'alta temperatura esterna, e poi non se ne può usare molta. Però mi piace la mia doccia…». - Ora io mi ricordo perfettamente di averti scritto tutto questo nell'estate del 1955, ma riferito al mio imbarco come medico sulla portaerei. Come lo giustifichi?
- Non lo giustifico e non voglio nemmeno tentare di farlo.
Truttwell si alzò e andò a dare un'occhiata alle lettere.
- Ma questa non è la vostra scrittura, dottore. È quella di Lorenzo Mori, non è vero? Questo significa forse che le lettere che scriveva alla madre erano false?
- Certo che lo erano - rispose Smitheran. I suoi occhi erano fissi sul viso della moglie. - Ma ancora non capisco come siano state scritte.
- Ma Mori è mai stato in collegio? - domandò Orazi.
- No. Ha fatto un tentativo per entrare. Ma venne allontanato definitivamente dall’istituto pochi mesi dopo che c'era entrato.
- Per quali motivi?
- Per ragioni di salute mentale. Aveva avuto un crollo emotivo. Era legato alla madre in maniera ossessiva e lontano da lei si sentiva perso.
- Come mai siete così informato su questo caso, dottore?
- Quando non ero imbarcato prestavo servizio presso il presidio ospedaliero di Livorno. Mi fu assegnato dall'ospedale e prima di rimetterlo in circolazione, gli facemmo due settimane di trattamento. Da allora è sempre stato mio paziente...
- Per questo vi siete stabilito qui?
- Mi era molto riconoscente e mi ha aiutato nella carriera. Sua madre era morta e gli aveva lasciato un bel po' di soldi.
- Una cosa non capisco - intervenne Orazi. - Come ha potuto prenderci tutti per fessi con quelle lettere. Deve aver avuto buste e francobolli falsi. E come poteva ricevere risposta se non era in Marina?
- Lavorava all'Ufficio postale - rispose Sandri. - Io stesso gli avevo trovato quel posto prima di rimbarcarmi. Evidentemente era riuscito a organizzarsi bene. - Sandri guardò di nuovo sua moglie. - Quello che io non capisco, Moira, è come lui abbia avuto l'opportunità, a più riprese, di copiare le lettere che io ti scrivevo.
- Probabilmente le apriva quando arrivavano.
- Sei sicura?
- Be', in verità me le chiedeva da leggere. Ma io ora posso capire perché le copiava. Adorava te come un eroe, voleva assomigliarti.
- E nei tuoi riguardi che sentimenti aveva?
- Era innamorato di me. Non ne ha mai fatto un segreto, anche prima che tu ripartissi.
- E dopo la mia partenza, hai continuato a vederlo regolarmente?
- Non potevo farne a meno. Viveva alla porta accanto.
- La porta accanto, all’ Hotel Giglio? Vuoi dire che vivevate in camere attigue?
- Tu stesso mi avevi detto dì prendermi cura di lui.
- Ma non di vivere con lui! Sei vissuta con lui? - Parlava con la voce tormentata di un uomo che si feriva da solo, lo sapeva ma non poteva evitarlo.
- Ho vissuto con lui - ammise la moglie. - E non me ne vergogno. Aveva bisogno di qualcuno. Anch'io ho lavorato quanto te per salvare la sua mente.
- Allora era «terapia»? Ecco perché sei voluta venire qui dopo il mio congedo. Ecco perché lui...
- Sei fuori strada, Raffaele - interruppe Moira. - Come sempre quando ci sono dì mezzo io. Io troncai con lui prima ancora che tu tornassi.
Irene Mori sollevò il capo.
- È vero. Noi ci siamo sposati in luglio...
Orazi la zittì.
- Non dare spontaneamente alcuna informazione, Irene.
- Tu sapevi della mia relazione con lui. - Era la voce cupa di Moira che si rivolgeva al marito. - Non puoi curare un paziente per venticinque anni senza conoscere la sua vita. Ma hai preferito comportarti come se non lo sapessi.
- Se l'ho fatto - disse Sandri - ...sia chiaro che non sto ammettendo niente, dico solo che anche l'avessi fatto avrei agito nell’interesse del mio paziente e non nel mio.
- Lo credi davvero, Raffaele?
- È vero.
- Stai illudendo te stesso. Ma non illuderai gli altri. Tu sapevi che Lorenzo Mori era un simulatore, come lo sapevo io. Ci siamo fatti complici delle sue fantasie perché ci piaceva il suo denaro.
- Temo che tu stia fantasticando, Moira.
- Sai che non è vero.
Sandri ci guardò come se la stessimo giudicando. Di scatto sua moglie lasciò la stanza. La seguii nel corridoio.
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