mercoledì 22 ottobre 2008

breve racconto

Sto scappando in una notte di maggio, con le lucciole che mi indicano la strada in cerca di un altro paese da cui fuggire. Una vita da braccato. Insultato, sputato addosso nei giorni di fiera, quasi bruciato al posto dei fantocci di paglia alle loro feste pagane, eppure sono indispensabile e continuo a scappare per trovare un altro posto da cui farmi cacciare a calci, col terrore di sbagliare strada e tornare in un paese già visitato, perché non puoi tornare due volte nello stesso posto è contro le regole. Pregando di trovare posti sempre nuovi con gente ancora più cattiva: più sono cattivi più sono contenti di vedermi, ma devo stare attento, perché ci sono anche gli esaltati che ti prendono sul serio. Non capiscono il senso tutto simbolico della faccenda e credono sia davvero io quello che gli ha ammazzato il cognato e sverginato la figlia; che sia davvero io a mandare la grandine che gli distrugge i campi, che li fa bere la sera per la disperazione, che picchiano la moglie che gli mette le corna. In genere quando mi cacciano via fanno una cosa fatta bene, uno spettacolo bellissimo a volte partecipa anche il prete, che non scopa ed è il più incazzato di tutti. Al momento fissato mentre io cammino tranquillo tranquillo, col naso per aria come un turista, qualcuno mi addita all'improvviso, tipo predicatore del deserto, e grida: è lui, è lui che ci fa ammalare che ci fa soffrire che ci fa perdere il lavoro e compagnia cantando. Allora tutti mi danno addosso e mi spintonano, e mi sputano, e cane, e figlio di puttana e, secondo i patti, le devo anche prendere un pochino sennò non si divertono, ma non troppo. Niente lesioni gravi. Poi mi buttano fuori; poco ci manca che a partecipare non ci portano pure la banda e la statua del santo patrono. Per i soldi ci vado qualche giorno prima, dal sindaco con una specie di salvacondotto. Il bello è che mi guarda come se fossi una montagna di merda, poi me li fa dare dal più sfigato fuori dal paese, dopo che hanno avuto il loro divertimento. Stavolta l'ho fatta grossa per questo sto scappando di notte, senza show e senza denaro, in mezzo alle lucciole. A volte finisce che torno in un posto dove sono già stato e se fate quello che faccio io è l'errore peggiore. La cosa è da evitare, perché se torno io è come se gli ributtassi in faccia tutta la loro merda, è come se gli svelassi il trucco. Loro mi pagano proprio per questo per non farmi più vedere per scomparire dalla faccia della loro piccola terra. Non so se questa sia vita, ma io ci campo da anni così. Io sfrutto cose che non finiscono mai: l'odio e la miseria umana della gente.
Di mestiere faccio il “capro espiatorio”.

Nessun commento: