mercoledì 5 marzo 2008

"... dall'alpi alle piramidi, dal manzanarre al reno ..."

Questo "post" lo potrei iniziare così. Finalmente a casa dopo un'estenuante viaggio di lavoro che mi ha portato a girare mezza Italia e a spingermi al di là delle alpi: Monaco di Baviera. Penso di aver preso tutti i mezzi di trasporto eccetto la bicicletta! Qualcuno potrà pensare: "Caspita, chissà che posti interessanti avrai visto!". Magari, solo stazioni, aeroporti, alberghi, sale riunioni e così discorrendo.
A Monaco poi ho visitato i bagni dell’aeroporto per un bisogno impellente. Questa è la sintesi dell’avventura, se così si può chiamare.

Pulita meticolosamente la tavoletta e creato uno strato di carta igienica a lasagna, assunsi una posizione innaturale quanto efficace allo scopo. Ma durante i preparativi qualcuno entrò nella cabina adiacente. Con tutto quello spazio da terra, parte dei pantaloni, del vicino, sconfinarono nella mia proprietà. Poiché aveva il cellulare legato alla cintura, se avesse squillato avrei fatto prima a rispondere e a passargli la chiamata. Le piastrelle bianche del pavimento tirato a lucido avevano una fastidiosa qualità riflettente che mi restituì l’immagine distorta del mio vicino immobile e della sua cravatta penzolante. Ricoprire di carta igienica l’interno del WC fu inutile, perché i capienti water erano ripieni d’acqua, che generava quello schizzo di ritorno che fa le veci del bidet. Né potevo tirare lo sciacquone in sincronia con l’Opera, essendo il sistema regolato da sofisticati sensori. La situazione mi inibì del tutto quando mi resi conto infine che tra la porta e lo stipite – come in un saloon da far west – c’era una fessura abbastanza larga da vedere il paesaggio esterno: i lavandini, lo specchio e gli altri utenti, persino dal defilato bagno per handicappati in cui mi ero rifugiato. Sullo specchio distinsi la mia ombra accucciata e sospesa in un silenzio da sagrestia, in cui ogni movimento rimbomba. Presagendo di fare molto rumore in quella sala linda senza alcuna scritta al muro per distrarsi, aspettai fiducioso, come un gong, qualsiasi sciacquone che poteva attutire un minimo le dinamitarde azioni. Finalmente qualcuno entrò per usare il lavandino. Lo tenni sott’occhio dalla fessura come da dietro un cespuglio ed egli, accortosi delle due scure presenze umane alle sue spalle, sembrò abbassare leggermente lo sguardo in segno di fraterno rispetto. Come si azionerà la ventola dell’asciugatore elettrico, rimuginai, partirò alla carica. Allungai il collo, spinsi la testa lontano dal corpo, sollevai l’osso sacro, gli occhi sbarrati, i muscoli delle gambe tesi e tremanti, le mani non più sotto il mento ma ancorate al sedere. Così conciato sentii che potevo persino spiccare il volo. Un paio di profonde respirazioni addominali mi predisposero al meglio. E’ in quel momento che sentii lo sfilare secco delle salviette di carta: in questi fottuti bagni non ci sono neanche gli asciugatori elettrici. Chiusi gli occhi e sentii il dolce rombo di un aereo, vidi un prato deserto e verdi foglie per pulirmi. Mentre la disperazione saliva, mi fissai una seconda scadenza non ulteriormente dilazionabile: lo sbattere della porta d’ingresso, ormai vicino. Uno due, tre, casino!

"Home sweet home"

1 commento:

AnnaGi ha detto...

SANTA PACE!!!
io quando sono fuori in vacanza o per altro, il problema lo risolvo con una settimana di stipsi NATURALE!!!
:)
Bye