martedì 14 ottobre 2008

TRENTASEI

La raggiunsi in fondo al corridoio mentre tentava di aprire la porta col lucchetto. Era la seconda volta che in mia presenza aveva dei guai con una serratura. Glielo ricordai. Si voltò a guardarmi.
- Non parliamo più dell'altra notte. Fa parte del passato ed è tutto così lontano che non ricordo nemmeno il tuo nome.
- Pensavo che fossimo amici.
- Anch'io. Ma tu hai rovinato tutto.
Apri la porta e andammo nel suo studio. Per prima cosa prese una borsetta dal cassetto e la depose sulla scrivania. Era pronta per andarsene.
- Lascio Raffaele e non pensare che possa venire con te. Non ti piaccio abbastanza.
- Perché pretendi sempre di sapere i pensieri degli altri?
- Va bene... sono io che non mi piaccio abbastanza. - Si guardò attorno. - Non mi va di fare i soldi sulla sofferenza della gente. Sai cosa voglio dire?
- Dovrei, visto che anch'io vivo così.
- Ma tu non lo fai per denaro, vero?
- Cerco di non farlo. Però quando il tuo reddito supera un certo punto, perdi il criterio dì valutazione. Improvvisamente, gli altri non sembrano più esseri umani.
- Questo è successo a Raffaele, ma non permetterò certamente che succeda a me. Tornerò a lavorare come assistente sociale, in fondo è lavoro che amo. Non sono mai stata più felice di quando vivevo a in una sola camera.
- Vicino a Simone?
- Sì.
- Simone era Lorenzo Mori, naturalmente.
Annuì.
- E l'altra ragazza con cui si mise era Irene...
- Sì, ma allora si chiamava Rita Franchi.
- Come lo sai?
- Me lo disse Simone. L'aveva conosciuta a un ricevimento a Viterbo, un paio di anni prima. Poi un giorno lei entrò nell'Ufficio postale dove lui lavorava. Simone rimase sconvolto da questo incontro e ora posso capire perché. Temeva che il suo segreto trapelasse e che sua madre potesse venire a sapere che lui era un impiegato delle poste e non uno studente di un collegio rinomato.
- Tu eri al corrente dell'inganno?
- Certo, sapevo che stava vivendo una vita fantastica, ma non sapevo di sua madre... ci son cose che non ha detto mai nemmeno a me.
- E cosa ti ha detto di Rita Franchi?
- Abbastanza. Viveva con un uomo molto più anziano di lei, che la teneva nascosta allo Stabilimento Carmen.
- Enrico Mieli?
- Così sì chiamava? Tutti i nodi vengono al pettine, vero? Non mi ero resa conto di quanto fossi coinvolta con la vita e con la morte. Credo che ce ne rendiamo conto soltanto dopo. Comunque, Rita passò a Simone, ma io non me la presi molto. Mi ero logorata accanto a lui, e quasi desideravo che si trovasse una altra donna.
- Quello che non capisco è come tu abbia potuto interessarti a lui per più di due anni. E come una donna come sua moglie abbia potuto innamorarsi di lui.
- Le donne non sempre cercano la solidità, Simone aveva una folle vena psicotica.
- Coltiverò la mia folle vena psicotica. Ma devo dire che Mori la nasconde molto bene.
- È più vecchio e sempre sotto tranquillanti.
- Nebutal?
- Vedo che sei andato all'osso.
- Fino a che punto è malato?
- Senza medicine e terapia di appoggio, dovrebbe probabilmente essere ricoverato. Ma con tutti questi aiuti, riesce a condurre una vita abbastanza equilibrata.
- È pericoloso, Moira?
- Potrebbe esserlo, in certe circostanze.
- Per esempio, se qualcuno scoprisse che è un simulatore?
- Forse.
- Adesso non fai che dire «forse». È stato per venticinque anni paziente di tuo marito, dovrai pur sapere qualcosa di lui.
- Sappiamo molte cose, ma il rapporto medico-paziente richiede una certa segretezza.
- Non calchiamo troppo su questo fatto! È un principio che non si può applicare quando il paziente commette dei delitti, o potrebbe commetterli. Voglio sapere se tu e tuo marito pensate che Mori costituisca un pericolo per Nick.
- Che genere di pericolo? - domandò a sua volta, scansando la domanda.
- Pericolo mortale. E voi sapete che è pericoloso per Nick, vero?
Non mi rispose. Cominciò a staccare i quadri dalle pareti e ad ammucchiarli sulla scrivania. Simbolicamente sembrava che stesse smantellando la clinica.
Bussarono alla porta. Era la segretaria.
- La signorina Orazi vorrebbe parlare con il signor Alfonsi. Posso farla entrare?
- Vengo io - dissi.
La segretaria guardò le pareti spoglie.
- Che fine hanno fatto i quadri?
- Me ne vado. Potresti aiutarmi?
- Con piacere, signora Sandri.
Betty mi aspettava nell'atrio. Era molto eccitata.
- Il laboratorio ha detto che si tratta in prevalenza di Nembutal, ma non possono dire in quale dose senza un ulteriore esame.
- Non sono affatto sorpreso.
- Cosa significa, signor Alfonsi?
- Significa che Nick, dopo aver preso le pillole, si trovava sul sedile posteriore della Rolls-Royce di famiglia. Ha vomitato e questo gli ha salvato la vita.
- Come sta?
- Abbastanza bene. Gli ho appena parlato.
- Posso vederlo?
- Non dipende da me. Ora con lui ci sono sua madre e tuo padre.
- Aspetterò.
Aspettammo assieme, immersi ognuno nei propri pensieri. Io avevo bisogno di calma. Il mosaico si stava componendo nella mia mente.
Arrivarono Irene Mori e Orazi. La donna camminava appoggiandosi al braccio dell'avvocato. Aveva trasferito il suo peso da Mori a Orazi, come una volta aveva fatto da Enrico Mieli a Mori.
Orazi vide la figlia. I suoi occhi ebbero un guizzo nervoso, ma non si staccò da Irene. Betty li guardò con l'aria di «così è se vi pare».
- Ciao, papà. Buon giorno, signora Mori. Ho saputo che Nick sta molto meglio.
- Sì, infatti - - rispose l'avvocato.
- Gli posso parlare un attimo?
Orazi esitò. Guardò prima me e poi sua figlia.
- Lo chiederemo al dottor Sandri - rispose prudentemente.
Condusse Betty al di là della porta, che chiuse dietro di sé.
Rimasi solo con Irene Mori. Mi guardò con la speranza che non dicessi niente.
- Dovrei farvi alcune domande, signora Mori.
- Il che non vuoi dire che io debba rispondervi.
- Una volta per tutte, signora, Enrico Mieli era il padre di Nick?
Mi guardò con una espressione ostinata.
- Probabilmente; comunque lui ne era convinto. Ma non sperate che vada a dire a Nick che ha ucciso il suo padre naturale...
- Lo sa già, e voi non potete continuare a usare Nick come paravento.
- Non capisco quello che volete dire.
- Avete taciuto i fatti riguardanti Enrico e la sua morte e l'avete fatto per la vostra salvezza, non per quella di Nick. Avete lasciato che lui portasse il peso di questa colpa e che pagasse per voi.
- Non ha pagato nulla, abbiamo sempre salvato tutto.
- E avete anche lasciato che Nick si tormentasse per quindici anni, È stato un gioco schifoso, mascherarsi dietro vostro figlio e di chiunque sia.
Abbassò il capo.
- Non ammetto niente - disse.
- Non ce n'è bisogno. Ho già abbastanza prove e testimonianze per istruire un processo contro di voi. Ho parlato con vostro padre e vostra madre, col signor Raffi e la signora Mieli. Ho parlato persino con Laura Pera.
- E chi diavolo è?
- La proprietaria dello Stabilimento Carmen.
Irene Mori si coprì il viso con le mani.
- Mi dispiace di aver messo i piedi in quella fogna. Ma voi ormai non potete fare più niente. È troppo tardi. A quel tempo ero minorenne. E qualsiasi cosa io abbia fatto allora... è caduta in prescrizione.
- Che cosa avete fatto?
- Non ho intenzione di testimoniare contro me stessa. Vi ho già detto che rivendico il mio diritto a non parlare. Giovanni Orazi tornerà tra poco, e questo è proprio il suo campo. Se voi volete essere spietato, lui lo sarà più dì voi.
Sapevo di essere su un terreno incerto. Ma questa era forse l'ultima occasione che avevo per arrivare alla signora Mori. Le sue risposte alle mie accuse, le sue mancate risposte confermavano il quadro che mi ero fatto di lei.
- Se Giovanni Orazi sapesse quello che io so di voi, non vi sfiorerebbe nemmeno con un bastoncino sterilizzato.
Questa volta non trovò la risposta. Andò a sedersi su una sedia. La seguii e mi piantai davanti a lei.
- Che fine ha fatto il denaro? - chiesi.
- Quale denaro?
- Il denaro che Enrico rubò alla banca di Raffi.
- Lo portò In Spagna. Io rimasi qui. Mi aveva promesso che sarebbe venuto a prendermi ma non l'ha mai fatto. Perciò sposai Lorenzo Mori. Ecco tutta la storia.
- Che ne ha fatto del denaro, Enrico, in Spagna?
- Ho sentito dire che lo perdette. Incappò in un paio di banditi, che lo derubarono; e questo è tutto.
- Come si chiamavano questi banditi, Rita?
- E come potrei saperlo? È soltanto una voce che ho raccolto.
- Anch'io ho raccolto una voce. Questa: i nomi dei banditi erano Lorenzo e Rita e non rubarono il denaro in Spagna. Enrico Mieli non ha mai portato quei soldi fuori dall’Italia. Voi l'avete accusato e così nessuno ha incolpato Lorenzo. E i due banditi vissero felici e contenti... sino a oggi.
- Non lo potrete mai provare! Mai!
Stava gridando, come se sperasse di poter cancellare il suono della mia voce e i rumori del passato. Orazi aprì la porta.
- Che succede? - Mi lanciò uno sguardo severo. - Cosa state cercando di provare?
- Stavamo discutendo sulla fine dei soldi di Mieli. La signora Mori è convinta che sia stato rubato da banditi in Spagna. Ma io invece sono certo che è stata lei, in società con Mori, a rubarlo a Mieli. Deve essere successo non più di due o tre giorni dopo la scoperta dell'ammanco alla banca. Mieli prese il denaro e lo portò a Civitavecchia, dove lei lo aspettava.
La signora mi guardò come se la mia ricostruzione dei fatti avesse colpito nel segno. Orazi notò il movimento dei suoi occhi.
- Rubarono una macchina - continuai - e portarono il denaro in casa della madre di lui. Era il 3 luglio 1955. Lorenzo e Rita inscenarono una rapina alla rovescia. Non fu difficile. La madre di Lorenzo era cieca e Lorenzo aveva le chiavi della casa e la combinazione della cassaforte. Depositarono il denaro in cassaforte e lo lasciarono lì.
La signora Mori si alzò, andò vicino a Orazi e gli pose una mano sul braccio.
- Non credergli. Io quella notte ero cinquanta miglia lontano.
- E Lorenzo? - domandò Orazi.
- Sì! Ha fatto tutto lui. Sua madre non usava più la cassaforte da quando era diventata cieca. E Lorenzo pensò che era il luogo più adatto per nascondere... voglio dire...
Orazi la prese per le spalle con tutt'e due le mani.
- Tu eri con Lorenzo quella notte, o no?
- Mi costrinse a seguirlo. Mi minacciò con una rivoltella.
- Quindi eri tu che guidavi e sei tu che hai ucciso mia moglie !
- Fu colpa di Lorenzo. Lei Io aveva riconosciuto. Girò lui il volante, premette lui il mio piede sull'acceleratore. Io non potevo fare nulla e la investii. Lorenzo non volle che mi fermassi finché non arrivammo a Civitavecchia.
- Questo non mi interessa - disse Orazi.- Dov'è tuo marito, ora?
- A casa. Ti ho già detto che non stava bene. È completamente svuotato.
- Ma è pericoloso! - esclamai, rivolto a Orazi. - Credete che sia meglio telefonare a La Torre?
- No, finché non avremo avuto l'opportunità di parlare a Mori. Voi venite con me e anche tu... signora Mori,
Ancora una volta la donna sedette alla guida della Rolls-Royce.
- L'altra mattina - domandai, mentre correvamo sull'autostrada - quando Nick prese tutte quelle pillole, voi dove eravate?
- A letto a dormire. Anch'io avevo preso un paio di pillole, la sera prima.
- Anche vostro marito era a letto?
- Non saprei. Abbiamo camere separate.
- Quando smise di fare la guardia a Nick?
- Poco dopo che ve ne eravate andato, quella mattina.
- E salì in macchina?
- Sì.
- Dove andò?
- A fare un giro, credo. Quando è eccitato, va in giro a casaccio, poi sta seduto muto come un pesce per una settimana.
- Andò a Civitavecchia, signora Mori. E ho la prova che portò con sé anche Nick: Nick, che giaceva in stato di incoscienza sul sedile posteriore della Rolls-Royce.
- Questo non ha senso!
- Ho paura di sì, invece. Quando Nick saltò dalla finestra del bagno, vostro marito lo bloccò in giardino, lo colpì alla testa con qualche arnese e lo nascose sulla macchina, finché non fu pronto per partire.
- Perché avrebbe dovuto fare una cosa simile a suo figlio?
- Nick non è suo figlio, è il figlio di Enrico Mieli, e vostro marito lo sapeva. Vi state dimenticando la storia della vostra vita, signora Mori.
- Già, vorrei tanto.
- Nick sapeva o sospettava di chi era figlio. Comunque, stava cercando di arrivare alla verità sulla morte di Enrico Mieli. E ci era andato molto vicino.
- Nick stesso ha sparato a Mieli.
- Questo lo sappiamo tutti; ma Nick non mise le mani del morto nella brace per cancellare le impronte. Questo è un gesto che richiede la forza di un adulto... e le motivazioni di un adulto. Nick non nascose la rivoltella per usarla contro Sandro Pesce quindici anni dopo. Nick non ha. ucciso Claudia Grazioli, benché vostro marito abbia fatto di tutto per incriminarlo. Per questo l'ha portato a Civitavecchia.
- Lorenzo avrebbe uccìso tutta questa gente? - chiese la donna con una sorta di timore,
- Temo di sì.
- Ma perché?
- Sapevano troppo su lui. Era un uomo malato che voleva proteggere le sue fantasie.
- Fantasie?
- Il mondo che s'era inventato.
- Capisco quello che intendete.
Dietro di noi, ai piedi della città, il sole a! tramonto si rifletteva con rossi bagliori sulle nuvole. In quella strana luce, casa Mori sembrava uscire da un sogno, come un castello appartenente a un passato che non era mai esistito.
L'ingresso era aperto. Entrammo. La signora Mori chiamò il marito.
- Lorenzo!
Nessuno rispose.
Dal corridoio che conduceva al resto della casa apparve Emilio.
- Dov'è?
- Non lo so, signora. Mi ha ordinato di stare in cucina.
- Gli avete detto che ho frugato nella Rolls-Royce? - domandai.
Emilio schivò il mio sguardo, e non rispose.
La signora Mori era salita su una breve rampa di scale che portava allo studio. Bussò a più riprese, ma non ottenne risposta.
- È qui - gridò. - Dovete tirarlo fuori ! Si starà facendo del male!
La scostai da un Iato e provai ad aprire. L'uscio era chiuso a chiave. Al dì là c'era un pauroso silenzio.
Emilio arrivò dalla cucina con un cacciavite e un martello. Li usò per forzare la porta dello studio.
Chalmers era seduto sulla sedia girevole del giudice, il capo stranamente inclinato da un lato. Il sangue che gli usciva dalla gola tagliata era corso giù lungo la camicia bianca. Un vecchio rasoio giaceva aperto accanto alla sua mano.
Irene Mori indietreggiò, come se quel corpo inerte potesse emettere radiazioni mortali.
- Sapevo che l'avrebbe fatto. Voleva farlo il giorno che quelli entrarono dalla porta d'ingresso.
- Chi entrò dalla porta d'ingresso ? - domandai.
- Claudia Grazioli e quell'uomo tutto muscoli con il quale andava in giro, Sandro Pesce. Io sbattei loro la porta in faccia ma sapevo che sarebbero tornati. E anche Lorenzo lo sapeva. Così, prese la rivoltella di Enrico che aveva custodito nella cassaforte per tutti questi anni. Voleva uccidere me e poi suicidarsi. Il dottor Sandri e io lo convincemmo a fare un viaggetto a Capalbio.
- Avresti dovuto lasciare che si ammazzasse - commentò Orazi.
- E che ammazzasse anche me? Non ero ancora pronta per morire e non lo sono tuttora. - Poi si rivolse a Orazi. - Senti, sei ancora il mio avvocato? Hai detto che lo eri.
Orazi scosse il capo. I suoi occhi sembravano guardare, attraverso lei e al di là di lei, un triste passato e uno squallido futuro.
- Non puoi rimangiarti la parola - insistette lei - o forse credi che non abbia sofferto abbastanza? Mi dispiace per tua moglie. Ancora adesso mi sveglio di notte e la vedo in mezzo alla strada, povera donna, che giaceva lì come un ammasso di stracci.
Orazi la colpì in pieno viso col dorso della mano. Un leggero rivolo di sangue le uscì dalla bocca e disegnò una linea sul suo mento, come una venatura sul marmo.
Mi misi tra i due perché Orazi la colpisse ancora. Non avrebbe dovuto farlo. La donna prese coraggio dal mio gesto.
- Non devi farmi male, Giovanni. Mi sento già abbastanza vinta. Tutta la mia vita era qui, è stato come vivere in una casa abitata dagli spettri. La prima volta che ci entrai, mentre eravamo qui nello studio a mettere i pacchetti di soldi nella cassaforte... comparve come dal nulla la vecchia cieca madre di Lorenzo: «Sei tu, Simone? » disse. Non so come avesse fatto a capire. Mi fece rabbrividire.
- Cosa accadde allora?
- Lorenzo la riaccompagnò in camera e le parlò. Non mi volle riferire che cosa le aveva detto, ma da quel giorno la donna non ci diede più fastidio.
- Estelle non ne parlò mai - mi disse Orazi. - Morì senza parlarne con nessuno.
- Ora però sappiamo di cosa morì. Aveva scoperto che cosa era diventato suo figlio.
Come se mi avesse sentito, il morto sembrò drizzare il capo, in un atteggiamento di rigido imbarazzo. La sua vedova si avvicinò a lui come una sonnambula e gli passò una mano sui capelli.
Mentre Orazi telefonava alla polizia, mi avviai verso la porta, dovevo ancora chiarire alcune cose con una assistente sociale.

FINE

1 commento:

Anonimo ha detto...

ciao spirit... che ti è successo ti sei perso?
Un caro saluto da Katja